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Aggiornato: 2 ore 36 min fa

Il selfie del ranger con i gorilla nasconde una storia drammatica

Lun, 05/13/2019 - 18:00

Il selfie del ranger insieme a due gorilla ha fatto il giro del mondo. Tutti hanno sorriso e si sono sorpresi guardando quei due animali in una posa tutta umana. In realtà dietro quello scatto si nasconde una drammatica storia.

Il ranger del Parco Nazionale Virunga nella Repubblica Democratica del Congo Mathieu Shamavu ha scattato la foto il 18 aprile e in una manciata di giorni quell’immagine ha raggiunto più di ventimila condivisioni.

Fonte – TPI

In realtà quella foto è apparsa la prima volta su una pagina Facebook che si batte contro il bracconaggio. Quelli dietro al ranger sono, infatti, due gorilla salvati dalla caccia selvaggia che nella Repubblica Democratica del Congo mietono ogni anno decide e decine di vittime.

I due gorilla erano cuccioli quando sono stati salvati dalla furia dei bracconieri, che hanno ucciso i loro genitori.

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Il pettegolezzo? Non è solo cosa da donne

Lun, 05/13/2019 - 15:00

La prima immagine che ci viene in mente quando sentiamo la parola gossipè quella di due amiche sedute in un bar che ridacchiano e si sussurrano all’orecchio le ultimissime “voci di corridoio”. Ma ora, un nuovo studio dei ricercatori della University of California di Riverside, il primo ad analizzare scientificamente la propensione delle persone a spettegolare, ha messo in discussione molti dei luoghi comuni che ruotano intorno al gossip, come per esempio l’idea piuttosto diffusa che “il pettegolezzo è donna”. Secondo il team di ricercatori, infatti, le donne non passano più tempo a spettegolare rispetto agli uomini. Il gossip, inoltre, è così tanto diffuso che gli dedichiamo molto più tempo rispetto a quanto pensato finora: stando ai risultati della ricerca, infatti, ci dedichiamo a questo tipo di chiacchiere in media ben 52 minuti al giorno. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Social Psychological and Personality Science.

Il pettegolezzo

Quando pensiamo al pettegolezzo intendiamo molto spesso una cattiveria o malignità nei confronti di qualcuno. Ma quando si analizza il fenomeno del gossip nell’ambito di uno studio scientifico, si intende generalmente il parlare di qualcuno che non è presente e il discorso può assumere toni sia positivi, sia neutri che negativi. “Con questa definizione, sarebbe difficile pensare a una persona che non spettegola mai, perché significherebbe che tutte le volte che parla riferendosi a qualcuno è esclusivamente in sua presenza”, commenta la psicologa Megan Robbins, coautrice della ricerca, aggiungendo scherzosamente “non potrebbe mai parlare di una persona famosa, a meno che questa non partecipi direttamente alla conversazione”.

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Caso mutuo Siri: a volte ragionare semplice aiuta

Lun, 05/13/2019 - 15:00

Presunto caso che sta mettendo a dura prova il già precario equilibrio del governo gialloverde, facendo schizzare gli hashtag “giustizialisti o garantisti” tra le keywords più ricercate.

Ma oltre le gambe c’è di più. Lunedì 6 maggio una nuova nuvola fantozziana ha oscurato il sottosegretario del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti: la procura di Milano ha aperto un’inchiesta sull’acquisto, da parte dello stesso, di una palazzina a Bresso, provincia di Milano, attraverso un mutuo concesso dalla Banca Agricola Commerciale di San Marino di 585 mila euro ritenuti “sospetti”.

Chi ha stipulato l’atto (il notaio) ha infatti segnalato, al momento stesso della compravendita, l’operazione come sospetta di riciclaggio di danaro proveniente da operazioni illecite

È successo il finimondo. Ci mancherebbe.

Si sono sollevate grosse domande. Interrogativi che evidenziano pero’ una scarsa conoscenza dei meccanismi bancari anche da parte dei media.
Le piu ricorrenti: “come è possibile ricevere un mutuo senza garanzie?” e “ come può’ restituire il mutuo uno (Siri) che ha un reddito insufficiente per onorare tale impegno?

Hanno provato a rispondere in tutti i modi, non ci si raccapezza.

Ci ha provato anche Salvini, strappandoci un grosso sorriso, il vice-premier è sempre il più simpatico: il mutuo senza garanzie di Siri è come quello di milioni di italiani. Dovrebbero quindi essere indagati anche loro?

Caro ministro, qualcuno dovrebbe spiegarle che sono anni che gli italiani ai mutui non riescono nemmeno ad accedere, figuriamoci senza garanzie. Non facciamo gli gnorri, se la Lega conosce metodi a noi tutti sconosciuti per accedere al credito ci illumini pure.

La verità è che un modo diverso non c’è.

Nel mio ultimo libro, “Soldi Gratis” edito Sperling&Kupfer, ho specificato che in Italia ci si indebita per l’acquisto di una casa sostanzialmente per due motivi:

per mancanza di disponibilità del danaro necessario: in tal caso per la banca è necessario verificare che il rapporto rata/reddito netto mensile del richiedente non superi il 30-35%. In altri termini la rata non deve essere superiore al 33% del reddito mensile già depurato degli impegni in essere, cioè delle rate di altri finanziamenti. Se avete un reddito che non consente di garantire il rispetto di questo rapporto, evitate di essere delusi. Non entrate proprio in banca;

per motivi “fiscali” al fine di dimostrare un indebitamento: in altri termini chi ha i suoi risparmi depositati in banca e probabilmente paga molte tasse, attraverso una operazione di mutuo, tenta di presentare al fisco una posizione non proprio felice facendo vedere che la casa viene acquistata facendo un debito. In tal caso quella percentuale (30-35%) può anche essere superata in ragione dell’entità dei risparmi accumulati e depositati in banca.

Per quanto riguarda i mutui sottoscritti per l’acquisto di immobili, inoltre, la banca, di solito, non eroga mai più dell’80% del valore di perizia dell’immobile.

Ma, nonostante queste cautele e nonostante potreste superare i “test”, ottenere un finanziamento è una pratica asfissiante.

Quindi, tornando a Salvini, ottenerlo senza garanzie è impossibile. È impossibile anche se ti chiami Siri e sei sottosegretario al Governo.

E allora come mai poi Siri ha ottenuto quel finanziamento?

Facciamo i semplici, i ragionamenti semplici, spesso, sono quelli più efficaci.

Probabilmente Siri, semplicemente, le garanzie le aveva. Non quelle formali (pegno, ipoteca, fideiussione, ecc…) ma quelle sostanziali.

E chi lo ha deliberato quel finanziamento?

In banca tutte le operazioni che riguardano le persone esposte politicamente passano attraverso il placet, o meno, del top management, dirigenti che, in linea di massima, dovrebbero sapere il fatto loro, anzi, lo sanno molto bene.

