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Aggiornato: 39 min 48 sec fa

Allarme Onu: a rischio estinzione api, pipistrelli, scoiattoli e ricci

Sab, 05/11/2019 - 18:00

Nuova allarme per il pianeta: in tempi «relativamente brevi» scompariranno dalla Terra e dagli Oceani un milione di specie animali e vegetali – tra cui allodole, api, scoiattoli rossi, pipistrelli e ricci – in pratica l’equivalente di 1/8 di tutte le specie che popolano il pianeta.

A lanciare l’allerta è l’organismo Onu sulla biodiversità, che la scorsa settimana si è riunito a Parigi per una settimana presenti i rappresentanti di 130 Paesi. È un dato shock quello annunciato dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes) che dalla capitale francese ha chiesto formalmente ai leader mondiali di passare all’azione quanto prima, perché ancora non tutto è perduto. Secondo gli esperti l’unica speranza per evitare il peggio è quella di porre fine allo sfruttamento intensivo degli ecosistemi per le attività umane.

«La salute degli ecosistemi da cui dipendiamo, come tutte le altre specie, peggiora in modo più rapido che mai», sintetizza il presidente dell’Ipbes, Robert Watson, spiegando che il pianeta sta erodendo «le fondamenta stessa delle sue economie, dei mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità di vita nel mondo intero».

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Avere sempre ragione fa malissimo alla salute

Sab, 05/11/2019 - 15:00

La vita si è evoluta dalle forme primitive a creature sempre più complesse e intelligenti perché tendenzialmente penalizza gli stupidi.
Essere intelligenti conviene, anche considerando l’evoluzione.
Guarda che fine hanno fatto i dinosauri, per altro efficienti per molti versi, sono spariti dalla faccia della terra a causa della loro ghiozzezza sociale. In centinaia di milioni di anni sono riusciti a produrre, dal punto di vista concertistico, solo enormi scoregge bitonali. Non sarebbero mai arrivati a suonare la tromba!
Quindi vennero sterminati.

In termini generali chi è intelligente è avvantaggiato.
E visto che artisti e scienziati sono indiscutibilmente (statistiche Oms) la categoria umana che vive più a lungo, possiamo affermare che la durata della vita e la buona salute sono legate all’intelligenza (ci sono scienziati e artisti pirla ma sono comunque professioni che selezionano parecchio).
Detto questo dobbiamo porci la seguente domanda: possiamo sviluppare la nostra intelligenza?
Per rispondere a questo quesito dobbiamo partire da un’altra questione soggiacente: siamo intelligenti?

La mente mente continuamente.
Se non mentiva si chiamava sincera.

Il più grosso limite della mente umana è che essa funziona a intermittenza e che adora la tranquillità che prova quando è convinta di aver ragione.
Quel che ho appena detto illustra perfettamente oltre che sinteticamente il grande dramma dell’Umanità: ogni tanto siamo un po’ pirla, facciamo cazzate, ma stiamo veramente bene solo quando ci convinciamo che non sbagliamo mai.
Tragica antitesi di concetti matematicamente inconciliabili.

Che la tua mente, povera creatura, funzioni a tratti lo hai sperimentato spesso: cerchi le chiavi in tasca dieci volte e non le trovi, poi le cerchi in tutta la casa e non ci sono, poi sconsolatamente metti le mani in tasca di nuovo e (sorpresa!) le chiavi sono lì, in tasca!
Quindi che il cervello ogni tanto disfunzioni è un fatto semplice da dimostrare.
Questo piacere nell’avere ragione ha una causa semplice. Ci sono migliaia di studi che dimostrano la disastrosa esistenza di un meccanismo potente: godiamo come pangolini in amore quando ci pare che tutto intorno a noi sia a posto.
Il cervello ama la tranquillità consueta e quando gli sembra che siamo riusciti a conquistarci un angolo di tranquillità, ci regala vere e proprie scariche di droghe naturali: endorfine, dopamine e simili…
Sostanze che sono prodotte dal nostro stesso corpo e che oltre a darci sensazioni mentalmente e fisicamente piacevoli provvedono a far funzionare meglio tutti gli organi; quindi DOPPIO BENESSERE! WOW!!!
E siccome quando sono convinto che ho ragione mi pare che tutto intorno a me vada bene, e siccome sono goloso di queste droghe gratificanti, allora succede che anche quando ho torto marcio mi convinco di aver ragione, pur di assaporare una boccata di dopamina.
A questo meccanismo di base se ne giunge un secondo strettamente connesso: la mente umana si è evoluta durante milioni di anni allo scopo di trovare cibo, sesso e contemporaneamente sopravvivere a ogni tipo di pericolo.
E per ottenere questo il cervello di animali e umani ha sviluppato una strabiliante capacità di leggere la realtà. Capiamo subito se quella macchia scura che ci sta piombando addosso è una pericolosissima tigre!
In ogni istante arrivano al cervello milioni di informazioni. Il cervello è essenzialmente una macchina capace di filtrare le informazioni utili in questo marasma. Per fare questo la nostra struttura mentale è basata su schemi, modelli.
Piaget ci ha spiegato che il processo di apprendimento del bambino richiede numerose esperienze per creare un modello riconoscibile di un oggetto. Il bambino deve toccare la sedia, leccarla, passarci sotto, farla cadere, salirci sopra, svariate volte prima di crearsi uno schema mentale che poi gli permetterà di riconoscere lo schema sedia in un batter d’occhio, a prescindere dalla forma di quella particolare sedia e dal punto in cui la guardiamo. Si tratta di una capacità straordinaria che quando i nostri avi erano scimmie nella giungla, ha permesso loro di sopravvivere perché riuscivano a riconoscere una tigre a colpo d’occhio (anche senza doverla toccare, leccare, rovesciare, salirci sopra). Cioè una volta stabiliti alcuni schemi essenziali di riconoscimento possiamo elaborali per svilupparne altri.
Ripeto: un procedimento assolutamente straordinariamente efficiente e stupefacente. Ma siccome noi viviamo in un sistema complesso questo diventa a volte un grave handicap; infatti tendiamo automaticamente, naturalmente, strutturalmente, a esprimere un giudizio il più velocemente possibile sulla base di un sistema di identificazione e di giudizio preconfezionato.
Per comprendere la portata di questo fenomeno basta guardarsi una delle tante trasmissioni televisive di illusionisti e prestigiatori: non riusciamo a vedere i trucchi proprio perché il nostro cervello è attratto dai movimenti più vistosi (possibile fonte di pericolo), quindi hanno la priorità nel nostro sistema di identificazione; il che porta al fatto che non vediamo proprio una serie di movimenti dell’illusionista, perché sono meno evidenti.
Non vedere il trucco di un mago, al limite è divertente perché ci induce piacevole stupore. Il problema è che lo stesso fenomeno viene sfruttato da ogni sorta di escrementi putridi sub umani: truffatori, prevaricatori, politici e simili. Basta guardare come vota la maggioranza dei terrestri…
Aggiungiamo infine che la mente si è sviluppata per riconoscere quel che ci sta succedendo ora, dove possiamo ora trovare cibo, sesso e sicurezza… Quindi abbiamo una buona percezione dell’istante presente, mentre è debole la nostra capacità di analizzare il passato o di proiettare l’effetto delle nostre azioni nel futuro.
Ci sono centinaia di studi che dimostrano che siamo maestri nel fabbricarci falsi ricordi dei quali siamo assolutamente certi. Ugualmente osservando gli schemi che riconosciamo nel presente siamo bravissimi, grazie a un pizzico di pessimismo, a immaginare continuamente apocalissi totali di vario tipo; da quando ho memoria ho sentito parecchie persone terrorizzarsi per la terza guerra mondiale, il colpo di stato, l’ozono, il Millennium Bag, la Mucca Pazza, la gallina scema, il 21 dicembre 2012…
Chilotoni di inutile paura.

