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Dall’atlante a Google Earth e al mondo visto in 3D

19 ore 15 min fa

Una volta a fantasticare su mete lontane ci aiutavano l’atlante, il mappamondo, le enciclopedie o i romanzi d’avventura. Oggi sognare è ancora più facile grazie alla tecnologia. Bastano un computer o uno smartphone e tutto il mondo è a portata di occhi. C’è chi non può viaggiare per motivi economici, di tempo, di salute, c’è chi semplicemente si lascia trasportare dalla fantasia, c’è chi cerca informazioni per poter pianificare al meglio il prossimo tour: indipendentemente dalle ragioni, le app e i dispositivi più comuni consentono ormai di fare davvero il giro del mondo restando seduti comodamente sul nostro divano.

Il primo atlante e Sandokan
Tra il 1817 e il 1823 fu dato alle stampe lo Stielers Handatlas, il primo atlante universale. Lo scopo era quello di raccogliere tutte le carte geografiche in maniera ordinata, precisa, e in un formato pratico. Ad avere questa intuizione fu Adolf Stieler, da cui l’atlante prese il nome.

In Italia dobbiamo aspettare il 1922 per l’uscita dell Grande Atlante Geografico dell’Istituto Geografico De Agostini di Novara e il 1927 per la prima edizione dell’Atlante Internazionale del Touring Club Italiano. L’intento dei primi atlanti era soprattutto quello di fornire un supporto ai professionisti, ma sicuramente hanno alimentato la voglia di scoperta dei ragazzini di tutti i tempi, almeno fino a quando, negli ultimi decenni, sono stati scalzati da prodotti più tecnologici.
E come dimenticare i romanzi d’avventura? Sandokan e i protagonisti delle storie di Salgari hanno fatto sognare mondi inesplorati e volti esotici. Poi ci hanno pensato le riviste di viaggio a diventare l’habitat perfetto per i racconti di viaggio e a raccogliere gli itinerari migliori da scoprire; oggi quelle sopravvissute agli attacchi del Web convivono con blog o siti Internet di professionisti o semplici viaggiatori, o hanno trovato proprio nella loro versione Web la chiave per mostrare in maniera ancora più efficace gli angoli più remoti del Pianeta.

Oltre le mappe: Google Earth e Google Street View
Quando vogliamo esplorare un luogo la prima risorsa che viene in mente è Google con tutti i suoi strumenti, accessibili da un computer o da uno smartphone, ovunque ci troviamo. Tutto può essere scoperto, perlustrato e ammirato, con il vantaggio di ottenere informazioni e contenuti sempre aggiornati e gratuiti.
Il caro vecchio mappamondo è diventato digitale e appare sui nostri schermi in qualche secondo grazie a Google Earth. Questo software restituisce immagini virtuali del Pianeta grazie a immagini satellitari ottenute integrando i dati del telerilevamento terrestre, fotografie aeree e dati topografici memorizzati in una piattaforma GIS. Ognuno di noi può inserire altre informazioni, l’aggiornamento è continuo e i contenuti permettono di avere un’idea completa di qualsiasi luogo. L’utilizzo è elementare: si può esplorare una zona inserendo le sue coordinate, oppure spostandosi con il mouse fino a raggiungerla, o inserendone l’indirizzo. Bastano pochi secondi per vedere comparire strade, case e persino automobili, come se davvero stessimo camminando. Non solo. Dal 2017 Google ha aperto le porte al 3D: ora alcuni luoghi si possono vedere come se li stessimo sorvolando. Per sognare alla grande, c’è anche una funzione che permette di lasciarsi trasportare nel globo.

Volete provare un’alternativa meno nota? Cliccate su Marble, altro software gratuito, basato sulla cartografia della NASA.

Il più popolare Google Street View è invece una caratteristica di Google Maps e Google Earth. Permette di visualizzare panoramiche a 360° gradi in orizzontale e a 160° in verticale. E’ come se, rimanendo con i piedi per terra, stessimo camminando per le strade spostandoci di 10-20 metri alla volta. Il modo più rapido per accedervi se stiamo utilizzando Google Maps è trascinare l’ometto arancione che vediamo sulla mappa direttamente là dove vogliamo “farlo camminare”. Anche in questo caso, gli utenti possono caricare le proprio foto panoramiche.

Siamo a corto di idee? Google e la sua funzione Voyager ci suggeriscono parecchi luoghi. Perché, ad esempio, non fare un tour del mondo alla scoperta dei graffiti di Banski? Se ci piacciono i grandi spazi espositivi invece potremmo regalarci una visita gratuita al Musée d’Orsay di Parigi. Oppure potremmo restare in Italia e goderci lo spettacolo dei fuochi d’artificio di Venezia durante la Festa del Redentore. Esiste un intero Grand Tour d’Italia tra passato, presente e futuro.


I social network
Come da definizione, i social network sono nati per consentire di condividere contenuti. E’ semplice allora ricavare informazioni su una destinazione grazie a foto, video e testi pubblicati da utenti comuni o su profili e pagine ufficiali di città e luoghi d’interesse. Su Instagram, ad esempio, è possibile esplorare curiosando tra le immagini scattate in un certo luogo: basta utilizzare un “#” (hashtag) al momento della ricerca specificando il luogo sognato per veder apparire in pochi secondi tutto ciò che è stato pubblicato. Piatti tipici, spiagge, attrazioni, strade, pezzetti di vita di persone che aiutano ad avere un’idea chiara su cosa ci aspetta se stiamo per metterci in viaggio o, semplicemente, per fantasticare.

YouTube è sicuramente tra i più efficaci a livello di marketing per svelare dettagli imperdibili di una destinazione. Il potere di un video è innegabile, basta dare un’occhiata al canale di Italia.it, il portale che promuove il nostro Paese e mostra i nostri tesori ai potenziali turisti anche grazie a video di luoghi simbolo.

Se siamo alla ricerca di informazioni più autentiche, non costruite per attirare ma soltanto per condividere, possiamo allora guardare i video di semplici viaggiatori e i loro racconti di viaggio. Meno professionali ma certamente realistici. Autentici quanto un cumulo di rifiuti che potrebbe scorrere all’improvviso davanti ai nostri occhi mentre camminiamo per le vie di una grande città come Roma con Google Street view.