Ora tutti sappiamo che il core di business di una banca, quello di nascita, è fare profitti attraverso l’intermediazione finanziaria : raccogliere il risparmio e prestare soldi.

Prestarli pero, come vi dicevo prima, valutando i rischi, ovvero essendo quasi (quasi) sicura che quei soldi gli possano essere ritornati.

Quindi, chiunque sia stato a permettere il finanziamento ha cercato di capire se ci fosse qualcosa che spingesse a rifiutarlo: reddito, patrimonio, liquidita’.

Metterei la mano sul fuoco che nulla di tutto ciò potrebbe essere provato.

Ma il presupposto fondamentale, una garanzia sostanziale (e non formale) di restituzione del finanziamento, per concedere quei soldi c’era. Io stesso se fossi stato (e lo sono stato) quel qualcuno in quel contesto, l’avrei concesso.

Così, infatti, il fido in questione è stato ottenuto e approvato, da una piccola banca sita in San Marino.

Una banca dove, sempre probabilmente e facendo i semplici, Siri potrebbe aver avuto un conto e su questo conto potrebbe aver depositato dei soldi. Semplici risparmi che garantiscono non formalmente ma sostanzialmente il finanziamento. Nel gergo bancario si chiamano depositi “collaterali”. Stanno li’, nessuno li può’ toccare ma formalmente non sono a garanzia (pegno) del finanziamento. Nel malaugurato caso in cui dovessero servire ……. tutto semplice.

Non solo.

San Marino è un paradiso fiscale. Semplice sarebbe pensare di portare i propri risparmi.

Non possiamo saperlo e non possiamo provarlo se non con la semplice esperienza di 25 anni in quel mondo.

Di fatto, facendo i semplici tutto torna.

Fonte immagine: IlFattoQuotidiano

Epidemia di morbillo su una nave di Scientology: è quarantena

Lun, 05/13/2019 - 13:44

La nave “rifugio spirituale” trasportava 300 persone, 28 sono ancora a bordo per rischio contagio.

Il morbillo blocca una nave crociera di Scientology da una settimana. Nuovi risvolti nella vicenda dell’imbaracazione Freewinds appartenente alla setta americana, che è attualmente ferma in una zona non accessibile al pubblico nel porto di Curacao, nel Mar dei Caraibi.

Nella giornata di ieri, le autorità hanno ordinato alle persone ancora a bordo (17 membri dell’equipaggio, più 11 passeggeri) di rimanere sull’imbarcazione per via del rischio di contagio. Più 250 passeggeri hanno raggiunto la terraferma, dopo aver dimostrato di essere vaccinate contro la malattia. 

Il dottor Izzy Gerstenbluth ha dichiarato all’agenzia Ap che le persone a bordo resteranno confinate sull’imbarcazione almeno fino a domani: 18 persone sono ancora a rischio di contrarre il morbillo.

Intanto, le autorità sanitarie invitano coloro che sono stati sulla nave nel periodo 22-28 aprile a procedere ai controlli medici necessari. Nei giorni scorsi, il medico di bordo aveva richiesto 100 dosi di vaccino anti-morbillo e la nave era già stata bloccata nel porto di St Lucia.

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Accoglienza migranti in crisi, 15mila operatori rischiano il lavoro

Lun, 05/13/2019 - 11:30

Sono in gran parte giovani gli educatori, legali, mediatori culturali, insegnanti di italiano, psicologi che si ritroveranno senza occupazione o dequalificati dopo il cambiamento delle regole

Il modello italiano di accoglienza diffusa – che ha permesso fino a oggi di assistere e integrare decine di migliaia di persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria, contenendo allo stesso tempo l’impatto sulle comunità locali – rischia oggi di venire completamente smantellato. A farne le spese non saranno solo i migranti e richiedenti asilo, che si vedranno negati servizi essenziali per il loro processo di integrazione, ma anche migliaia di giovani operatori.

Educatori, operatori legali, mediatori culturali, insegnanti di italiano, psicologi si ritroveranno infatti senza lavoro o dequalificati, con un costo sociale ed economico altissimo per il nostro Paese: secondo le stime, potenzialmente oltre 200 milioni di euro in ammortizzatori sociali. È quanto emerge dal rapporto Invece si può!, lanciato oggi da Oxfam e In Migrazione, attraverso le voci e le esperienze di chi in tutta Italia ha lavorato a progetti di integrazione e accoglienza, proprio nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas). Qui infatti ha trovato ospitalità l’80% dei migranti, qui hanno lavorato oltre 36mila operatori. 

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Fonte immagine copertina AVVENIRE.IT

Facebook, il monopolio social rischia lo smembramento

Lun, 05/13/2019 - 09:42

Tra i cofondatori di Facebook, Chris Hughes, classe 1983, è il più atipico rispetto alla narrativa della Silicon Valley. Quando nell’estate del 2006 l’allora ceo di Yahoo!, Terry Siemel, offrì un miliardo di dollari per comprare l’azienda, lui sperava «disperatamente che Mark dicesse di sì» ha raccontato in un lungo editoriale pubblicato dal New York Times. Lo stesso anno si laureò, a differenza degli altri compagni di stanza e fondatori – Zuckerberg, Eduardo Saverin e Dustin Moskovitz – che lavoravano su quel sito nato in sordina nella stanza di Harvard.

E nel 2008 lasciò l’azienda si unì a Obama nella campagna presidenziale. Ha poi rilevato la rivista New Republic, ma è andata male e l’ha ceduta, e ieri sulle colonne del primo quotidiano americano ha sferrato uno degli attacchi più duri che si siano registrati nell’ultimo complicato biennio di Facebook in termini di immagine, dopo lo scandalo privacy, la diffusione di fake news e le conseguenze sulla formazione dell’opinione pubblica.

In sintesi Hughes propone che Facebook venga smembrata in tre diverse aziende, una per servizio. Facebook, Instagram, WhatsApp. Critica la decisione fatta allora dall’Ftc, la Federal Trade Commission, di approvare l’acquisizione di Instagram da parte di Facebook, per un miliardo nel 2012, e WhatsApp, per 22 miliardi nel 2014. In quel biennio Mark Zuckerberg, intuendo che Facebook stava invecchiando e i teenager volevano una comunicazione più veloce e privata, ha gettato le basi per il decennio successivo. Messe le mani su Instagram, e tramontata l’ipotesi di comprare l’astro nascente Snapchat perché il ceo Evan Spiegel non ne voleva sapere, un po’ come fatto da Zuckerberg con Terry Siemel, ha portato sulla piattaforma social fotografica appena rilevata le funzioni più innovative di Snapchat, ovvero le stories. Così Snapchat fuori dagli Stati Uniti non è mai decollato.

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Artista brasiliano trasforma vecchi pneumatici in letti per animali

Lun, 05/13/2019 - 08:00

Amarildo Silva, un giovane artigiano brasiliano, ha sempre amato l’idea di riutilizzare quello che la gente butta per strada. Materiali usati e ormai scartati, da convertire in qualche cosa di nuovo ma soprattutto utile.