Tutte queste predisposizioni all’errore messe insieme hanno poi effetti devastanti sulle relazioni quotidiane, in famiglia e sul lavoro.
C’è un sacco di esseri umani che non sono capaci di ammettere di avere sbagliato, che non si ricordano quel che hanno fatto, che coltivano paure immotivate, che vedono pericoli dappertutto. Ci sono quelli che hanno ragione solo loro e parlano tutto il giorno di quanto gli altri sono stupidi.
Un esercito smisurato di pirla con i quali è meglio avere a che fare il meno possibile.

E aggiungo che questo atteggiamento mentale, questa abitudine di cullare illusioni e preconcetti, questa intenzione, non è sana. Chi la pratica non riesce poi a risvegliare la propria mente creativa.
Perché quando sostengo di avere senza dubbio ragione io, quando cancello pezzi del mio passato e mi invento eventi mai esistiti, in un angolo della mia mente so che è una cazzata. Sto mentendo a me stesso. E questo mi porta a dubitare di me. A essere mentalmente scisso e questa scissione disperde la mia energia, non mi permette di focalizzarla. Vaporizza la mia intenzione positiva e mi fa perdere la capacità di indirizzarla verso un risultato utile.
Se voglio che la mia mente lavori al meglio possibile e produca pensieri sensati devo rendermi conto che è necessario fare attenzione alle trappole della mente e mettere continuamente in discussione le mie idee.
In fondo non è difficile: basta dare valore a questo meccanismo, rendersi conto che solo la verifica degli schemi di identificazione e giudizio ci mette relativamente al sicuro. E dirselo. Ogni volta che parte la verifica di un’idea dirsi: wow come sono intelligente che non penso a vanvera ma sottopongo a verifica i miei pensieri! Basta dirselo con entusiasmo per creare rapidamente un meccanismo di gratificazione (scarica di endorfine) che invece di scattare solo quando riusciamo a identificare un aspetto della realtà scatti anche quando sottoponiamo questo schema a verifica.

La mancanza di una sana decisione a proposito del mio diritto al piacere (voglio soffrire) e alla necessità di essere aperti alla correzione di idee sbagliate sono due fattori che insieme, come un padre e una madre snaturati, generano un orribile figlio.
Ho ragione io, gli altri sono stupidi, la prima cosa che mi viene in mente è quella giusta… assomma queste due modalità e cosa ottieni: pessimismo (perché sono tutti cattivi e hanno ricordi sbagliati); e il pessimismo si sposa col disprezzo per gli altri; quindi si rafforza via via una concezione di sé come entità separata dagli altri, noi diventiamo una fortezza da difendere dagli altri; perdiamo quindi il naturale senso di appartenenza a una comunità. E questo è la terza e ultima trappola che può catturare come una devastante tagliola la nostra capacità di ragionare e di vivere nel modo migliore. Ma di questo ti parlerò nella prossima puntata.

Edimburgo, troppo inquinamento: addio alle automobili

Sab, 05/11/2019 - 15:00

Il primo stop alle automobili c’è stato domenica 5 maggio 2019 ed Edimburgoprima città nel Regno Unito ad aderire al movimento ‘Open Streets’, chiudendo le strade del centro storicodalle 12:00 alle 17:00. Si proseguirà per 18 mesi, fermando l’inquinamento nella ‘old town‘ la prima domenica di ogni meseLa città scozzese si unisce a Parigi, Bogotà, New York, solo per citare alcuni nomi, adottando un programma a misura d’uomo, e non di automobile, intorno alla città vecchia.

Yoga all’aria aperta, scacchi giganti, musica, tai chi, ma anche noleggio di biciclette elettriche: tutte attività che gli scozzesi hanno potuto intraprendere nelle strade della Capitale, anziché muoversi con l’automobile. Felicitazioni dal consigliere cittadino Lesley Macinnes: «Il cambiamento climatico è una vera minaccia per la società, è chiaro che dobbiamo agire. Farlo assieme ad Open Streets è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Siamo pienamente impegnati a creare una città accessibile, sostenibile e a misura d’uomo».

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I 4 hotel sugli alberi in Piemonte

Sab, 05/11/2019 - 12:00

La casa sull’albero è uno dei desideri più comuni e tradizionali dei bambini: avere un posto lontano dai più grandi dove potersi rifugiare e stare tranquilli osservando il mondo dall’alto. Alzi la mano chi non ha mai desiderato da piccolo di avere un posto così dove nascondere i propri segreti e riunirsi con gli amici lontano da sguardi indiscreti.

Se quando eravate più piccoli non avete avuto la fortuna di avere una casa sull’albero oppure se l’avete avuta e ripensate con nostalgia all’emozione di vivere qualche metro sopra la terra, in Piemonte c’è la possibilità di rimediare e fare avverare il vostro sogno di bambino.

Proprio così, in Piemonte è possibile dormire ed alloggiare a qualche metro da terra in bellissime case sull’albero per vivere il vostro sogno di bambini e trovare un po’ di relax lontani dal caos della città e delle vita di tutti i giorni.