Droni e smartphone
Questo connubio è irresistibile. Se i classici video girati con uno smartphone hanno già appeal da vendere, i video girati da videocamere o smartphone montati su droni sono ancora più ipnotici. Eventi, città, angoli remoti: le visuali dall’alto conferiscono un tocco di magia che i video girati dal basso o con le telecamere più sofisticate non riuscirebbero mai a eguagliare. Queste sono le cascate del Niagara.

Realtà virtuale e 3D
I tour virtuali e le panoramiche a 360° sono un’ottima soluzione per immergersi completamente in un’esperienza di viaggio senza uscire da casa. Ma si può andare oltre. Occorre però dotarsi di un equipaggiamento particolare – un visore o degli occhiali appositi – per entrare letteralmente in un determinato ambiente o rivivere una situazione perfino “toccando oggetti senza toccarli realmente”. Di fronte ad un torrente è possibile immergere i piedi senza bagnarsi, in un mercato è possibile afferrare frutta e verdura senza che si materializzino in salotto, in spiaggia è possibile sentire le onde infrangersi sugli scogli e sostare al sole senza scottarsi.
Alcune destinazioni, grazie alla realtà virtuale, riescono a trasmettere ai turisti quanto il passato ancora pervada le vie delle città. Bruges ha fatto del suo Historium una delle attrazioni imperdibili della città: entrati, si ripercorre insieme ad un personaggio di fantasia la storia della città, si sentono profumi e suoni del passato, infine la VR fa viaggiare il visitatore attraverso i canali cittadini dei secoli scorsi, solcati dalle imbarcazioni e popolati di mercanti.

La VR, tanto utilizzata nel gaming, è l’ideale per avere la sensazione di viaggiare davvero e vedere luoghi che tanto ci attirano. Utilissima anche per rendersi conto in anticipo, magari prima di prenotare un volo costosissimo, di cosa ci attende una volta atterrati. Purtroppo non si tratta di tecnologie di massa, o almeno non ancora. L’era dei cataloghi non è del tutto superata.
Google, cogliendone le potenzialità, ha anche pensato di offrirla come supporto agli insegnanti. Esplorazioni è lo strumento didattico confezionato per insegnare in maniera alternativa, facendo esplorare agli studenti il mondo grazie ad un kit senza mai uscire dalla classe.

 

Copertina: Disegno di Armando Tondo

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Il terreno è inquinato? Fitorimedialo!

21 ore 43 min fa

Per meglio conoscere questa tecnica abbiamo intervistato la dottoressa Elisabetta Franchi, dell’unità Tecnologie Ambientali del Centro Ricerche Eni per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente, biotecnologa ed esperta di Phytoremediation.

Che cos’è la Phytoremediation e perché si usa?
Il fitorimedio”, ci spiega la Dottoressa Franchi, “è una tecnologia di biorisanamento che presenta un’elevata sostenibilità ambientale. Molte specie vegetali, oserei dire la maggior parte delle specie vegetali, sono in grado, attraverso l’apparato radicale, di assorbire e immagazzinare nelle foglie molti contaminanti inorganici come possono essere, ad esempio, i metalli pesanti, oppure di degradare, con il supporto fondamentale dei microorganismi rizosferici, pressoché tutti i contaminanti organici, ad esempio i derivati del petrolio.
La Rizosfera è l’ecosistema che si crea intorno alle radici di una pianta ed è il luogo, fondamentale, dove avviene tutto il processo di metabolismo cellulare della pianta. Le radici rilasciano sostanze che nutrono i microorganismi che, a loro volta, rilasciano sostanze che aiutano la pianta a crescere in un terreno “stressato” dall’inquinamento.

In Italia ci sono molti suoli contaminati?
Sì, sono molti, si parla di tantissimi ettari…”.
La dottoressa Franchi racconta che Syndial, la società Eni che si occupa di bonifiche ambientali, gestisce oltre 50 siti, 17 dei quali di interesse nazionale (fra i quali anche siti confluiti ex-lege). La caratterizzazione ha messo in luce contaminazione da metalli pesanti (fra i quali arsenico, mercurio, piombo, cadmio, ecc.), spesso associata a derivati del petrolio.

In cosa consiste il progetto Eni nel settore del Fitorimedio?
Da diversi anni stiamo lavorando in questo campo con l’obiettivo di selezionare, studiare e sperimentare le specie vegetali più idonee per le diverse tipologie di contaminazione. Oltre alle piante vengono selezionati e caratterizzati i microorganismi rizosferici che in associazione alle piante sono in grado di aumentare le prestazioni delle piante stesse”.
In pratica: nel sito inquinato vengono isolati i batteri che negli anni si sono naturalmente selezionati sopravvivendo in un ambiente contaminato da sostanze tossiche, viene fatta la mappatura genetica del Dna, vengono eliminati i batteri potenzialmente patogeni e fra quelli rimasti vengono selezionati quelli che hanno le migliori caratteristiche per aiutare la pianta a crescere meglio. A questo punto viene fatta una sperimentazione “in vivo”, cioè sulle radici delle piante. I batteri più funzionali vengono riprodotti in laboratorio e poi inoculati sulle piante che stanno crescendo sul suolo contaminato.
Abbiamo avuto numerose evidenze sperimentali” continua la dottoressa Franchi “che indicano un effetto molto positivo di questi inoculi, con un aumento della biomassa vegetale fino al 50%, la pianta sta meglio e cresce di più, e fino all’85% circa dell’assorbimento dei metalli.

Ci sono già applicazioni pratiche?
Pratiche ancora no. In Italia purtroppo la burocrazia è molto lunga”.
Sono in corso sperimentazioni in laboratorio e in serra, e un paio di prove di campo. Una sola vera e propria bonifica è in corso, a Ravenna, su un terreno pesantemente contaminato da idrocarburi. Viene usata la tecnica del fitorimedio dopo un ciclo di biorisanamento, cioè il rimescolamento del terreno per ossigenarlo e aumentare l’attività dei microorganismi già presenti.

Quanto tempo serve alle piante per risanare un terreno?
E’ molto relativo perché dipende dalla contaminazione, dalla specie vegetale utilizzata e dall’interazione con i microorganismi rizosferici. Le piante devono adattarsi al suolo, crescere e iniziare ad asportare eventuali contaminanti, quindi diciamo da due anni in su”.