Proprio come ha fatto nel suo ultimo progetto: cucce per cani realizzate a partire da copertoni di scarto. Silva trasforma vecchi pneumatici in comodi letti colorati che altrimenti sarebbero stati buttati via.

Con la sua idea, divenuta anche fonte di guadagno, Silva ha contribuito al benessere dell’ambiente e regalato morbidi e deliziosi letti a cagnolini in ogni parte del paese. L’artista raccoglie vecchi pneumatici che trova sulle strade, li porta a casa nel suo cortile poi li taglia, lava e dipinge.

Fonte keblog.it

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Fonte foto, Instagram profilo artista: amarildo_silva2

Autocalisse: le auto si stanno estinguendo (e non ce ne importa nulla)

Lun, 05/13/2019 - 06:00

Il termine “Autocalisse” fa pensare ad un fenomeno di proporzioni bibliche… e in effetti è così. Le automobili si stanno estinguendo in massa. Una teoria verosimile, soprattutto perché a crederci è in prima fila Lyft, l’azienda di trasporti Usa che offre un servizio di condivisione veicoli simile a quello del più noto – almeno per noi italiani – Uber.

Foto: John Erlandsen, Flickr

I fondatori Logan Green e John Zimmer ne sono certi: gli americani spendono troppo per le auto, questa voce di spesa è superata solo da quella per l’alloggio, è un costo troppo gravoso ormai, non sostenibile. Il declino delle auto come oggetto di proprietà è dunque irreversibile, dobbiamo solo aiutarle mentre percorrono la via verso il pensionamento.

Le auto, per giunta, generano enormi disuguaglianze tra gli individui: non tutti possono permettersi di spendere 33 mila dollari per un veicolo nuovo. Ecco perché chi utilizza servizi di car sharing o il noleggio ne fa volentieri a meno e cerca alternative per spostarsi.

I dati supportano questa tesi. Quelli riportati da Business Insider ci confermano che le vendite nel 2017 sono in calo nel Regno Unito dal 2017 e a gennaio si è registrato un sonoro -18,2%. Se in questo caso si potrebbe dare la colpa alla Brexit, non abbiamo lo stesso appiglio in Turchia, dove il calo degli acquisti da gennaio 2018 è del 60%, sebbene il crollo della lira e la recessione non aiutino il settore. Sono due casi limite? No, perché se diamo un’occhiata all’Eurozona e agli Usa il calo è evidente ovunque. Negli Usa, in particolare, un picco di vendite di nuove auto si è interrotto bruscamente ad inizio 2019, con oltre 7 milioni di persone che non riescono più a pagare le rate e un -10% di auto immatricolate. In Europa sono state vendute il 6% di auto in meno.

Gli analisti fanno notare che, in generale, a fronte di un’occupazione in crescita a livello mondiale e con i salari in molte economie occidentali in aumento, il settore automobilistico non rispecchia questo andamento. Gli stabilimenti vengono chiusi, i dipendenti licenziati Altro indicatore che confermerebbe l’Autocalisse: in Cina le vendite di vendite di pneumatici sono calate.

Colpa di Lyft, Uber e di tutti i servizi di sharing economy? Sono loro ad aver messo in ginocchio il mercato dell’auto? Non è il caso di puntare il dito. Ma questi servizi probabilmente ci hanno fornito un’alternativa efficiente e ci hanno spalancato gli occhi.

Le auto sono passate dall’essere uno status symbol ad essere un oggetto superfluo e costoso, soprattutto nelle grandi città. L’auto non è più necessaria, molte persone hanno perso  interesse a possederne una. Nonostante le case automobilistiche si impegnino a sfornare modelli supertecnologici, smart, innovativi, amici dell’ambiente, la tendenza veramente smart, amica dell’ambiente e di moda oggi è camminare a piedi, spostarsi in bicicletta o utilizzare mezzi di trasporto non propri.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Pakistan, nozze solo dopo i 18 anni: la legge approvata dal Senato

Dom, 05/12/2019 - 18:00

Lunedì 29 aprile il Senato ha approvato una legge che modifica l’età minima per contrarre matrimonio, elevandola da 16 a 18 anni, portando così il paese al passo con altri Stati musulmani come Turchia, Egitto e Bangladesh.

La riforma, pensata per ridurre “il rischio del matrimonio infantile prevalente nel Paese” e salvare “la donna dallo sfruttamento”, era ferma da tre mesi dopo essere stata proposta al Senato da Sherry Rehman.

La senatrice era stata fortemente criticata dai fondamentalisti per la riforma proposta, ma anche prima di questo episodio era finita al centro delle polemiche per la sua posizione critica verso la legge antiblasfemia.

La riforma – La legge approvata dal Senato e che si trova adesso al vaglio dell’Assemblea nazionale prevede un innalzamento da 16 a 18 anni dell’età minima per contrarre matrimonio. Chi contravviene alla legge può essere punito fino a 3 anni di carcere e con una multa di almeno 100mila rupie (630 euro).

Non tutti i senatori hanno sostenuto la riforma. I voti contrari sono stati 5 contro 104 a favore, ma la legge è passata anche grazie all’astensione del partito di governo il Pakistan Tehreek-e-Insaf.

I maggiori oppositori dell’innalzamento dell’età minima sono stati gli islamisti, che hanno promesso di fare ostruzionismo anche all’Assemblea nazionale, cui spetta il compito di approvare definitivamente le norma.

Secondo l’opposizione la norma è in contrasto con quanto stabilito nel Corano, che a loro dire prevede il matrimonio già durante la pubertà, e perché viene meno  il ruolo dei leader religiosi islamici.

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Mangiare sul wc, al buio o con le giraffe: i ristoranti più strani al mondo

Dom, 05/12/2019 - 15:00

Volete mangiare insieme alle giraffe? Oppure preferite al buio? In questa lista di ristoranti più strani ne esiste anche uno in cui potete mangiare sul wc!

Avete voglia di mangiare in un ristorante particolarmente strano? Allora non vi resta che leggere la lista che stiamo per proporvi, perché sicuramente vi stupirete. Scoprirete che è possibile mangiare tra le giraffe, al buio, seduti su wc o addirittura in mezzo ai morti. Sapete che esiste un luogo dove i camerieri hanno dei preservativi in testa? Una lista tutta da scoprire, perché questi strani ristoranti sono assolutamente da provare.

Partiamo dalla Norvegia, dove è stato aperto il ristorante subacqueo più grande del mondo. Il ristorante offre ai suoi ospiti la possibilità di scoprire cosa si prova trascorrendo del tempo in fondo al mare, con una vetrata panoramica davvero incredibile, dove si può osservare l’oceano durante la cena. Il ristorante si chiama Under e sta già ottenendo un successo davvero incredibile. Voi mangereste in fondo all’oceano?