Così, appoggiati al tronco di un grande albero e sospesi a qualche metro da terra, potrete vivere per qualche giorno come in una favola… solo voi, la natura e quel sogno che vi riavvicinerà alla spensieratezza dell’infanzia.

Eco-Lodge

Tre Lodge costruiti con materiali naturali ed eco compatibili e posizionati a circa 3 metri di altezza al di sopra degli alberi che li circondano vi aspettano per farvi vivere un’esperienza sensoriale completamente integrata nella natura. Al mattino sarete svegliati dal cinguettio degli uccelli accompagnati dal canto del gallo e la sera potrete ammirare il tramonto sulle cime delle Alpi.

Indirizzo: Via Pittamiglio, 13 – 12062 Cherasco (Cuneo). Sito internet

Il giardino dei semplici

Sulla collina di Manta, ai piedi del Monviso e delle Alpi occidentali, si trova questo Bed & Breakfast immerso nel verde di un rigoglioso giardino. Qui potrete dormire in due romantiche casette che si trovano su un giovane e generoso Toulipier e in mezzo alle fronde di una possente Quercia. A 4 metri di altezza, in queste casette costruite in legno con un terrazzino dove poter fare colazione, potrete ammirare lo splendido giardino, la pianura e nelle giornate più limpide il bellissimo panorama delle Langhe.

Indirizzo: Via San Giacomo, 12 – 12030 Manta (Cuneo). Sito internet

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Fonte immagine copertina GUIDATORINO.COM


No a pesticidi e glifosato

Sab, 05/11/2019 - 10:16

La scelta di Coop: saranno 35 le filiere di ortofrutta progressivamente coinvolte in un periodo di tre anni per un totale di 116 fornitori e oltre 7 mila aziende agricole.

Si incomincia con le ciliegie a maggio, poi si passerà a meloni, uva e clementine. Nei reparti ortofrutta dei 1.100 punti vendita Coop ci saranno prodotti senza quattro molecole controverse utilizzate nei pesticidi. La decisione è stata annunciata in un evento alla fiera MacFrut a Rimini, la più importante del settore. L’iniziativa segue la riduzione dei pesticidi avviata 26 anni fa da Coop con la raccolta di firme «Disarmiamo i pesticidi».

L’impegno in tre anni
Saranno 35 le filiere di ortofrutta a marchio Coop progressivamente coinvolte nell’ulteriore riduzione dei pesticidi, fino all’eliminazione, per un totale di 116 fornitori e oltre 7 mila aziende agricole. Tutte le famiglie di prodotti ortofrutticoli a marchio Coop saranno a regime entro tre anni per un volume complessivo di oltre 100 mila tonnellate di prodotti coinvolti (a valore circa 325 milioni di euro). «Come Coop abbiamo deciso di attivare quel principio di precauzione che ci ha fatto dire di No in altri casi controversi: agli Ogm, all’olio di palma, all’uso diffuso o sistematico di antibiotici negli allevamenti», ha detto Marco Pedroni, presidente di Coop Italia.

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Parcheggiare in seconda fila è reato? Forse sì, forse no

Sab, 05/11/2019 - 10:00

La cosa bella di Google è notare le differenze quando fai una ricerca in italiano e poi la ripeti in inglese. Con l’espressione “parcheggio in seconda fila” nella sezione notizie si trovano articoli e riferimenti a casi di cronaca, oppure interessanti consigli su quando e come si possa aggirare il divieto. In inglese si trova invece la spiegazione, anche in forma di video tutorial, di cosa si intenda per parcheggio in doppia fila.

Questo non significa certo che all’estero il problema non esista, ma chiarisce subito la differente portata del fenomeno. In Italia il parcheggio selvaggio, compresa la doppia fila, è molto diffuso, sebbene sia estremamente pericoloso (diminuisce la visuale, restringe la carreggiata, costringe i ciclisti a spostarsi nel centro della strada…). Non è raro vedere intere strade bloccate perché un autobus, un camion o un tram non riescono a passare nella strettoia creata dai parcheggi in seconda fila. 

In genere all’estero basta far rispettare la legge per vedere il fenomeno morire o almeno avvilirsi, e in pochi Paesi oltre al nostro – ad esempio Israele – è stato necessario introdurre il reato penale di parcheggio in doppia fila. Da noi non si tratta però di una regola fissa, dipende dalla gravità del fenomeno: se il parcheggio selvaggio provoca l’interruzione di un servizio pubblico, si ricade in questo reato. È successo così che, per la prima volta, la Procura di Roma abbia contestato l’interruzione di pubblico servizio a chi aveva parcheggiato in seconda fila. Nella capitale circa mille mezzi pubblici sono bloccati ogni anno da questa prassi (dati Atac), e se i vigili non bastano ci pensano i giudici. I magistrati della Procura di Roma hanno iniziato a intervenire circa un anno fa, per contestare il reato di interruzione di pubblico servizio almeno nei casi più gravi, quelli che appunto impediscono ad esempio il passaggio di un mezzo di soccorso anche per pochi minuti, senza la possibilità di un percorso alternativo. L’interruzione di pubblico servizio è un reato per il quale il codice penale prevede da sei mesi a un anno di reclusione, e comprende anche: l’impedimento ai camion per la raccolta dei rifiuti oppure il passaggio dei mezzi pubblici.

Il risultato è stato una decina di persone già arrivate a processo di fronte al giudice monocratico (nessuno ancora giunto a sentenza). Se ne occupa il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che coordina il gruppo che indaga contro i reati di pubblica amministrazione e la cui scrivania è ormai invasa, ogni settimana, da un centinaio di segnalazioni provenienti dagli uffici dell’Atac. Arrivano poi in tribunale solo i casi più gravi, come detto: ad esempio l’auto che il 4 marzo ha bloccato per tre ore il tram a Centocelle, o quella che il 28 febbraio ha impedito la circolazione nell’intero quartiere Trieste per un’ora e mezza. 

A Roma, nel 2018, i vigili hanno firmato 615mila contravvenzioni per intralcio alla circolazione, di vario ordine e grado, dall’ostruzione dei passaggi pedonali alle corsie preferenziali, dall’occupazione delle aree di carico e scarico merci agli incroci stradali e agli spazi per disabili. La metà di queste multe riguarda proprio il restringimento – o la totale ostruzione – delle strade, e leggerne la cronaca dà ancora una volta il polso della situazione: ci sono i passeggeri del bus che dopo un’ora di attesa hanno sollevato di peso l’auto che bloccava il passaggio del tram, vicino al Verano; o l’altra auto divenuta di tendenza su Instagram grazie alle numerose foto dei turisti, affascinati dalla vista, in piazza Risorgimento, di un’Audi parcheggiata sui binari della linea 19. 