E quando le piante hanno assorbito i contaminanti che fine fanno?
Le piante possono subire diversi processi: ci possono essere casi in cui non devono essere asportate perché l’area non ha una successiva destinazione d’uso. In quel caso rimangono lì e aiutano a stabilizzare il terreno.
Se invece viene fatta la bonifica delle piante per destinare l’area ad altro uso, industriale, abitativo o qualsiasi, la biomassa eliminata può essere valorizzata come viene valorizzata la normale biomassa vergine non contaminata.
Quindi conversione termica per produrre energia o riutilizzo per la produzione di materiali.

A questo punto la biotecnologa cita la canapa, una pianta straordinaria, dice. A Priolo Eni sta portando avanti un progetto di Phytoremediation con la canapa di un terreno contaminato da arsenico. Dopo le prove in laboratorio si è ora alla fase di sperimentazione sul campo.

Sembra di capire che c’è molta sperimentazione, ma esiste un uso della Phytoremediation su larga scala?
All’estero sicuramente di più, in America soprattutto, in Europa non tantissimo, in Italia ancora meno. E’ una tecnica di cui si parla dagli anni ‘90, funziona molto bene ma ci sono ancora delle resistenze…

Che tipo di resistenze?
I tempi sono certamente più lunghi che ‘prendere e buttare via’, cioè il famoso ‘scavo e smaltimento’ che è più costoso ma in un mese fai tutto. E poi c’è il problema della biodisponibilità…

Sul concetto di “biodisponibilità” serve un paragrafo a parte. Non tutto il metallo presente nel terreno può essere eliminato perché non tutto è biodisponibile e può quindi essere assorbito dalle piante, anzi la quantità biodisponibile è molto piccola.
Abbiamo fatto delle sperimentazioni, aggiungendo dei mobilizzanti che solubilizzano questi metalli. Anche dopo successive ripetizioni di questi trattamenti, non si arriva a raggiungere quantità superiori al 10-15%. Il resto è immobile, fissato alla matrice del suolo in modo covalente”.
Chiediamo maggiori spiegazioni: la dottoressa chiarisce che, dopo ripetuti cicli di fitorimedio la quantità di metalli che rimane sul terreno non è più pericolosa. “E’ ovvio che tutte le volte bisogna fare analisi di rischio preliminare e analisi di rischio successiva alla bonifica. Se ne occupano le varie ARPA che vanno a controllare che il rischio sia nullo”.

 

Link per approfondire:

Le piante che bonificano il terreno

Copertina: disegno di Armando Tondo

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Colazione in bicicletta

Sab, 06/16/2018 - 03:41

Ed ecco che a Bologna l’associazione Salvaiciclisti (https://salvaiciclisti.bologna.it/ ) di Bologna organizza il Bike breakfast lungo il percorso della pista ciclabile che si trova al centro dei viali cittadini.

Un tè, un caffè, qualche biscotto Alcenero (azienda partner dell’iniziativa) e per chi lo desidera anche un bell’abbraccio: tutto gratis, per ringraziare chi sceglie la mobilità sostenibile.

Il 26 aprile, primo giorno della prima colazione in bici, ha visto la partecipazione di molte persone. Alle 8,30 erano già passati 670 ciclisti con grande soddisfazione dell’ex assessore alla Mobilità Andrea Colombo che risponde a chi affermava che la pista ciclabile era vuota e inutile.

E invece…

Dopo il primo appuntamento, la colazione ne prevede molti altri in vari punti di Bologna così da poter servire più ciclisti possibile. Il sito dell’associazione, oltre che fornire informazioni, permette anche ai iscritti di proporsi come organizzatori.

L’Associazione Salvaiciclisti “è un movimento spontaneo e indipendente che nasce dall’esigenza urgente di aumentare la sicurezza dei ciclisti sulle strade italiane, sulle quali sono morti negli ultimi 10 anni più di 2.556 ciclisti, chiedendo interventi mirati per contrastare il senso si precarietà dell’utenza debole della strada”.

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Caccia, Lipu: “Mai d’accordo, neppure se finanzia la protezione dell’ambiente”

Sab, 06/16/2018 - 03:31

La situazione caccia è complessa, e per questo, per tentare di sbrogliarla, abbiamo ascoltato più voci. Siamo partiti da un dato di fatto, in questa inchiesta a puntate: l’emergenza cinghiali (cresciuti a dismisura soprattutto in alcune regioni d’Italia) ha avuto un’enorme impatto negli ultimi anni, portando novità positive – la consequenziale crescita del loro predatore naturale, il lupo – e negative: gli ingenti danni all’agricoltura, che nella puntata precedente Confagricoltura ha valutato in svariati milioni l’anno, ma anche un non trascurabile problema sicurezza, soprattutto quando, d’estate, la siccità li spinge ovunque. Abbiamo capito che alla base del problema ci sono i cacciatori, che hanno anche illegalmente introdotto e foraggiato specie aliene di cinghiali, per poterli cacciare più agilmente (e con maggior profitto: un cinghiale vale alcune migliaia di euro e l’indotto, e il mercato “nero”, è ghiotto). Ma anche gli stessi agricoltori, che pigiano sull’acceleratore della protesta per chiedere una riduzione rilevante di tutte le specie selvatiche, contribuendo allo scontro. La categoria inoltre fa lobby e ha probabilmente in parte ragione, anche se non danno loro merito i casi di truffe allo Stato per aver gonfiato le pratiche, dichiarando danni inesistenti causati dai cinghiali.

Ma come si è arrivati all’attuale, e pare irrisolvibile, emergenza cinghiali?
Come abbiamo scoperto nel corso della nostra indagine, le cause sembrano diverse. Tutti d’accordo nel dire che la legge sulla caccia è vecchia e inadeguata, e soprattutto che è troppo spesso elusa. Servirebbero nuove regole e soprattutto molti più controlli, e dopo – finalmente – potremmo utilizzare la caccia, come già proficuamente avviene in altri Paesi europei, per raccogliere i soldi delle licenze e usarli a favore della conservazione?

Nel resto del mondo, anche negli Stati Uniti e in Canada, la caccia viene ammessa e regolata in modo che serva a razionalizzare il numero di esemplari di una specie in eccesso, mentre il prezzo delle licenze va a coprire i costi di gestione dei parchi, combatte il bracconaggio, finanzia progetti di reinserimento delle specie a rischio. Perché noi non riusciamo a farlo? Sembrerebbe esserci, nell’ambientalismo italiano, una chiusura ideologica verso questa possibilità: come già ci ha detto Isabella Pratesi del Wwf, non possono essere i cacciatori a risolvere un problema da loro creato (il sovrapopolamento di cinghiali).  Ma nessuno tra gli ambientalisti ascoltati, devo dire, ha proposto soluzione alternative.