Spostiamoci a Shangai per scoprire il ristorante che fa sedere i suoi clienti su wc abbelliti da comodi cuscinetti. Stiamo parlando del More Than Toilet,locale ristorativo in cui i clienti mangiano su tavoli costruiti sopra lavandini con cibi serviti in contenitori a tema. Siamo abbastanza sicuri che questa sia una “Mossa Kansas City” (chi coglie la citazione memorabile vero) nel caso qualche cliente, su TripAdvisor, pensasse di commentare che “Si mangia di ….a“!

Il tè viene servito in tazze a forma di orinatorio e il gelato al cioccolato in ciotole a forma di gabinetto. Non è un ristorante adatto agli schizzinosi, ma viene spontaneo chiedersi: che potrebbe mai mangiare in un locale con un tema così disgustosamente inappropriato? Ma spostiamoci in Africa, dove potreste vivere un’avventura gastronomica con le giraffe!

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Farah, il cane che raccoglie la plastica abbandonata sulle spiagge

Dom, 05/12/2019 - 12:00

Non si abbandonano le bottiglie di plastica sulle spiagge, così come non si abbandonano gli animali quando si va in vacanza. È questo il messaggio di Farah, un labrador femmina di quasi quattro anni, e del suo padrone Fabrizio Pinna. Sono i protagonisti di alcuni video diventati virali in poco tempo su tutti i social.

Una vera passione per le bottiglie di plastica. Quelle che siamo ormai abituati a vedere abbandonate sulle spiagge, e non solo. Ma Farah, una bellissima femmina di labrador di quasi quattro anni, non raccoglie solo quelle. Sulla spiaggia di Cala Domestica, al confine tra i Comuni di Iglesias e di Buggerru, ha trovato di tutto: piatti e bicchieri di plastica monouso, secchi e bidoni, frammenti di rete e chissà cos’altro ancora. A causa delle correnti, infatti, in questa spiaggia la plastica e altri rifiuti arrivano a quintalate e come sempre, i responsabili sono gli esseri umani.

Insomma Farah è un labrador che dà una lezione di ecologia a tutti. Non è un cane addestrato appositamente per raccogliere rifiuti, ma il suo amico “padrone” Fabrizio Pinna ha due grandi passioni, la fotografia e la compagnia del suo cane, che lo fanno girare in lungo e in largo per la Sardegna. Fabrizio, meccanico dell’aeronautica, e la sua Farah, sono così diventati testimonial di una campagna sui social contro l’abbandono della plastica, che invita non solo a non inquinare, ma anche a ridurne il consumo.

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Dal Dna dei sardi la «chiave» per scoprire perché ci ammaliamo

Dom, 05/12/2019 - 09:30

Un’isola straordinaria, in tutti i sensi. La Sardegna è un luogo davvero unico, non solo per il paesaggio: gli abitanti sono una delle popolazioni più speciali d’Europa, perché hanno un Dna pieno di sorprese che potrebbe addirittura aiutarci a capire perché ci ammaliamo di sclerosi multipla, diabete e così via. Lo ha spiegato Francesco Cucca, direttore dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) e docente di Genetica Medica dell’Università di Sassari, durante il Festival della Scienza Medica di Bologna, raccontando anche come i sardi di oggi siano fra i popoli più “primitivi” d’Europa perché hanno un genoma rimasto pressoché intatto nelle ultime decine di migliaia di anni.

Dna dal passato

Leggere il genoma di un sardo infatti è come salire su una macchina del tempo che ci riporti fino al neolitico, spiega Cucca: «Il Dna dei sardi è una specie di orologio molecolare che ci ha aiutato, per esempio, a datare la comparsa dell’uomo moderno fissando la sua origine duecentomila anni fa, ovvero centomila anni prima di quando si pensava fino a poco tempo fa. Abbiamo anche potuto datare l’arrivo sull’isola di popolazioni dall’Africa subsahariana, circa duemila anni fa al tempo della dominazione romana». Leggere il genoma dei sardi è insomma come sfogliare le pagine di un libro di storia, ma soprattutto come dare un’occhiata all’aspetto e alle caratteristiche degli uomini della preistoria perché l’isola, a parte pochi sporadici “ingressi”, è rimasta isolata e non ha subito invasioni come, per esempio, la Sicilia. «Il profilo genetico è rimasto immutato dal neolitico fino alle civiltà nuragiche e oltre, è quello delle popolazioni europee primitive», spiega Cucca.

Una finestra sulle malattie

Tutto questo è interessante dal punto di vista antropologico, ma anche medico: i numerosi progetti di sequenziamento genetico di popolazioni isolate nella Sardegna, isole nell’isola, stanno dando informazioni importanti per capire per esempio le caratteristiche e lo sviluppo di alcune malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1 o la sclerosi multipla, entrambe molto più diffuse fra i sardi rispetto al resto della popolazione. Sottolinea Cucca: «La frequenza di queste malattie in Sardegna è la più alta al mondo, studiare il Dna dei sardi può aiutarci a capire perché e anche a trovare bersagli molecolari nuovi. Abbiamo visto, per esempio, che un gene conservato nel Dna dei sardi si associa all’incremento di malattie su base autoimmune come la sclerosi multipla: è lo stesso che nel topolino porta a una maggior resistenza alla malaria, per cui è possibile che nell’isola si sia mantenuto perché conferiva una protezione utile da questa malattia. In passato, quindi, favoriva la sopravvivenza ma oggi è un “fardello” che aumenta il rischio di malattie autoimmuni; averlo scoperto significa poter lavorare su un nuovo bersaglio terapeutico».

FONTE: CORRIERE.IT

Non serve il cibo “green”, serve cibo vero

Dom, 05/12/2019 - 09:00

L’ultimo libro dell’economista e agronomo Andrea Segrè, fondatore del Last Minute Market, illustra i paradossi del mondo del cibo. Affamati contro obesi, chef in vista contro braccianti sfruttati. Ecco perché scegliere diventa un atto politico

Gli obesi sono il doppio degli affamati. Con le diete del «senza» ormai spendiamo di più per «non» mangiare. Gli chef pluristellati occupano i palinsesti televisivi, ma non vediamo chi il cibo lo produce: gli agricoltori. Gli ogm, la dieta mediterranea, il chilometro zero, il green sono diventati slogan da guru. Mentre l’illegalità imperversa in gran parte della filiera alimentare. «Il cibo, dunque, ci nutre o ci consuma?», si chiede l’economista e agronomo Andrea Segrè nel suo ultimo libro Mangia come sai (Editrice Missionaria), che sarà presentato a Bologna il prossimo 2 maggio (librerie Coop Ambasciatori, ore 18).

Segrè parte da un viaggio fatto a piedi nella piana di Gioia Tauro, per comprendere fino in fondo le condizioni di produzione e di lavoro nelle campagne di quell’angolo di Calabria. Gli scarti, qui, non sono solo quelli del cibo, di cui Segrè si occupa da tempo come fondatore di Last Minute Market, il progetto che mira al riutilizzo degli sprechi alimentari della grande distribuzione. Gli scarti, nella piana calabrese, sono anche i braccianti degli agrumeti, gli immigrati sfruttati per pochi euro l’ora, ammassati nella tendopoli di San Ferdinando.