È la prima volta che la disperazione porta le Procure ad agire al posto dei vigili urbani ed è possibile che l’idea prenda piede anche in altre città. Ricordiamo che, da dati ufficiali del Comune di Milano, ogni giorno ci sono 70.000 veicoli in divieto di sosta, di cui quasi 50.000 sui marciapiedi. Milano paga con oltre 50 morti e 12mila feriti all’anno la scarsa sicurezza delle sue strade.

Ma ha senso affidare alle Procure un problema che potrebbe forse risolversi meglio con l’applicazione delle regole già note? Ha senso ingolfare la già tristemente lenta giustizia italiana, quando si potrebbe prima tentare di migliorare il sistema delle sanzioni amministrative? Se difatti i vigili urbani sembrano sottodimensionati in molte città, in relazione al numero di auto circolanti, c’è un altro problema: come rileva la CGA di Mestre, sebbene le multe siano in costante aumento, diminuisce vertiginosamente la propensione a pagarle. Nel 2016, ultimo anno in cui i dati sono disponibili, appena il 39% di coloro che hanno ricevuto una multa l’ha pagata.

Perché la marijuana è vietata?

Sab, 05/11/2019 - 09:00

Molti presumono che, da qualche parte nel mondo e in un momento dato, ci sia stato qualcuno che con prove scientifiche alla mano abbia dedotto che la cannabis fosse molto più letale di qualsiasi altra droga usata allora, più dell’alcool e delle sigarette, per intenderci. Eppure…

Ci sono sempre più persone nel mondo che si chiedono: perché è vietata la marijuana? Perché le persone che la consumano o la vendono vengono ancora arrestate?

Molti presumono che, da qualche parte nel mondo e in un momento dato, ci sia stato qualcuno che con prove scientifiche alla mano abbia dedotto che la cannabis fosse molto più letale di qualsiasi altra droga usata allora, più dell’alcool e delle sigarette, per intenderci.

C’è stato quindi qualcuno che si è preso la briga di interessarsi alla faccenda per il bene di tutti.

Tuttavia, quando ho iniziato ad analizzare gli archivi pubblici, durante le ricerche per il mio libro Chasing the Scream: The First and Last Days of the War on Drugs, con l’obiettivo di scoprire perché la cannabis fu vietata negli anni trenta, mi sono reso conto che non è andata proprio così.

Niente affatto.

Nel 1929, un signore di nome Harry Anslinger è stato posto a capo del Dipartimento del Proibizionismo di Washington. A quell’epoca il governo era totalmente incapace di gestire il divieto legato al consumo dell’alcool. I gangster detenevano il controllo di interi quartieri. L’alcool, la cui diffusione era nelle mani dei criminali, era una vera e propria piaga.

Per questo si decise di porre fine al divieto di assunzione di bevande alcoliche ma tale decisione spaventava Harry Anslinger. Si trovava a capo di un dipartimento enorme e c’era ben poco che potesse fare. Fino a poco prima della liberalizzazione dell’alcool aveva sostenuto che la cannabis non rappresentava un problema. Non è nociva, dichiarava, “e non c’è niente di più assurdo dell’idea” che possa rendere le persone violente.

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State buoni! Calm down! (VIDEO)

Sab, 05/11/2019 - 06:58
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Birra contaminata da pesticidi, la classifica delle marche migliori e peggiori

Ven, 05/10/2019 - 21:00

Birra con presenza di pesticidi, una su quattro ne contiene, a denunciarlo nel giugno 2018 la rivista francese 60 Millions de Consommateurs, che pubblicò un test che dimostrava che tre birre su quattro, da una selezione di birre di diverse marche, contenevano tracce di pesticidi. Il glifosato, il pesticida pericoloso associato al cancro, da uno studio condotto dalla US Public Interest Research Group, ha rilevato che circa il novantacinque per cento delle marche esaminate hanno la presenza di questo pesticida.   […] Le marche analizzate

I dati ufficiali riportano che una concentrazione di glifosato è da ritenersi pericolosa quando supera il benchmark di Ewg di 160 parti per miliardo, o ppb. Gli studiosi tedeschi, invece, sostengono che basta 01 ppb di glisofato per stimolare le cellule responsabili del cancro al seno. Ecco la lista di birre e dei vini esaminati.

Birre con presenza di glisofato

Ecco l’elenco completo delle marche esaminate e la presenza di glisofato rilevato.

  • Heineken (Olanda) – 20,9 ppb
  • Stella Artois (Belgio) – 18,7 ppb
  • Stella Artois Cidre (Belgio) – 9,1 ppb
  • Tsingtao Beer (Cina) – 49,7 ppb
  • Corona Extra (Messico) – 25,1 ppb
  • Coors Light (Usa) – 31,1 ppb
  • Miller Lite (Usa) – 29,8 ppb
  • Budweiser (Usa) – 27,0 ppa
  • Ace Perry Hard Cider (Usa) – 14,4 ppb
  • Guinness Draught (Irlanda) – 20,3 ppb

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Il costo etico, ambientale e umano dietro il cibo “conveniente”

Ven, 05/10/2019 - 18:00

Il cibo a basso prezzo è uno dei pilastri della nostra economia. L’impulso a riempirsi la pancia spendendo il meno possibile è antico e irresistibile e, girando tra i banchi del supermercato o passando davanti a un fast food, la tentazione di cedervi è forte. Ma se è vero che un prezzo salato non è necessariamente sinonimo di alta qualità e maggiori garanzie, è assai più probabile che i prodotti a pochi euro siano di pessima categoria. Se non in termini qualitativi, probabilmente non rispettano gli standard etici – quando non sono scadenti da entrambi i punti di vista.

Per sostenere un prezzo stracciato infatti deve essere inevitabilmente sacrificata almeno una delle variabili che fanno il prezzo finale di un prodotto: la materia prima, il tempo, l’energia o i mezzi impiegati nella produzione e nella lavorazione, oppure, non ultima, la manodopera. Se nell’immediato ci sembra di risparmiare qualche euro sulla spesa, è quindi scontato che, come ci avverte il giornalista Michael Pollan, in realtà ci perdiamo sul medio e lungo periodo. Prima di tutto in termini di tasse – che vanno ad esempio perse in sussidi agli agricoltori o nella sanità per sopperire i danni di un’alimentazione sbagliata – e poi in salute.