Del resto, quale altro mezzo abbiamo per ridurre oggi il numero degli ungulati, dei cinghiali in special modo, che come ha messo in luce un esperto in conservazione nel corso della nostra inchiesta, desertificano il suolo e sono non solo un danno per l’economia, ma anche per la biodiversità?

Lo abbiamo chiesto al direttore generale della Lipu, Danilo Selvaggi.
“E’ bene puntualizzare che il problema ungulati riguarda solo una parte del mondo della caccia, una parte problematica. Noi, della caccia – per storia e tradizione e cultura – non siamo certamente innamorati. Per noi gli uccelli sono una meraviglia, compiono imprese meravigliose, migrano, attraversano i mari e devono combattere con già gravissimi problemi di carenza di habitat e inquinamento. Aggiungere i fucili non è bello. Poteva essere discutibile in passato, oggi no. Noi siamo culturalmente contrari”.

Anche per quanto riguarda il tema ungulati e cinghiali?

“Limiterei prima di tutto il discorso ai cinghiali, che sono il 70-80 % degli ungulati che fanno danni. Il problema è oggettivo e innegabile. Ma è altrettanto chiaro che difficilmente i cinghialai (i cacciatori dediti alla caccia al cinghiale, in contrapposizione con i migratoristi, che cacciano uccelli) abbiano un reale obiettivo di ridurre la densità dei cinghiali: il business che ci gira attorno è troppo florido. Come già ricordato, i cacciatori hanno portato l’attuale emergenza, e sono un parte in gioco troppo coinvolta per ammetterli a sanare il problema”

E quindi?

“Negli ultimi anni, almeno dal 2006, la normativa a favore della caccia al cinghiale e agli ungulati ha seguito un’evoluzione permissiva, sempre più permissiva. In Toscana la caccia al cinghiale è stata potenziata da decenni. Eppure fino a 3, 4 anni fa la caccia non funzionava e i cinghiali aumentavano. Negli ultimissimi anni, con la nuova legge toscana, sono stati probabilmente abbattuti 230mila cinghiali, eppure le denunce da parte degli agricoltori sono costantemente aumentate. Ci sono state evidenze di perizie gonfiate solo per avere rimborsi. Siamo di fronte a una malattia che, curata con l’aiuto dei cacciatori, si aggrava. Ed è logico perché c’è tutto l’interesse a lasciare alto il numero dei cinghiali. E’ un business: cacciano e vendono la carne, che vale anche 20 o 30 euro al chilo”.

Quindi siete in totale disaccordo con l’ipotesi di recuperare i soldi delle licenze di caccia a favore dell’ambiente?

“Sì, e non è una questione ideologica ma culturale. Il prelievo venatorio comporta la riduzione di un bene comune. I cacciatori pagano le licenze perché sfruttano un patrimonio collettivo. Questi soldi devono essere utilizzati per interventi ambientali, come è già previsto. Se questo non accade (come denunciano cacciatori e agricoltori) e le regioni incamerano i soldi per altri scopi, è un problema da risolvere”.

Ma se ci fosse maggiore vigilanza e migliori leggi, dareste l’ok alla caccia al cinghiale?

“No, non cambia la sostanza. L’attività venatoria non è una buona pratica di gestione dell’ambiente. Presenta troppi problemi, ambientali ed etici“.

Anche se significherebbe avere maggiori fondi per proteggere l’ambiente?

“La protezione dell’ambiente è un ambito dello Stato. Se servono fondi per proteggere una specie, ad esempio, lo Stato deve stanziarli senza bisogno di sfruttare gli introiti della caccia”.

Sembra un po’ ingenuo pensare che lo Stato debba stanziare fondi, quando i soldi non ci sono…

“La conservazione della biodiversità spetta allo Stato, che deve trovare i soldi per aiutare le specie in sofferenza”.

Ma lei crede ci sia un problema ideologico? Voglio dire: l’ambientalismo vede il cacciatore come un male peggiore di chi consuma carne comprata dalla grande distribuzione. Eppure, in fondo, cacciare specie in soprannumero è un modo per avere carne molto più sostenibile rispetto a comprare carne proveniente da allevamenti intensivi.

“La carne della grande distribuzione è un grave problema in termini di deforestazione, consumo di acqua e suolo, emissioni di gas serra. Il consumo va ridotto. Ma noi crediamo che ancora oggi chi compra è inconsapevole del problema che alimenta. Le persone dovrebbero porsi il problema e informarsi. Quanto al mondo della caccia, in gran parte i cacciatori non cacciano per mangiare: lo fanno per passione, per amore delle armi e per tradizione”.

Che i cacciatori mangino la carne che cacciano, che la mangi la loro famiglia, o che la vendano, sembra comunque a tutti gli effetti e paradossalmente un modo più “ambientalista” di vivere rispetto a chi compra dai supermercati. D’altra parte, non è affatto detto che chi mangia la carne della grande distribuzione ignori la propria impronta, vista la sensibilità mostrata dalla stampa sul tema negli ultimi anni, ma più probabilmente che semplicemente se ne freghi.

Sembra la solita battaglia che divide l’Italia in fazioni: guelfi e ghibellini, vegani e carnivori, ambientalisti e cacciatori. Nessuna possibilità di dialogo, nessuna risposta ai problemi.

 

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

Incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Caccia, agricoltori: “Diventiamo bracconieri per necessità!“

Caccia, Lipu: “Mai d’accordo, neppure se finanzia la protezione dell’ambiente”

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Donazioni di sangue: in Italia continuano a calare

Sab, 06/16/2018 - 02:47

Qualche giorno fa era il World Blood Donor Day, la giornata mondiale del donatore di sangue, istituita per celebrare coloro che, volontariamente e senza essere pagati, decidono di donare il proprio sangue per salvare le vite di altre persone.

Gli italiani sono tra i migliori donatori di sangue in Europa, tra i primi posti quanto a donazioni e tra i più fedeli, come hanno rivelato diverse indagini svolte negli scorsi anni.