Nel suo percorso, Segrè vede le clementine cadere a terra marce. Mentre nei supermercati calabresi si vendono i mandarini importati dal Sudafrica. Paradossi del mondo del cibo. E intanto, nel Paese che il cibo l’ha messo in mostra con l’Expo del 2015, la criminalità agroalimentare mette in tavola prodotti come la mozzarella sbiancata con la calce o il filetto agli anabolizzanti. Cibo killer, ma anche cibo falso. Come il finto made in Italy e i prodotti Italian sounding.

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L’Emilia Romagna e le auto elettriche

Dom, 05/12/2019 - 07:32

La Regione Emilia Romagna ha stanziato bonus economici per chi passa a un’auto elettrica. Cosa ne pensano i romagnoli?
I nostri inviati Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino sono andati a chiederlo.

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La morale è universale? Individuate 7 regole condivise in tutto il mondo

Dom, 05/12/2019 - 07:16

Aiutare la famiglia, aiutare il proprio gruppo, ricambiare un aiuto, essere coraggiosi, rispettare i propri superiori, dividere le risorse in modo equo e rispettare la proprietà altrui: sono le sette regole morali condivise trasversalmente da 60 culture di tutto il mondo. Una specie di “massimo comune divisore” per convivere, individuato da tre ricercatori dell’Istituto di Antropologia Cognitiva ed Evolutiva dell’Università di Oxford (Regno Unito) che hanno pubblicato i risultati del loro studio su Current Anthropology.

La più ampia indagine interculturale sui costumi

Studi condotti in precedenza avevano già individuato alcune di queste regole come moralmente condivise da alcune società, ma nessuna ricerca aveva mai compreso un campione così ampio: analizzando 60 società e oltre 600 documenti, Oliver Scott Curry, Daniel Austin Mullins e Harvey Whitehouse hanno realizzato la più ampia e completa indagine interculturale sui costumi mai condotta fino a oggi.

Promuovere la cooperazione

Queste sette regole morali, spiegano i ricercatori, sono tutti comportamenti cooperativi e possono essere considerati “universalmente validi” in quanto presenti nella maggior parte delle società esaminate, e sono ritenuti in modo concorde come “moralmente buoni“: osservati con uguale frequenza attraverso i continenti, questi comportamenti non possono essere considerati “riserva esclusiva” dei paesi occidentali (o di qualsiasi altra regione del pianeta). A rinforzare la tesi dell’universalità di queste regole c’è anche il fatto che in nessuna delle società esaminate sono presenti dei contro-esempi che indichino come “moralmente cattivo” uno o più di questi comportamenti.

Morale: universale o relativa?

Curry e colleghi seguono la “teoria della moralità come cooperazione” secondo cui la moralità è un insieme di soluzioni che serve a rispondere a problemi comuni sulla cooperazione all’interno delle società umane: una teoria che potrebbe fornire un modello unificato della moralità che ancora è mancante nell’antropologia. Come spiega Curry, autore principale dello studio, «il dibattito tra i sostenitori di una morale universale e i sostenitori del relativismo morale imperversa ormai da secoli: ora abbiamo alcune risposte. Le persone in ogni luogo del mondo affrontano gli stessi problemi a livello sociale e utilizzano un insieme simile di regole morali per risolverli. Come previsto, queste sette regole morali sembrano essere universali per tutte le culture. Chiunque, in ogni parte del mondo, condivide un comune codice morale. E tutti concordano sul fatto che cooperare, promuovendo il bene comune, sia la cosa giusta da fare».

Le variazioni sul tema

Sebbene tutte le società sembrino essere d’accordo sulle sette regole morali di base, i ricercatori hanno però registrato delle variazioni nel modo in cui le sette regole sono state classificate, mettendo in evidenza differenti scale di priorità in diverse culture. Gli autori dello studio hanno ora sviluppato un nuovo questionario sui valori morali per raccogliere altri dati: il prossimo passo sarà capire se le variazioni nelle regole morali riscontrate all’interno delle diverse culture riflettano, oppure no, le variazioni nella cooperazione.

Una domenica atomica: vi mostriamo l’interno delle ex centrali nucleari italiane

Dom, 05/12/2019 - 06:47

In Italia la Società pubblica responsabile del decommissioning (vale a dire lo smantellamento di una centrale nucleare) e della gestione dei rifiuti radioattivi è Sogin, incaricata di gestire tutte le operazioni che consentiranno di chiudere il ciclo nucleare italiano, garantendo come obiettivo primario la sicurezza della popolazione e dell’ambiente. Da qualche anno Sogin apre le porte delle ex centrali nucleari presenti sul nostro territorio, ormai non più attive ma simbolo del nostro passato. Abbiamo voluto dare un’occhiata da vicino anche noi e abbiamo partecipato all’Open Gate di aprile.

Impianti costruiti senza pensare di doverli un giorno smantellare

Davide Galli, il responsabile del sito di Trino (Vc) ci ha accompagnati nel nostro tour. Lavora in questa centrale da quando aveva 19 anni, ha trascorso al suo interno qualcosa come 35 anni. Ha visto la centrale quando era operativa, è stato testimone dello spegnimento a seguito dei referendum sul nucleare e oggi si occupa in prima persona di quest’ultima tappa del ciclo di vita: oggi a Trino si lavora per smaltire i rifiuti restanti, compresi quelli più complicati, quelli radioattivi. Occorrono anni perché un decommissioning sia completato.

Le centrali dismesse sono luoghi simbolo della storia industriale italiana, il pubblico si dimostra curioso quanto noi di sapere cosa contengono: i numeri relativi all’Open Gate del 14 e 15 aprile parlano di oltre 5 mila adesioni, di cui 3 mila persone iscritte e 2mila in lista d’attesa, che saranno ricontattate in occasione di prossimi eventi analoghi. Forse è un timore mai sopito, forse è il mistero, forse è il ricordo di catastrofi anche recenti, forse abbiamo solo visto troppi film: in ogni caso, sapere cosa ci sia dentro una centrale nucleare interessa molto a tutti, compresi i più piccoli, a cui i genitori tentano di svelare anche con questi “sopralluoghi” il magico mondo della produzione dell’energia.