La prima variabile che compone il prezzo finale è la materia prima. Se parliamo di carne di pollo ad esempio – secondo il giornalista britannico Raj Patel uno degli esempi più lampanti per spiegare come funziona questo meccanismo – potremo essere sicuri che provenga da allevamento intensivo. Quella che comunemente si trova al supermercato e in rosticceria è una delle carni più a buon mercato e meno sostenibili in assoluto: selezionato per crescere in pochi giorni e sviluppare principalmente petto e cosce, imbottito di antibiotici in allevamenti sovraffollati, il bestiame conduce una vita indegna e arriva sulle nostre tavole sotto forma di carne poco nutriente e poco saporita. 

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L’11 maggio si celebra il primo Disconnect Day d’Italia

Ven, 05/10/2019 - 15:00

Si terrà nelle Marche, a Corinaldo, uno dei Borghi più belli d’Italia, l’11 maggio prossimo, il primo Disconnect Day nazionale, l’iniziativa per farci capire quanto siamo dipendenti da smartphone e tablet.

L’evento promosso dall’associazione nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo) prevede incontri, attività e laboratori per adulti e bambini, ma ogni partecipante dovrà spegnere il proprio telefono o dispositivo e sigillarlo in un’apposita busta consegnata presso uno degli infopoint sparsi in città, in modo da passare almeno tre ore senza interferenze o distrazioni tecnologiche. Un modo per staccare la spina, per lavorare a stretto contatto con emozioni e sensazioni, per comprendere meglio se stessi e gli altri.

Smartphone, tablet e qualsiasi altro dispositivo ipertecnologico, come risulta dall’ultima ricerca dell’associazione Di.Te. in collaborazione con il portale per gli studenti Skuola.net, tengono incollati sugli schermi tra le 4 e le 6 ore 3 ragazzi su 10, tra gli 11 e i 26 anni. Il 13% del campione intervistato, addirittura, è connesso on line per oltre 10 ore.

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L’anarchia, la tempesta e l’impeto

Ven, 05/10/2019 - 15:00

“È fantastico. È ciò di cui abbiamo bisogno di questi tempi: giovani pieni di gioia, pieni di amore, pieni di amicizia, in un mondo in cui tutti noi facciamo fatica a capire quanto ci sta attorno”. È la frase che Jürgen Klopp – l’allenatore del Liverpool, tra le protagoniste in questi giorni, assieme al Barcellona, di una tra le semifinali più epiche che la Champions League ricordi – affida al giornalista di Channel4.

L’intervistatore allarga la prospettiva, sente di poterlo fare con l’uomo che ha di fronte, che pare aver quasi fatto del suo stesso eroismo sportivo un proprio tratto distintivo. Gli chiede perché egli abbia fatto sapere di ritenere la Brexit un errore e abbia appoggiato l’idea di un secondo referendum in Gran Bretagna. Klopp risponde senza sfruttare un centesimo del suo credito, forse perché lo sport ha insegnato a questa ultima incarnazione dello Sturm und Drang su prato il senso del ridicolo e della misura. “Non sono la persona adatta a rispondere, non sono la persona più informata al mondo” dice, “Ma la gente le presta ascolto” incalza il giornalista, “Forse questo è il problema” chiosa il tecnico tedesco.

Il tramonto dei classici nella nostra civiltà a favore dell’ascolto del caos più mediocre è certamente un problema, ma l’abuso delle posizioni di potere che si tramutano in pulpiti e dei blog che si trasformano in partiti è forse un pericolo ancora più grande. Jurgen ha battuto in rimonta e per quattro reti a zero la squadra del calciatore più forte al mondo. Lo ha fatto in una gara in cui ogni previsione tecnica, qualunque approccio metodico a questo sport, ciascuna opinione è stata dissolta nel presente, nella densità mitologica di un evento che diveniva classico nel suo stesso svolgimento. Klopp ha poche parole: “Cosa volete? Vivere una situazione imperfetta da soli o viverne una imperfetta da partner forti in una unione forte? È buon senso. La storia ci ha insegnato che se siamo soli siamo più deboli”.

Forse il nostro buon senso è svanito anche a causa del nostro impegno salottiero, quello che ci ha fatto derubricare a attività ludica una storia drammatica ed esaltante come la Champions League, lasciando che a raccontarcela fossero frotte di grigi ragionieri del calcio. L’allenatore tedesco ha usato la parola “amore” per descrivere i ragazzi che vi partecipano, un termine che difficilmente abbiamo ascoltato da un qualunque leader politico negli ultimi quarant’anni – bisogna tornare indietro a Errico Malatesta e ai suoi anarchici che scrivevano “noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza”. È il caso di smetterla di considerarli ventidue giovanotti in mutande che corrono dietro ad un pallone, o figli di una disciplina troppo complessa perché chiunque possa avvicinarvisi senza aver studiato milioni di pagine di moduli tattici sofisticatissimi. Jürgen Klopp non gioca solo e banalmente in Europa. Jürgen Klopp vi gioca perché questo continente, prima di tutto, lo ama.

Fonti:
Youtube.com
Channel4.com

Immagine: South China Mornin Post

Pioggia di dazi dall’America, a rischio export Made in Italy.

Ven, 05/10/2019 - 14:10

Preoccupazione per i dazi voluti dal presidente Trump, a rischio i prodotti alimentari made in Italy. Su tutti vino e olio, allarme di Coldiretti