In questi anni però i donatori continuano a calare: nel 2017 le donazioni sono state ben 30mila in meno rispetto all’anno precedente, un calo che continua dal 2012. I dati sono stati resi pubblici dal Centro Nazionale Sangue, che ha registrato per il 2017 oltre tre milioni di donazioni, con cui sono state effettuate oltre 637mila trasfusioni. Sono stati raccolti poi quasi 830mila chili di plasma, indispensabile per la produzione di una serie di farmaci salvavita.

Presentando la situazione, si è spiegato che il sistema di compensazione tra Regioni permette di soddisfare i bisogni di tutte le Regioni italiane, ma è necessario che ognuna continui a fare la sua parte.

Proprio in questi giorni parte la campagna “Esserci per qualcun altro”, ispirata a quella lanciata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’obiettivo è quello di sensibilizzare anche i più giovani per evitare che la popolazione dei donatori “invecchi” troppo, perché il numero dei donatori continui ad aumentare e per insegnare ai ragazzi un atto di solidarietà volontario che fa bene alla società e a ognuno di noi, che in caso di bisogno, sapremo di poter contare su qualcuno.

Nella foto, due donatori volontari dell’Avis agli albori delle pratiche di donazione negli anni ’60

Nella foto, due donatori volontari dell’Avis agli albori delle pratiche di donazione negli anni ’60

 

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Basta cannucce di plastica a Wimbledon

Sab, 06/16/2018 - 02:00

Il torneo di tennis più famoso del mondo, un classico dell’estate inglese, non sarebbe lo stesso senza un sorso di Pimm’s, il cocktail più “British” che esista, da servire in un bicchierone di gin, liquore, menta, frutta e ghiaccio. Ma a Wimbledon, quest’anno dal 2 al 15 luglio, la bevanda alcolica dell’upper class farà a meno della cannuccia di plastica. Nella scorsa edizione ne sono state usate 400 mila e nel 2018 gli organizzatori hanno deciso di dire basta, scegliendo le cannucce di carta riciclabile.

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Il 14 luglio si inaugura la pista ciclabile più bella d’Europa

Ven, 06/15/2018 - 09:54

L’hanno ribattezzata la ‘ciclabile più bella d’Europa’, con quelle curve a strapiombo sul lago di Garda. Gli appassionati di bici – che da mesi aspettano di pedalare su quella meravigliosa ciclabile – sono pronti per il 14 luglio: data di inaugurazione del primo tratto dell’anello attorno al lago, da Limone del Garda fino alla provincia di Trento.

Qui le prime foto della ciclovia

Qui l’articolo di Repubblica

 

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Come agiscono i principi attivi della Cannabis Sativa

Ven, 06/15/2018 - 03:18

Il delta-9-tetraidrocannabinolo o Thc (detto anche delta-9-Thc o tetraidrocannabinolo) e il cannabidiolo o Cbd sono due sostanze presenti nella Cannabis. Il loro funzionamento è spiegato nell’ “Allegato tecnico per la produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis” al Decreto ministeriale 9 novembre 2015, in cui si legge che le azioni farmacologiche del Thc – presente nelle estremità portanti fiori e frutti delle piante di Cannabis sativa – risultano dal suo legame con i recettori cannabinoidi CB1 e CB2, che si trovano principalmente nel sistema nervoso centrale, e nel sistema immunitario. Il Thc risulta quindi essere un agonista parziale di entrambi i recettori CB e in particolare per la sua azione sul recettore CB1 è il responsabile degli effetti psicoattivi della cannabis, procurando la conosciuta sensazione di “sballo”. Inoltre allo stesso tempo agisce anche su altri recettori e su altri target (canali ionici ed enzimi) sortendo diversi potenziali effetti antidolorifici, antinausea, antiemetici e stimolanti l’appetito.

Il cannabidiolo (Cbd), invece, non ha effetti psicoattivi poiché sembra non legarsi in concentrazioni apprezzabili né ai recettori CB1 né ai recettori CB2, ma influenza l’attività di altri recettori e altri target (quali canali ionici ed enzimi) con un potenziale effetto antinfiammatorio, analgesico, anti nausea, antiemetico, antipsicotico, anti ischemico, ansiolitico e antiepilettico.

Il Thc ha effetti psicoattivi
Poiché il Thc ha effetti psicoattivi, la legge in Italia ne annovera il consumo tra le attività illecite, a meno che non sia presente una specifica prescrizione medica per il trattamento di una determinata patologia: in questo caso, però, si parla di cannabis a scopo terapeutico, acquistabile dietro presentazione di ricetta medica. L’articolo 13 della legge 162/1990 precisa infatti che “è vietato l’uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope tra cui i tetraidrocannabinoli e i loro analoghi”, e che “è vietato qualunque impiego di sostanze stupefacenti o psicotrope non autorizzato”, mentre “è consentito l’uso terapeutico di preparati medicinali a base di sostanze stupefacenti o psicotrope debitamente prescritti secondo le necessità di cura in relazione alle particolari condizioni patologiche del soggetto”.

Il Cbd non è uno stupefacente
Il Cdb, che non è annoverato tra le sostanze stupefacenti in quanto non ha effetti psicoattivi, sarebbe invece responsabile – per dirla in poche parole – del noto “effetto-relax” che consegue al consumo di cannabis, oltre ad avere un potenziale effetto a livello antinfiammatorio, analgesico, anti nausea, antiemetico, antipsicotico, anti ischemico, ansiolitico e antiepilettico.

Diverse linee genetiche di cannabis, diversi effetti
Le piante del genere Cannabis (comunemente conosciute anche col nome di canapa) sono conosciute da millenni. Tutte le piante di questo genere contengono in varie concentrazioni tra 400 e 750 diverse sostanze, e di queste circa 40 sono cannabinoidi, all’interno dei quali si trovano il tetraidrocannabinolo (Thc) e il cannabidiolo (Cbd). Nell’allegato tecnico per la produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis si specifica che “esistono diverse linee genetiche di cannabis che contengono concentrazioni differenti dei principi farmacologicamente attivi e, conseguentemente, producono effetti diversi; pertanto gli impieghi ad uso medico verranno specificati dal Ministero della salute, sentiti l’Istituto superiore di sanità e l’AIFA per ciascuna linea genetica”.

 

INDICE INCHIESTA CANAPA

Come agiscono i principi attivi della Cannabis Sativa

Lo giuro, non è una canna vera! (VIDEO)

Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Canapa legale: cosa dice la circolare del Ministero sulla cannabis

Le proprietà nutritive della canapa (VIDEO)

Le stupefacenti proprietà nutritive della canapa nell’alimentazione quotidiana

 

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Più erbacce (e street art) nelle nostre città!