Colpisce vedere i fusti che contengono i rifiuti radioattivi, immagazzinati per essere spediti all’estero in attesa che l’Italia realizzi il Deposito Nazionale. «Questi impianti non sono stati costruiti con l’idea che un giorno qualcuno avrebbe dovuto smantellarli”», ci spiega Galli. E questa considerazione si ripresenta martellante mentre ci mostra le varie sezioni, compreso ciò che rimane del reattore, il cuore della centrale. Ci spostiamo lungo i corridoi, scendiamo scalette di ferro ripidissime, cerchiamo di non inciampare su tubi e sporgenze, intanto Galli ci spiega che in realtà in queste aree nessuno era presente quando la centrale era in funzione, tutto veniva monitorato dalla sala controllo. Per completare il decommissioning non basta smontare pezzetto per pezzetto l’impianto e trasportare altrove i rifiuti, separandoli e smaltendoli. Molte parti della struttura pesano centinaia di tonnellate, alcune componenti non si possono rimuovere e far passare da porte o altre aperture esistenti: vanno costruiti strutture ed elementi nuovi. Sembra incredibile, eppure la conferma che questi impianti non siano stati progettati per essere smontati diventa palpabile osservandoli dall’interno.

Al posto della centrale un prato verde

Davide Galli è affezionato all’impianto di Trino in maniera viscerale, ne parla quasi come fosse casa sua. Dando un’occhiata alla sala di controllo, alle vecchie apparecchiature, a tecnologie analogiche e a strumentazioni che ci sembrano appartenenti ad un’epoca lontanissima, capiamo in effetti che qualcosa del passato dell’Italia scomparirà per sempre non appena questi impianti saranno smantellati. Potremo tramandare racconti e informazioni, ma non mostrare e far toccare con mano come abbiamo fatto durante l’Open Gate.

Purtroppo arriva la doccia fredda: non è possibile trasformare queste centrali in musei, luoghi della memoria. Galli ci spiega il motivo e, ancora una volta, torna la medesima considerazione: sarebbe bellissimo, ma per trasportare i rifiuti e i materiali radioattivi di fatto la struttura viene “sventrata” pezzo dopo pezzo e occorrerebbe ricostruirla. Al posto della centrale, una volta terminato l’iter di decommissioning, vedremo soltanto un enorme prato verde dove potremo far giocare senza alcuna paura i bambini, antichi timori permettendo. Non resterà nulla.

È chiaro però che per lui ogni piccola parte che esce dall’impianto è quasi un pezzetto di cuore che si stacca. Spera che, un giorno, il museo della Scienza e della Tecnica di Milano possa ospitare una parte della strumentazione, o che almeno non vada tutto perduto. Comprendiamo ancora più a fondo lo stato d’animo e la malinconia del nostro cicerone quando ci porta a vedere la sala controllo. Quella dell’impianto di Trino che abbiamo davanti agli occhi possiede una strumentazione analoga a quella installata sul sottomarino nucleare Nautilus. A noi sembra oggi una perla rara con un valore storico incommensurabile. Contrari o favorevoli al nucleare, poco importa: dispiace che il suo destino sia quello di essere estrapolata dal proprio contesto per essere, nel migliore dei casi, esposta in un museo, presumibilmente neanche tutta intera. Galli ci mostra l’angolazione migliore per immortalare in uno scatto la sala controllo. Chiediamo se esiste davvero il pulsante rosso che, in caso d’emergenza, bloccava tutte le attività (abbiamo davvero visto troppi film!): ebbene sì, esiste.

Oggi, dietro il termine decommissioning, si nascondono azioni di varia natura e più fasi. Innanzitutto significa mantenere in sicurezza gli impianti. Occorre poi allontanare dal sito tutto il combustibile nucleare esaurito, decontaminare e smantellare le installazioni nucleari, gestire e porre in sicurezza i rifiuti radioattivi perché si possano un giorno trasferire al Deposito Nazionale. Significa occuparsi della fase di caratterizzazione radiologica finale. A ciclo completo, avremo appunto un prato verde al posto di ogni centrale nucleare, un’immagine poetica che indica l’assoluta mancanza di vincoli radiologici. A quel punto i siti si potranno riutilizzare. Inutile dire che occorrono tecnologie avanzate e un know how specializzato.

Manca un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

L’altra questione che torna sistematicamente a galla durante la visita all’impianto di Trino è quella del Deposito Nazionale, che a oggi non esiste. Conosciamo bene le polemiche: nessuno ha piacere di immaginare il deposito sul proprio territorio, sebbene si parli di sicurezza assoluta e di rifiuti che con il passare del tempo perdono progressivamente radioattività. E una delle operazioni più complesse di decommissioning  è proprio la rimozione dall’impianto del combustibile nucleare esaurito per procedere al suo riprocessamento, vale a dire la separazione delle materie riutilizzabili dai rifiuti finali. Questi ultimi poi vanno ridotti a una forma che permetta una riduzione di volume e la loro conservazione in totale sicurezza nel lungo periodo durante il loro decadimento radioattivo (fino a più elevata radioattività al 5% del volume originario del combustibile). Quasi tutto il combustibile esaurito prodotto durante l’esercizio delle centrali nucleari italiane è stato inviato all’estero per il suo riprocessamento. Nei siti come Trino i rifiuti sono trattati, condizionati e stoccati in depositi temporanei realizzati ad hoc, che verranno smantellati una volta terminato il decommissioning.

Sogin ha l’onere di localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale, insieme al quale sarà realizzato il Parco Tecnologico, un centro di ricerca, aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere attività nel campo del decommissioning, della gestione dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo sostenibile, in accordo col territorio interessato. Ma, nonostante questi propositi, il deposito non esiste, sebbene pare che si sia usciti dallo stallo sulla questione della redazione della CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee.

La radioattività di quelli che ormai sono rifiuti scende con il passare del tempo, ma chi lavora qui in impianto come quello che abbiamo visitato è sottoposto a controlli medico-sanitari continui. C’è un valore limite alle radiazioni a cui il corpo umano può essere esposto. In questo impianto – ci spiega Galli – i risultati delle analisi mostrano che l’intero staff è stato esposto a un valore addirittura minore di quello consentito per un solo essere umano.

In ogni caso, prima di iniziare la visita ci hanno fornito una tuta bianca, guanti e calzascarpe. Ci hanno consegnato anche un dosimetro – un rilevatore di radiazioni ionizzanti – non tanto perché ci segnali in tempo che è meglio scappare, quanto per dimostrarci che il pericolo è effettivamente nullo. In effetti ci dimentichiamo in fretta di averlo, non ha mai dato segni di vita. Inconsciamente però nessuno si sente intimorito quando passiamo accanto a file e file di fusti la cui etichetta reca un simbolo inequivocabile. Alla fine della visita, un’apposita macchina misura i nostri valori di radioattività. Nulli. Passiamo tutti il test, i tornelli si aprono e ci riconsegnano al piazzale esterno.

Allarme Onu: a rischio estinzione api, pipistrelli, scoiattoli e ricci

Sab, 05/11/2019 - 18:00

Nuova allarme per il pianeta: in tempi «relativamente brevi» scompariranno dalla Terra e dagli Oceani un milione di specie animali e vegetali – tra cui allodole, api, scoiattoli rossi, pipistrelli e ricci – in pratica l’equivalente di 1/8 di tutte le specie che popolano il pianeta.