La pioggia dei dazi minacciati dal presidente americano Donald Trump si sta per abbattere sull’Europa colpendo, tra gli altri, i prodotti alimentari made in Italy. Una procedura avviata dall’amministrazione americana in seguito alla disputa con l’Unione Europea per l’industria aeronautica e che si abbatte con un lungo strascico sull’export della filiera agroalimentare e vinicola italiana, con termine ultimo il 28 maggio prossimo, come si legge sul registro Federale dal Dipartimento del Commercio statunitense.
Una voce però si è levata per salvaguardare l’olio d’oliva europeo, arriva dalla North American Olive Oil Association che ha avviato la petizione “Non tassare la nostra salute”. L’iniziativa è sottoscrivibile on line (qui), ed è resa nota da Coldiretti che esprime la propria preoccupazione nelle parole del presidente Ettore Prandini: “Ci sono le condizioni per evitare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna”.
La petizione fa leva sul fattore salutare dell’olio d’oliva nella dieta mediterranea. La Food and Drug Administration ha infatti riconosciuto l’olio d’oliva come alimento benefico per la salute cardiovascolare, inteso come sostitutivo di trattamenti per malattie cardiache, cancro, diabete e demenza. I numeri della petizione parlano di un consumo annuo di 300.000 tonnellate d’olio d’oliva negli USA, a fronte di una produzione totale di soli 10.000 tonnellate, nel 2018-19. 
Un valore complessivo di 11 miliardi di euro. Questo è quanto valgono le esportazioni alimentari europee negli USA, con prodotti che includono, oltre l’olio d’oliva, vino, formaggi, agrumi, uva, marmellate, succhi di frutta, acqua e superalcolici.
I dazi colpiranno, secondo Coldiretti, il 50% degli alimentari e delle bevande Made in Italy esportate negli Stati Uniti, che rappresentano un valore complessivo di mercato di 4,2 miliardi di euro. Un dato di mercato che rappresenta un record raggiunto nel corso del 2018 segnando una crescita del +2% rispetto all’anno precedente.
La preoccupazione per la drastica manovra del presidente americano riguarda anche il vino che rappresenta la fetta più grande del mercato alimentare italiano, con un totale di 1,5 miliardi di euro (2018), seguito dai 436 milioni dell’olio d’oliva e i formaggi per 273 milioni di euro.

FONTE: WINENEWS.IT

Il pane dei detenuti di Opera è più buono

Ven, 05/10/2019 - 12:00

Oggi scambiamo due parole con la cooperativa IN_OPERA che coinvolge i detenuti del carcere di Opera, e con l’associazione Antigone, che dei detenuti monitora i diritti.

«I luoghi li fanno le persone». A dirlo è Pierluigi Mapelli, che insieme alla figlia Elisa fa parte del comitato operativo di IN_OPERA, cooperativa sociale che coinvolge i detenuti del carcere di Opera in provincia di Milano nella lavorazione del pane, che a detta di tutti è buono, molto. Cristian, Beppe, Davide, Antonio, Armando, Angelo, Maurizio, Bishoy, Sebastiano, Aksel, Massimiliano, Andrea, questi alcuni dei nomi degli uomini che fanno del carcere di Opera un luogo in cui le persone scontano la pena senza perdere la dignità di persone. «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa», scriveva nel Settecento Cesare Beccaria. Da quando è nata, la cooperativa IN_OPERA ha formato e dato un lavoro a 27 persone, 27 detenuti, alcuni tornati liberi, altri in affidamento, altri ancora in semi-libertà. 

«Lasciatemi riposare, sono appena entrato in pensione» ha risposto Pierluigi agli amici che nel 2013 gli hanno proposto di dare vita al progetto IN_OPERA; poi però ci ha ripensato, ed è stato un bene. Da 7 anni, al fianco della figlia, lavora e rifornisce il territorio milanese di pan tranvai, filoni rustici e ciambelle di altissima qualità, grazie anche alla lungimiranza del direttore del carcere, Silvio di Gregorio, che crede che far riscoprire alle persone detenute la propria autostima sia “determinante”.

«Chi lavora, nel 90% non delinque più» ci dice Pierluigi, e ribadisce quanto valore abbia per un detenuto potere uscire dalla struttura per mantenere saldo il legame con la società nella quale un giorno dovrà reinserirsi. «Se un detenuto esce e mi accompagna in panetteria sono felice, perché se ascolta da sé la signora Maria che si lamenta della bruciatura della crosta, realizza a pieno il lavoro che sta facendo e capisce che il pane che produce non è qualcosa di astratto, ma di concreto, che piace o non piace alla signora Maria».

E dalla Regione c’è supporto?

«Non manca; certo, la nostra ambizione sarebbe riuscire a dare delle soluzioni di continuità ai detenuti anche dopo che escono dal carcere, in Regione ci sono persone sensibili al tema, vedremo».

Il percorso dell’individuo ‘socialmente pericoloso’ è spesso una via di non ritorno nella società, che, per quanto modernamente cattolica, anziché porgere l’altra guancia spesso trova più facile avere un Caino a disposizione.

I dati forniti dal Ministero della Giustizia e aggiornati al 31 dicembre 2017 offrono un quadro complessivo dei detenuti divisi per tipologia di reato: 7.106 detenuti per ‘Associazione di stampo mafioso’ (416bis), 19.793 per ‘TU stupefacenti’, 9.951 per ‘Legge armi’, 3.061 per ‘Ordine pubblico’, 32,336 ‘Contro il patrimonio’, 703 per ‘Prostituzione’, 8.027 ‘Contro la Pubblica amministrazione’, 1.514 per ‘Incolumità pubblica’, 4.646 per ‘Fede pubblica’, 104 per ‘Moralità pubblica’, 2.624 ‘Contro la famiglia’, 23.000 ‘Contro la persona’, 145 ‘Contro la personalità dello Stato’, 6.795 ‘Contro l’amministrazione della giustizia’, 849 per ‘Economia pubblica’, 3.961 per ‘Contravvenzioni’, 1.668 per TU immigrazione, 1.065 ‘Contro il sentimento e la pietà dei defunti’, 2.705 per ‘Altri reati’.

Le formulazioni delle misure alternative non possono prescindere dalla messa in circolo dei dati del Ministero della Giustizia, tuttavia, dice il dott. Claudio Sarzotti dell’Associazione Antigone, «bisogna prendere con cautela tutti i numeri e piuttosto interpretarli come indicazioni tendenziali nella consapevolezza dei limiti metodologici che ci sono rispetto allo studio delle carceri e in particolare dei fenomeni di recidiva. Nessuno studio prende in conto delle variabili, i dati si limitano a fotografare la realtà».

L’associazione Antigone è nata alla fine degli anni Ottanta nel solco della omonima rivista voluta, tra gli altri, da figure come Stefano Rodotà, Rossana Rossanda e Massimo Cacciari. In fasi storiche di populismo penale e di tolleranza zero esibita in ogni dove, associazioni come Antigone fungono a osservatori, spazi di denuncia, corpi intermedi che promuovono piccoli e grandi progetti volti a tutelare l’individuo dentro il carcere e ad aiutarlo, una volta fuori, a districarsi nei cavilli burocratici e nelle difficoltà che una detenzione irrimediabilmente porta con sé, come spiegato in una comoda guida, consultabile qui.

Se valutare la recidiva è difficile (in carcere ci finiscono persone che hanno commesso più reati, il reingresso non è necessariamente conseguenza della recidiva, i casi sono a centinaia) valutare la dignità dell’individuo è semplice: è sempre, in ogni caso, inviolabile.