Ven, 06/15/2018 - 02:20

È un’artista di San Francisco che si concentra principalmente sulla creazione di murales nello spazio pubblico.

 

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Obesità infantile: l’Italia tra i Paesi europei con i tassi più alti

Ven, 06/15/2018 - 02:18

Nonostante i miglioramenti registrati rispetto a dieci anni fa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il nostro Paese è nella classifica dei peggiori Paesi europei per obesità infantile. I pediatri, però, non demordono, e stilano un decalogo per prevenire l’obesità nei bambini

I bambini con problemi di peso in eccesso nel nostro Paese sono molti. Troppi. Più di quanto si potrebbe immaginare, considerando che l’Italia è la patria della dieta mediterranea. In particolare, secondo gli ultimi dati, due su dieci (il 21,3%) sono in sovrappeso e uno su dieci (9,3%) è obeso, per un totale di tre bambini su dieci che pesa più di quanto dovrebbe. Al punto che, nonostante i miglioramenti registrati rispetto a dieci anni fa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il nostro Paese è tra quelli con i peggiori tassi di obesità infantile.

Sotto accusa gli errori a tavola…

Sotto accusa errati stili alimentari: “In Italia  l’8% dei bambini salta la prima colazione e il 33% fa una colazione comunque inadeguata, cioè sbilanciata in termini di carboidrati e proteine condizionando negativamente l’equilibrio calorico del resto dei pasti – spiega Angela Spinelli, Direttrice del Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute (CNaPPS) dell’Istituto Superiore di Sanità – a metà mattina, infatti  il 53% fa una merenda troppo abbondante e a tavola il 20% dei genitori dichiara che i propri figli non consumano quotidianamente frutta e verdura, mentre durante la giornata il 36% consuma quotidianamente bevande zuccherate o gassate. Neanche sufficientemente ancora ci avviciniamo a un corretto bilanciamento dei nutrienti nell’alimentazione dei nostri bambini”.

…e il poco movimento fisico

Non solo errori nell’alimentazione. Un altro fattore che contribuisce all’aumento di peso corporeo nei bambini è la scarsa attività fisica. Basta pensare che, come spiega Spinelli, “quasi un bambino su cinque e un adolescente su sei durante la settimana non svolge alcun tipo di esercizio fisico né giochi di movimento, o lo fa al massimo una volta a settimana, quando invece le indicazioni per una vita salutare parlano di un’ora quotidiana di attività”. L’attitudine alla sedentarietà è poi rinforzata dall’uso delle tecnologie: tra videogiochi, tv e smartphone il 41% interagisce con uno schermo per più di 2 ore al giorno, sottraendo tempo a passatempi più movimentati.

Piccoli passi in avanti (che non bastano)

Sebbene la battaglia contro l’obesità infantile sia ancora lontana dall’essere vinta, qualche passo in avanti nel nostro Paese è stato compiuto: secondo i dati aggiornati al 2016 rilevati dal Sistema di Sorveglianza Okkio alla Salute promosso dal Ministero della Salute e dal Centro per il Controllo e la prevenzione delle Malattie (CCM), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia in meno di dieci anni i bambini obesi e in sovrappeso sono diminuiti del 13%: in particolare l’indagine mostra che la percentuale di bambini obesi di età compresa tra i 6 e i 10 anni è scesa dal 12% del 2008/09 al 9,3% del 2016, e quella dei bambini in sovrappeso è passata dal 23,2% del 2008/9 al 21,3% del 2016.

La Dieta mediterranea sembra un vecchio ricordo

Nonostante i progressi degli ultimi anni, l’Italia figura ancora tra i paesi europei con i peggiori tassi di obesità infantile. A dimostrarlo sono i dati raccolti dalla “Childhood Obesity Surveillance Initiative – COSI” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a cui partecipano più di 30 Paesi e in cui l’Italia figura tra le nazioni con i più elevati livelli di sovrappeso e obesità. Un quadro della situazione che viene confermato anche dal Food Sustainability Index (l’indice di sostenibilità alimentare realizzato dall’Economist Intelligence Unit e dalla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition), strumento che mette a confronto 34 Paesi del mondo in base all’impatto ambientale e socioeconomico dei loro modelli alimentari, secondo cui il nostro Paese è sempre più all’avanguardia in quanto a tecniche agricole a basso impatto ambientale, ma sempre più distante da una cultura alimentare legata al territorio: tanto che, nella classifica dei paesi più virtuosi dal punto di vista alimentare che guarda a fattori quali adeguatezza nutrizionale, bassi livelli di carenza di micronutrienti e tassi di obesità, l’Italia risulta all’ottavo posto, preceduta da Francia (al primo posto), Portogallo, Grecia, Spagna, Israele, Turchia e Tunisia.

Poca educazione nutrizionale (e troppo fast food)

“La posizione sorprendentemente bassa occupata dall’Italia in questa classifica (8° posto)”, si legge nel report, “è essenzialmente riconducibile alla voce che riguarda l’obesità infantile (nonostante vi sia stato un leggero miglioramento negli ultimi anni), nonché a un punteggio relativamente basso per i modelli alimentari (soprattutto a causa di una scarsa educazione nutrizionale e a un numero relativamente alto di persone che mangiano nei fast food). Il punteggio basso riportato alla voce modelli alimentari potrebbe essere in parte dovuto al fatto che, a seguito della crisi finanziaria mondiale del 2008-09, in Italia è aumentato in maniera significativa il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà nazionale (il 29%, rispetto al 14% in Francia e al 19% in Portogallo)”.

Il decalogo anti-obesità dei pediatri

Per cercare di mettere un argine al dilagare del sovrappeso e dell’obesità tra i bambini, la Società Italiana di Pediatria (SIP) e la Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP) hanno messo a punto un decalogo da osservare in diverse fasi della vita e a partire dalla gravidanza – perché le abitudini materne possono influenzare anche di molto la futura salute del bimbo.

1) In gravidanza la futura mamma deve fare attenzione all’eccessivo aumento di peso materno e al fumo: troppi chili in gravidanza si associano infatti a un aumentato rischio di sviluppare l’obesità in età evolutiva. Quanto al fumo, oltre ai tanti danni alla salute per la gestante e per il feto, il fumo materno nel periodo perinatale aumenta il rischio di sovrappeso all’età di 7 anni (indipendentemente dal peso alla nascita). Il rischio aumenta se la madre fuma anche nel periodo postnatale o se il bambino è esposto al fumo passivo.