A lanciare l’allerta è l’organismo Onu sulla biodiversità, che la scorsa settimana si è riunito a Parigi per una settimana presenti i rappresentanti di 130 Paesi. È un dato shock quello annunciato dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes) che dalla capitale francese ha chiesto formalmente ai leader mondiali di passare all’azione quanto prima, perché ancora non tutto è perduto. Secondo gli esperti l’unica speranza per evitare il peggio è quella di porre fine allo sfruttamento intensivo degli ecosistemi per le attività umane.

«La salute degli ecosistemi da cui dipendiamo, come tutte le altre specie, peggiora in modo più rapido che mai», sintetizza il presidente dell’Ipbes, Robert Watson, spiegando che il pianeta sta erodendo «le fondamenta stessa delle sue economie, dei mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità di vita nel mondo intero».

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Avere sempre ragione fa malissimo alla salute

Sab, 05/11/2019 - 15:00

La vita si è evoluta dalle forme primitive a creature sempre più complesse e intelligenti perché tendenzialmente penalizza gli stupidi.
Essere intelligenti conviene, anche considerando l’evoluzione.
Guarda che fine hanno fatto i dinosauri, per altro efficienti per molti versi, sono spariti dalla faccia della terra a causa della loro ghiozzezza sociale. In centinaia di milioni di anni sono riusciti a produrre, dal punto di vista concertistico, solo enormi scoregge bitonali. Non sarebbero mai arrivati a suonare la tromba!
Quindi vennero sterminati.

In termini generali chi è intelligente è avvantaggiato.
E visto che artisti e scienziati sono indiscutibilmente (statistiche Oms) la categoria umana che vive più a lungo, possiamo affermare che la durata della vita e la buona salute sono legate all’intelligenza (ci sono scienziati e artisti pirla ma sono comunque professioni che selezionano parecchio).
Detto questo dobbiamo porci la seguente domanda: possiamo sviluppare la nostra intelligenza?
Per rispondere a questo quesito dobbiamo partire da un’altra questione soggiacente: siamo intelligenti?

La mente mente continuamente.
Se non mentiva si chiamava sincera.

Il più grosso limite della mente umana è che essa funziona a intermittenza e che adora la tranquillità che prova quando è convinta di aver ragione.
Quel che ho appena detto illustra perfettamente oltre che sinteticamente il grande dramma dell’Umanità: ogni tanto siamo un po’ pirla, facciamo cazzate, ma stiamo veramente bene solo quando ci convinciamo che non sbagliamo mai.
Tragica antitesi di concetti matematicamente inconciliabili.

Che la tua mente, povera creatura, funzioni a tratti lo hai sperimentato spesso: cerchi le chiavi in tasca dieci volte e non le trovi, poi le cerchi in tutta la casa e non ci sono, poi sconsolatamente metti le mani in tasca di nuovo e (sorpresa!) le chiavi sono lì, in tasca!
Quindi che il cervello ogni tanto disfunzioni è un fatto semplice da dimostrare.
Questo piacere nell’avere ragione ha una causa semplice. Ci sono migliaia di studi che dimostrano la disastrosa esistenza di un meccanismo potente: godiamo come pangolini in amore quando ci pare che tutto intorno a noi sia a posto.
Il cervello ama la tranquillità consueta e quando gli sembra che siamo riusciti a conquistarci un angolo di tranquillità, ci regala vere e proprie scariche di droghe naturali: endorfine, dopamine e simili…
Sostanze che sono prodotte dal nostro stesso corpo e che oltre a darci sensazioni mentalmente e fisicamente piacevoli provvedono a far funzionare meglio tutti gli organi; quindi DOPPIO BENESSERE! WOW!!!
E siccome quando sono convinto che ho ragione mi pare che tutto intorno a me vada bene, e siccome sono goloso di queste droghe gratificanti, allora succede che anche quando ho torto marcio mi convinco di aver ragione, pur di assaporare una boccata di dopamina.
A questo meccanismo di base se ne giunge un secondo strettamente connesso: la mente umana si è evoluta durante milioni di anni allo scopo di trovare cibo, sesso e contemporaneamente sopravvivere a ogni tipo di pericolo.
E per ottenere questo il cervello di animali e umani ha sviluppato una strabiliante capacità di leggere la realtà. Capiamo subito se quella macchia scura che ci sta piombando addosso è una pericolosissima tigre!
In ogni istante arrivano al cervello milioni di informazioni. Il cervello è essenzialmente una macchina capace di filtrare le informazioni utili in questo marasma. Per fare questo la nostra struttura mentale è basata su schemi, modelli.
Piaget ci ha spiegato che il processo di apprendimento del bambino richiede numerose esperienze per creare un modello riconoscibile di un oggetto. Il bambino deve toccare la sedia, leccarla, passarci sotto, farla cadere, salirci sopra, svariate volte prima di crearsi uno schema mentale che poi gli permetterà di riconoscere lo schema sedia in un batter d’occhio, a prescindere dalla forma di quella particolare sedia e dal punto in cui la guardiamo. Si tratta di una capacità straordinaria che quando i nostri avi erano scimmie nella giungla, ha permesso loro di sopravvivere perché riuscivano a riconoscere una tigre a colpo d’occhio (anche senza doverla toccare, leccare, rovesciare, salirci sopra). Cioè una volta stabiliti alcuni schemi essenziali di riconoscimento possiamo elaborali per svilupparne altri.
Ripeto: un procedimento assolutamente straordinariamente efficiente e stupefacente. Ma siccome noi viviamo in un sistema complesso questo diventa a volte un grave handicap; infatti tendiamo automaticamente, naturalmente, strutturalmente, a esprimere un giudizio il più velocemente possibile sulla base di un sistema di identificazione e di giudizio preconfezionato.
Per comprendere la portata di questo fenomeno basta guardarsi una delle tante trasmissioni televisive di illusionisti e prestigiatori: non riusciamo a vedere i trucchi proprio perché il nostro cervello è attratto dai movimenti più vistosi (possibile fonte di pericolo), quindi hanno la priorità nel nostro sistema di identificazione; il che porta al fatto che non vediamo proprio una serie di movimenti dell’illusionista, perché sono meno evidenti.
Non vedere il trucco di un mago, al limite è divertente perché ci induce piacevole stupore. Il problema è che lo stesso fenomeno viene sfruttato da ogni sorta di escrementi putridi sub umani: truffatori, prevaricatori, politici e simili. Basta guardare come vota la maggioranza dei terrestri…
Aggiungiamo infine che la mente si è sviluppata per riconoscere quel che ci sta succedendo ora, dove possiamo ora trovare cibo, sesso e sicurezza… Quindi abbiamo una buona percezione dell’istante presente, mentre è debole la nostra capacità di analizzare il passato o di proiettare l’effetto delle nostre azioni nel futuro.
Ci sono centinaia di studi che dimostrano che siamo maestri nel fabbricarci falsi ricordi dei quali siamo assolutamente certi. Ugualmente osservando gli schemi che riconosciamo nel presente siamo bravissimi, grazie a un pizzico di pessimismo, a immaginare continuamente apocalissi totali di vario tipo; da quando ho memoria ho sentito parecchie persone terrorizzarsi per la terza guerra mondiale, il colpo di stato, l’ozono, il Millennium Bag, la Mucca Pazza, la gallina scema, il 21 dicembre 2012…
Chilotoni di inutile paura.