Diva Tommei, l’inventrice romana che illumina le case con il Sole

Ven, 05/10/2019 - 12:00

Ultimo appuntamento con le Innovatrici italiane, donne ingegnere e scienziate capaci di fare la differenza. In Italia e all’estero. Incontro con la bioingegnera di 34 anni che ha creato Caia, specchio robotico capace di portare la luce naturale nelle stanze dove non arriva da sola.

Ricercatrice, inventrice, imprenditrice. Tre parole al femminile che di solito leggiamo in una declinazione di genere differente. E che riassumono la nostra Innovatrice di oggi, Diva Tommei, che malgrado i 34 anni è ed è già stata tutte queste cose. E anche altro, come abbiamo imparato andando a casa sua per vedere il primo prototipo funzionante di Caia, lo specchio robotico – non chiamatela lampada – inventato appunto da Diva. Che anche un passato di concertista per piano.

Persona vulcanica con più di una punta di timidezza, figlia di un papà a sua volta imprenditore-inventore. Una mela che non è caduta lontana dall’albero. Ma che ha meriti tutti suoi, come si può intuire anche dal solo curriculum di studi: laureata in bioingegneria alla Sapienza di Roma, si sposta a Cambridge per fare un dottorato in bioinformatica e da qui viene chiamata dalla Singularity University, ateneo-incubatore di idee che cresce all’interno di un campus della Nasa.

È in Gran Bretagna che è scattata la prima scintilla, figlia di un’esigenza personale: l’assenza del sole della Capitale legata al molto studio in stanze buie, hanno fatto scattare una depressione che spesso viene definita “invernale”.

Ma è poi in California, con il contatto con il mondo imprenditoriale – la vera funzione svolta dall’istituzione for profit di Peter Diamandis e Raymond Kurzweil -, che a Diva scatta l’interruttore per creare qualcosa che prima non c’era. Uno specchio che segue il Sole per riflettere la sua luce dentro le varie stanze della casa.

Continua a leggere e scopri le storie delle altre donne innovatrici su CORRIERE.IT

A Macerata chiusi 3 cannabis shop mentre il Comune di Torino la coltiverà a uso terapeutico

Ven, 05/10/2019 - 11:21

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nel corso di una conferenza stampa al Viminale, ha parlato dei negozi che vendono cannabis, annununciando di aver dato ordine di “controllarli uno per uno con l’intento di chiuderli”. “Lo stesso accadrà per tutte le feste e le sagre della cannabis” ha aggiunto Salvini. Per il ministro, i ‘cannabis shop’ che si trovano attualmente in Italia “rappresentano esempi di diseducazione” per i giovani.

[Fonte: REPUBBLICA.IT ]

Potenziati subito i controlli, a Macerata, chiudono tre negozi di Cannabis Legale, ma forse non è una conseguenza di quell’input del Viminale. E in un’Italia sempre più caratterizzata da contrasti e controversie, oggi la notizia: Cannabis, a Torino la coltiverà il Comune sui propri terreni.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Salvini contro la cannabis light. Ma si può fare? Cosa dice la legge (e la Cassazione). Ma davvero i negozi di cannabis light chiuderanno in seguito a una direttiva di Salvini? E i primi tre stop imposti dalla questura di Macerata sono conseguenza di quell’input del Viminale? E in definitiva quali sono i limiti di legge per commercializzare i prodotti a base di canapa? Il rischio di fare confusione e di sovrapporre notizie di natura diversa è facile. Tutto parte dalle dichiarazioni odierne del ministro dell’Interno il quale ha dichiarato che farà chiudere «a uno a uno» tutti i punti di vendita di derivati della marijuana in quanto centri di spaccio. Aggiungendo che le prime tre chiusure sono già state decise in provincia di Macerata. Un fatto vero ma di sicuro non diretta conseguenza delle parole di Salvini. Vediamo perché.

La legge del 2016 e limite dello 0,6

Innanzitutto la vendita della cosiddetta cannabis light è regolata da una legge del 2016 e si basa su un principio base: è ammesso il commercio di prodotti a base di canapa purché il loro contenuto di Thc (vale a dire la sostanza che dà effetti psicotropi) sia inferiore allo 0,6%. Discorso a parte riguarda la marijuana terapeutica, che può essere venduta solo dietro prescrizione medica. Per fare un paragone, uno spinello contiene all’incirca il 5-8% di Thc. Ma se esiste una legge che regola un intero settore commerciale, appare difficile che un ministro possa «disapplicarla» firmando una lettera a prefetti e questori. Continua a leggere… [Fonte: CORRIERE.IT – Claudio Del Frate]

Cannabis light, Cappato a TPI: “Il proibizionismo ha fallito, contro la droga l’unica via è la legalizzazione”  TPI ha intervistato Marco Cappato, leader dell’Associazione Luca Coscioni e da sempre in prima linea per la lotta al proibizionismo.

[…] Che effetto le hanno fatto le dichiarazioni di Matteo Salvini sulla cannabis legale?

È un significativo segnale di impotenza, nel senso che la quasi totalità della cannabis consumata è di provenienza illegale e quindi prendersela con quella minima frazione di cannabis venduta legalmente – che peraltro ha quantità di Thc sotto le soglie di legge – è un segnale manifesto di impotenza rispetto alla lotta alle droghe.

Pensare di prendersela con i negozietti di cannabis mi sembra veramente un modo per fare il “forte con i deboli” e il “debole con i forti”, dove i forti sono le mafie e il narcotraffico. Salvini sbandiera posizioni contro “lo Stato spacciatore”, del “rafforziamo le pene e gli arresti”, ma dovrebbe però anche spiegare come intende far funzionare queste politiche proibizioniste che si sono rivelate fallimentari per 60 anni.