2) Favorire l’allattamento al seno esclusivo possibilmente fino a 6 mesi: riduce tra il 12 e il 26% il rischio obesità nelle età successive.

3) Evitare un eccessivo aumento di peso e del rapporto peso/lunghezza sin dai primi mesi di vita: un rapido incremento di peso nei primi mesi di vita è un fattore di rischio per l’obesità. L’azione preventiva si basa principalmente sull’attenzione al tipo, quantità e periodo di introduzione degli alimenti. Seguire sempre i consigli del pediatra.

4) Non introdurre prima dei 4 mesi alimenti solidi e liquidi diversi dal latte materno o dalle formule per lattanti. Le raccomandazioni nutrizionali internazionali e nazionali suggeriscono di iniziare l’alimentazione complementare quanto più possibile vicino ai 6 mesi di vita.

5) In età scolare, a partire quindi dai 6 anni, è più facile che il bambino, anche in compagnia dei genitori, mangi più spesso fuori casa: è bene stabilire fin da subito regole chiare e limitare l’uso dei fast food, che si associa a un aumento di assunzione di “cibo spazzatura” e a una ridotta assunzione di vegetali freschi.

6) Evitare bevande zuccherate, sport drink, succhi di frutta con zuccheri aggiunti. In età adolescenziale, inoltre, no a bevande alcoliche e energy drink.

7) Ridurre a meno di 2 ore al giorno cumulative il tempo trascorso davanti a uno schermo (TV, videogiochi, computer, cellulare, ecc.): a causa di queste attività i bambini corrono il rischio di mangiare in modo meno salutare e di fare meno attività fisica.

8) Favorire il riposo notturno: dormire poco è infatti un potenziale fattore di rischio per il sovrappeso e l’obesità in età pediatrica.

Infine, due regole che valgono per tutta la vita: seguire un’alimentazione a bassa densità calorica, basata sui principi della dieta mediterranea, con almeno 5 porzioni tra frutta, verdura e ortaggi, privilegiando le fonti vegetali di proteine e ripartita in circa 5 pasti giornalieri; trascorrere mediamente almeno 60 minuti al giorno in attività fisica di livello almeno moderato.

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Le ricette di Angela Labellarte: fiori di zucchina ripieni

Ven, 06/15/2018 - 02:12

Ingredienti per 4 persone

Fiori di zucchina 8
Ricotta 400 gr.
Menta 1 rametto
Sale un pizzico
Olio EVO 4 cucchiai

Per la salsa di parmigiano
Panna 150 gr.
Parmigiano reggiano grattugiato 3 cucchiai

Preparazione

Pulire i fiori staccando con attenzione le escrescenze laterali, lo stelo e il pistillo.
In una ciotola condire la ricotta con sale e menta tritata grossolanamente e amalgamare gli ingredienti mischiando bene.
Versare la crema ottenuta in una sacca da pasticceria e riempire delicatamente i fiori. In una padella mettere l’olio e poi disporre i fiori ripieni e lasciar cuocere per 10 minuti a fuoco medio.
Per preparare la salsa di parmigiano: far bollire in una padella la panna e il parmigiano reggiano, mischiare per pochi secondi fino a ottenere una salsa.
Impiattare i fiori di zucchina e condirli con la salsa al formaggio.

Tempo di preparazione: 30 minuti circa

Ph. Angela Prati

 

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Mal di schiena: un semplice esercizio di rinforzo

Ven, 06/15/2018 - 02:09

Quando i muscoli arrivano ad essere molto deboli, devono essere rinforzati gradualmente, secondo progressioni che non li sovraccarichino. Ecco un modo efficace per semplificare un esercizio molto famoso: il plank.

 

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Salvare le Biblioteche si può

Gio, 06/14/2018 - 10:47

Non so quanti romani conoscano la Casa delle letterature, un gioiello nel pieno centro storico di Roma. Non è solo una bella biblioteca comunale, ben attrezzata e ben organizzata: è uno spazio di vita condivisa della città. Un giardino in perfetto ordine, sale e aule come se fossimo in un’università anglosassone, aree per stare insieme, non solo a leggere. Mettere piede in un luogo del genere significa respirare fino in fondo l’aria e il significato delle biblioteche. Un grande patrimonio nazionale che purtroppo stiamo sprecando e disperdendo. I numeri sono impietosi. Negli ultimi dieci anni il personale che lavora nelle biblioteche pubbliche (nazionali, comunali, regionali) è dimezzato: siamo a circa 900 persone in tutto, la metà del 2008. Meno lavoratori significano più chiusure degli spazi, e orari sempre più corti. Così le biblioteche muoiono. Si può fare qualcosa per salvarle?

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Raccolta differenziata rifiuti: Forlì accelera

Gio, 06/14/2018 - 10:30

Il traghettamento tra Hera e Alea Ambiente per quanto riguarda il servizio di raccolta dei rifiuti è completato, ed ora si passa al primo ambizioso obiettivo della nuova società, la copertura totale del “porta a porta”, vale a dire la raccolta domiciliare tramite bidoncini personali, su tutto il territorio dei 13 Comuni che hanno aderito al progetto. Al momento tale sistema è in vigore a Forlimpopoli, Bertinoro e circa il 50% del Comune di Forlì.

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Le foto più belle per Survival International

Gio, 06/14/2018 - 07:42

Noi, gli indigeni che potrebbero non esistere nel 2018.

La vendita del calendario finanzierà azioni a difesa delle minoranze etniche.
Nella foto una donna Khampa munge una mucca a Kham, una regione storica che si estende su un’area divisa tra l’attuale regione autonoma del Tibet e il Sichuan in Cina. Kham è abitata da più di 14 gruppi etnici culturalmente e linguisticamente distinti.

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Vivere e coltivare secondo i ritmi della natura (VIDEO)

Gio, 06/14/2018 - 04:55

Producono vini da uve da agricoltura biologica. L’azienda è in fase di conversione, una scelta precisa per ritornare a coltivare secondo i ritmi e i tempi della natura, riscoprendo vecchie varietà e nuovi sapori.