Tutte queste predisposizioni all’errore messe insieme hanno poi effetti devastanti sulle relazioni quotidiane, in famiglia e sul lavoro.
C’è un sacco di esseri umani che non sono capaci di ammettere di avere sbagliato, che non si ricordano quel che hanno fatto, che coltivano paure immotivate, che vedono pericoli dappertutto. Ci sono quelli che hanno ragione solo loro e parlano tutto il giorno di quanto gli altri sono stupidi.
Un esercito smisurato di pirla con i quali è meglio avere a che fare il meno possibile.

E aggiungo che questo atteggiamento mentale, questa abitudine di cullare illusioni e preconcetti, questa intenzione, non è sana. Chi la pratica non riesce poi a risvegliare la propria mente creativa.
Perché quando sostengo di avere senza dubbio ragione io, quando cancello pezzi del mio passato e mi invento eventi mai esistiti, in un angolo della mia mente so che è una cazzata. Sto mentendo a me stesso. E questo mi porta a dubitare di me. A essere mentalmente scisso e questa scissione disperde la mia energia, non mi permette di focalizzarla. Vaporizza la mia intenzione positiva e mi fa perdere la capacità di indirizzarla verso un risultato utile.
Se voglio che la mia mente lavori al meglio possibile e produca pensieri sensati devo rendermi conto che è necessario fare attenzione alle trappole della mente e mettere continuamente in discussione le mie idee.
In fondo non è difficile: basta dare valore a questo meccanismo, rendersi conto che solo la verifica degli schemi di identificazione e giudizio ci mette relativamente al sicuro. E dirselo. Ogni volta che parte la verifica di un’idea dirsi: wow come sono intelligente che non penso a vanvera ma sottopongo a verifica i miei pensieri! Basta dirselo con entusiasmo per creare rapidamente un meccanismo di gratificazione (scarica di endorfine) che invece di scattare solo quando riusciamo a identificare un aspetto della realtà scatti anche quando sottoponiamo questo schema a verifica.

La mancanza di una sana decisione a proposito del mio diritto al piacere (voglio soffrire) e alla necessità di essere aperti alla correzione di idee sbagliate sono due fattori che insieme, come un padre e una madre snaturati, generano un orribile figlio.
Ho ragione io, gli altri sono stupidi, la prima cosa che mi viene in mente è quella giusta… assomma queste due modalità e cosa ottieni: pessimismo (perché sono tutti cattivi e hanno ricordi sbagliati); e il pessimismo si sposa col disprezzo per gli altri; quindi si rafforza via via una concezione di sé come entità separata dagli altri, noi diventiamo una fortezza da difendere dagli altri; perdiamo quindi il naturale senso di appartenenza a una comunità. E questo è la terza e ultima trappola che può catturare come una devastante tagliola la nostra capacità di ragionare e di vivere nel modo migliore. Ma di questo ti parlerò nella prossima puntata.

Edimburgo, troppo inquinamento: addio alle automobili

Sab, 05/11/2019 - 15:00

Il primo stop alle automobili c’è stato domenica 5 maggio 2019 ed Edimburgoprima città nel Regno Unito ad aderire al movimento ‘Open Streets’, chiudendo le strade del centro storicodalle 12:00 alle 17:00. Si proseguirà per 18 mesi, fermando l’inquinamento nella ‘old town‘ la prima domenica di ogni meseLa città scozzese si unisce a Parigi, Bogotà, New York, solo per citare alcuni nomi, adottando un programma a misura d’uomo, e non di automobile, intorno alla città vecchia.

Yoga all’aria aperta, scacchi giganti, musica, tai chi, ma anche noleggio di biciclette elettriche: tutte attività che gli scozzesi hanno potuto intraprendere nelle strade della Capitale, anziché muoversi con l’automobile. Felicitazioni dal consigliere cittadino Lesley Macinnes: «Il cambiamento climatico è una vera minaccia per la società, è chiaro che dobbiamo agire. Farlo assieme ad Open Streets è senza dubbio un passo nella giusta direzione. Siamo pienamente impegnati a creare una città accessibile, sostenibile e a misura d’uomo».

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I 4 hotel sugli alberi in Piemonte

Sab, 05/11/2019 - 12:00

La casa sull’albero è uno dei desideri più comuni e tradizionali dei bambini: avere un posto lontano dai più grandi dove potersi rifugiare e stare tranquilli osservando il mondo dall’alto. Alzi la mano chi non ha mai desiderato da piccolo di avere un posto così dove nascondere i propri segreti e riunirsi con gli amici lontano da sguardi indiscreti.

Se quando eravate più piccoli non avete avuto la fortuna di avere una casa sull’albero oppure se l’avete avuta e ripensate con nostalgia all’emozione di vivere qualche metro sopra la terra, in Piemonte c’è la possibilità di rimediare e fare avverare il vostro sogno di bambino.

Proprio così, in Piemonte è possibile dormire ed alloggiare a qualche metro da terra in bellissime case sull’albero per vivere il vostro sogno di bambini e trovare un po’ di relax lontani dal caos della città e delle vita di tutti i giorni.

Così, appoggiati al tronco di un grande albero e sospesi a qualche metro da terra, potrete vivere per qualche giorno come in una favola… solo voi, la natura e quel sogno che vi riavvicinerà alla spensieratezza dell’infanzia.

Eco-Lodge

Tre Lodge costruiti con materiali naturali ed eco compatibili e posizionati a circa 3 metri di altezza al di sopra degli alberi che li circondano vi aspettano per farvi vivere un’esperienza sensoriale completamente integrata nella natura. Al mattino sarete svegliati dal cinguettio degli uccelli accompagnati dal canto del gallo e la sera potrete ammirare il tramonto sulle cime delle Alpi.

Indirizzo: Via Pittamiglio, 13 – 12062 Cherasco (Cuneo). Sito internet

Il giardino dei semplici

Sulla collina di Manta, ai piedi del Monviso e delle Alpi occidentali, si trova questo Bed & Breakfast immerso nel verde di un rigoglioso giardino. Qui potrete dormire in due romantiche casette che si trovano su un giovane e generoso Toulipier e in mezzo alle fronde di una possente Quercia. A 4 metri di altezza, in queste casette costruite in legno con un terrazzino dove poter fare colazione, potrete ammirare lo splendido giardino, la pianura e nelle giornate più limpide il bellissimo panorama delle Langhe.

Indirizzo: Via San Giacomo, 12 – 12030 Manta (Cuneo). Sito internet

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