E questo è un problema mondiale, visto che in tutto il mondo – e ci sono Paesi che hanno politiche che prevedono pene molto più altre rispetto al nostro – una soluzione non è stata trovata da nessuno, Salvini dovrebbe spiegare come intende procedere affinché questa sua lotta alla droga possa avere successo diversamente che in tutto il mondo. Quelle proibizioniste sono invece politiche che rafforzano le mafie e il narcotraffico. Continua e leggere…  [Fonte: TPI.IT – Charlotte Matteini ]

Come agiscono i principi attivi della Cannabis Sativa. Il delta-9-tetraidrocannabinolo o Thc (detto anche delta-9-Thc o tetraidrocannabinolo) e il cannabidiolo o Cbd sono due sostanze presenti nella Cannabis. Il loro funzionamento è spiegato nell’ Allegato tecnico per la produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis” al Decreto ministeriale 9 novembre 2015, in cui si legge che le azioni farmacologiche del Thc – presente nelle estremità portanti fiori e frutti delle piante di Cannabis sativa – risultano dal suo legame con i recettori cannabinoidi CB1 e CB2, che si trovano principalmente nel sistema nervoso centrale, e nel sistema immunitario. Il Thc risulta quindi essere un agonista parziale di entrambi i recettori CB e in particolare per la sua azione sul recettore CB1 è il responsabile degli effetti psicoattivi della cannabis, procurando la conosciuta sensazione di “sballo”. Inoltre allo stesso tempo agisce anche su altri recettori e su altri target (canali ionici ed enzimi) sortendo diversi potenziali effetti antidolorifici, antinausea, antiemetici e stimolanti l’appetito.

Il cannabidiolo (Cbd), invece, non ha effetti psicoattivi poiché sembra non legarsi in concentrazioni apprezzabili né ai recettori CB1 né ai recettori CB2, ma influenza l’attività di altri recettori e altri target (quali canali ionici ed enzimi) con un potenziale effetto antinfiammatorio, analgesico, anti nausea, antiemetico, antipsicotico, anti ischemico, ansiolitico e antiepilettico. Continua a leggere… [Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT – Miriam Cesta]

Gli organi stampati 3D prendono una boccata d’aria fresca

Ven, 05/10/2019 - 09:09

Da diversi anni i bioingegneri hanno rivoluzionato il concetto di organo artificiale servendosi di tecniche innovative come il bioprinting 3D. Un team della Rice University ha di recente superato uno dei maggiori ostacoli dell’ingegneria tissutale, cimentandosi nella  riproduzione dei complessi network vascolari che consentono a tessuti ed organi di ricevere i nutrienti necessari.

Per riuscire nell’intento, i ricercatori hanno adottato una tecnica stereolitografica che ha permesso loro di produrre in pochi minuti degli idrogel morbidi e biocompatibili dotati di un’ architettura interna estremamente complessa.

Il bioprinting 3D ha suscitato un forte interesse negli ultimi dieci anni, dal momento che in futuro potrebbe risolvere il problema della mancanza di organi per il trapianto e del rigetto di tali organi da parte dell’organismo del paziente. I risultati raggiunti sin ora raggiunti dai ricercatori sono decisamente promettenti, basti pensare al sorprendete mini-cuore ingegnerizzato dai ricercatori dell’Università di Tel Aviv. Tuttavia, allo stato attuale, il biorpinting non è sicuramente esente da aspetti critici. Una delle principali sfide da affrontare è quella di riprodurre la complessa morfologia del sistema circolatorio e di quello polmonare, che presentano network vascolari che si intrecciano l’uno con l’altro senza intersecarsi.

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Lo giuro, non è una canna vera! (VIDEO)

Ven, 05/10/2019 - 09:05

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INDICE INCHIESTA CANAPA

Cannabis per uso ricreativo, il Canada dice sì

Ma quindi non ti sballa?!?

Cannabis “legale” e “terapeutica”: facciamo chiarezza

Cannabis light “bocciata” dal Consiglio superiore di sanità

Ma questa è marijuana?!? Sì ma senza THC! (VIDEO)

Cannabis per uso terapeutico: realtà dal 2006. Ma serve la prescrizione medica

Tetraidrocannabinolo e cannabidiolo: come agiscono

Lo giuro, non è una canna vera! (VIDEO)

Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Canapa legale: cosa dice la circolare del Ministero sulla cannabis

Le proprietà nutritive della canapa (VIDEO)

Le stupefacenti proprietà nutritive della canapa nell’alimentazione quotidiana

 

 

Bandiere Blu 2019: quali e quante sono le spiagge più belle d’Italia

Ven, 05/10/2019 - 08:00

Sono 385 le spiagge italiane che hanno ottenuto il riconoscimento della Bandiera Blu assegnato dalla Fee(Foundation for Environmental Education) quest’anno e 183 i Comuni d’Italia e 72 gli approdi turistici premiati, otto in più rispetto ai 175 dello scorso anno.

Le 12 new entry del 2019 sono: Villalago (L’Aquila) sul lago di Scanno, Pisticci (Matera), San Nicola Arcella (Cosenza), Villapiana (Cosenza), Anzio (Roma), Imperia, Riva Ligure (Imperia), Sanremo (Imperia), Gabicce (Pesaro Urbino), Maruggio (Taranto), Sant’Antioco (Carbonia Iglesias), Pozzallo (Ragusa). Escono, invece, Porto San Giorgio, Porto Sant’Elpidio, Rodi Garganico e Melendugno,la regina del Salento.

La Liguria è in testa con 30 Bandiere Blu, segue la Toscana con 19 località. Nessuna delle due Regioni ha ottenuto nuove Bandiere però. La Campania mantiene le sue 18 Bandiere. Seguono con 15 località Bandiera Blu le Marche, che ne perdono due ma hanno un nuovo ingresso (Gabicce). La Sardegna ha 14 località, con la novità dell’isola di Sant’Antioco, mentre la Puglia conquista una nuova Bandiera, Maruggio e raggiunge 13 Bandiere perdendone però due. La Calabria va a quota 11 con due new entry – San Nicola Arcella e Villapiana – mentre l’Abruzzo sale a dieci con l’ingresso di Villalago, sul Lago di Scanno.

Il Lazio arriva a 9, con la nuova Bandiera assegnata ad Anzio, il Veneto conferma i suoi 8 riconoscimenti, l’Emilia Romagnaconferma le sue 7 località e la Sicilia ne guadagna una (Pozzallo) passando a 7 Bandiere Blu totali. La Basilicata va a 5 con un nuovo ingresso (Pisticci) e il Friuli Venezia Giulia conferma le due Bandiere dell’anno precedente. Chiude il Molise con una Bandiera.

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Guarire a colpi di Kung Fu

Ven, 05/10/2019 - 06:51

Aggressività, paura, ansia, i cosiddetti disturbi del comportamento e dell’apprendimento, si possono curare con le arti marziali? Sì, aiutano a percepire se stessi e gli altri, a socializzare, insegnano a placarsi, ordinarsi, calmarsi

Intervista a Tania Lucchesi, insegnante di kung-fu shaolin, difesa personale, tai chi chuan.

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