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Vichinghi, Napoleone, i Migranti… le bugie fanno la storia

Gio, 06/14/2018 - 00:01

Oggi ci occupiamo delle bugie, delle falsità o, come si dice nel web, dei fake.

Fake che si sono diffusi e radicati nel tempo diventando, nella percezione collettiva, delle “verità”. A titolo di esempio ecco una piccola lista:

  • Napoleone era basso

Una storia inventata dai suoi detrattori. Misurava 169 centimetri. In realtà era al di sopra dell’altezza media di un uomo francese del tempo (164 centimetri)

  • I vichinghi avevano gli elmi con le corna

Il copricapo con questa forma è stato creato da un costumista del diciannovesimo secolo per un’opera di Wagner. I vichinghi non portavano le corna!

  • Cintura di castità

Non era uno strumento medievale anti-adulterio. E’ stata invece inventata dai puritani nel diciottesimo secolo per prevenire “pericolose” masturbazioni.

  • L’Italia è piena di immigrati, più degli altri paesi europei

In Italia gli stranieri rappresentano l’8% della popolazione, meno dell’Austria (14%), dell’Irlanda e del Belgio (12%), della Germania (11%), della Spagna (10%), del Regno Unito (9%)…

  • L’Italia è invasa dai flussi migratori

Come raccontato nell’articolo di Ste Stells l’afflusso di migranti si è drasticamente ridotto nel corso degli ultimi 2 anni.

  • Non c’è abbastanza spazio per ospitare chi arriva dall’estero

Negli ultimi 2 anni il numero di persone emigrate dall’Italia e dei decessi è stato superiore al numero di persone immigrate in Italia e delle nascite. La popolazione residente in Italia sta diminuendo, non aumentando, e ci sono paesi dell’interno che stanno diventando dei paesi fantasma.

Come avviene che si sedimenti nella mente delle persone una bugia diventando verità?

Occorrono 3 condizioni:

– che riguardi un gruppo sociale e/o un periodo storico che ci siano estranei, meglio se abbiamo nei loro confronti dei pregiudizi (gli ebrei, gli africani, il medio evo…)

– che a dirla almeno inizialmente siano persone ritenute credibili (p. es. uno scrittore affermato, un leader politico popolare…). Questo attraverso i fan che la rilanciano, il lavoro degli uffici stampa… fa sì che diventi “virale”

– che ci siano dei media che si prestino a veicolarla senza troppi controlli e verifiche (come avviene oggi per esempio con i social).

Come ricorda Nate Silver nell’introduzione del suo libro “Il segnale e il rumore” (Fandango Libri, 2013), l’invenzione di Gutenberg della stampa a caratteri mobili produsse anche centinaia di anni di guerre sante. Prima di Gutenberg i libri erano copiati a mano, ne esistevano pochissime copie che costavano cifre importanti: un libro in media costava 20.000 euro di oggi. La stampa a caratteri mobili cambiò questa situazione. Ora una copia costava in media 50 euro. Il numero di libri prodotti crebbe esponenzialmente e ora potevano scrivere, farsi stampare e diffondere le loro opere molte più persone di prima.

La lista dei best seller venne presto dominata da testi eretici e pseudo scientifici, gli evangelizzatori fecero un uso entusiasta di questo nuovo strumento di diffusione e la grande confusione che ne seguì contribuì a provocare e alimentare una serie di guerre e persecuzioni religiose che resero il diciassettesimo secolo il più sanguinoso della storia umana, a eccezione forse del ventesimo. La sola guerra dei Trent’anni provocò la morte di un terzo della popolazione della Germania.

Poi come sappiamo l’esplosione del numero di informazioni prodotta dalla stampa ci ha regalato successivamente molte cose buone; ma ci sono voluti 3 secoli e milioni di morti sui campi di battaglia di tutta Europa perché questi vantaggi si affermassero.

Con l’avvento del World Wide Web e dei social stiamo assistendo a un fenomeno analogo a quello della rivoluzione della stampa a caratteri mobili.

Prima coloro che erano abilitati a scrivere e diffondere notizie erano in pochi (i giornalisti della carta stampata, della tv, della radio…); oggi chiunque può scrivere sui social.

Prima le notizie erano filtrate e verificate (meglio o peggio, a seconda dei casi) dai mass media; oggi ognuno può pubblicare qualsiasi cosa senza verifica.

Prima i politici se volevano esprimere il loro pensiero erano “mediati” dai giornalisti che li intervistavano; oggi presidenti della repubblica e ministri esprimono il loro pensiero e addirittura indirizzi di governo con un tweet che poi magari possono cancellare, autosmentirsi, modificare…

Ancora una volta, come all’epoca di Gutenberg, bisogna avere fiducia nelle capacità della specie umana di impadronirsi progressivamente delle nuove tecnologie e farne un uso positivo superando i problemi legati alla fase “infantile” dell’innovazione. Come diceva Mao Tse Tung “c’è grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

Ma nel frattempo: attenzione alle bugie!

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CicloCinema, il primo festival di cinema sostenibile

Mer, 06/13/2018 - 09:28

(Rinnovabili.it) – Bicicletta, borraccia e pop corn: ecco tutto quello che vi servirà per partecipare al Ciclocinema, il primo festival di cinema itinerante del Trentino-Alto Adige interamente alimentato dall’energia delle pedalate!
Il CicloCinema si svolgerà tra il 16 ed il 20 giugno e farà tappa a Riva del Garda, Molveno, Cles, Merano e Bolzano. L’idea è di un gruppo di ragazzi che ha puntato sulla passione per la bicicletta, per il cinema e per la sostenibilità.
Gli spettatori, dandosi il cambio su due delle dieci bici disponibili, potranno prendere parte al Festival pedalando e rendendo l’evento energicamente autosufficiente.

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La California impone per legge il fotovoltaico nei nuovi edifici

Mer, 06/13/2018 - 09:16

(Repubblica) – La California è diventata il primo Stato americano a imporre il vincolo fotovoltaico nei nuovi edifici.
I nuovi requisiti, votati lo scorso 9 maggio dalla Commissione energetica californiana, entrano in vigore a partire dal 2020 e fanno parte degli sforzi ambiziosi del Golden State per ridurre le emissioni di gas serra.
Il vincolo riguarderà tutte le abitazioni unifamiliari, appartamenti e condomini fino a 3 piani. Fuori rimangono alcune eccezioni come le abitazioni ombreggiate dal verde circostante o quelle dotate di tetti molto piccoli.

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