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Aggiornato: 1 ora 44 min fa

Cina: nuova scoperta per limitare l’inquinamento petrolifero

Mer, 05/08/2019 - 09:38

(ANSA-XINHUA) – PECHINO, 7 MAG – Un gruppo di scienziati cinesi ha sviluppato una nuova schiuma di polipropilene bio-mimetico per la separazione di petrolio e acqua, che può essere utilizzata per prevenire e controllare l’inquinamento dovuto al petrolio. Il nuovo materiale è stato stato sviluppato da un gruppo di scienziati del Ningbo Institute of Materials Technology and Engineering legato all’Accademia cinese delle scienze La separazione tra i due materiali ha rilevanza globale a causa delle quantità sempre maggiori di acque reflue industriali contenenti petrolio e delle frequenti fuoriuscite in mare o nei corsi d’acqua. Alcuni metodi convenzionali per gestire l’inquinamento da petrolio, come combustione e filtrazione, presentano diversi limiti, come per esempio un elevato consumo di energia, tempi molto lunghi e la possibilità che in seguito si verifichi un fenomeno di inquinamento secondario.
Le nuove schiume di polipropilene bio-mimetico hanno una struttura innovativa che è in grado di separare acqua e petrolio con un’efficacia elevata anche in ambienti complessi.
Il prodotto, ispirato a materiali naturali, ha una superficie ruvida e una struttura tubolare vuota che ricorda un favo. La schiuma ha mostrato un’elevata capacità di assorbimento e filtrazione durante il processo di separazione tra petrolio e acqua. Quando il miscuglio passa attraverso la schiuma, di questo resta solo acqua pura, mentre il prodotto assorbe il petrolio nel giro di pochi secondi.
Il ritrovato è facile da miscelare, poco costoso ed ecologico. Si tratta perciò di una scoperta che possiede grandi potenzialità di utilizzo su larga scala. La squadra di scienziati ha già richiesto il brevetto per questa tecnologia.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Chemical Engineering Journal.

FONTE: ANSA.IT

In Italia beviamo 8 mld di bottiglie di plastica all’anno

Mer, 05/08/2019 - 07:00

Dagli anni Ottanta in poi, e soprattutto negli ultimi dieci anni – per effetto anche dell’arricchimento della popolazione nei Paesi in via di sviluppo – il consumo di acqua in bottiglia è aumentato vertiginosamente in tutto il mondo. In queste classifiche, l’Italia si piazza al primo posto in Europa e terzo nel mondo, con 188 litri annui consumati nel 2017, contro una media europea di 117, e 206 litri nel 2018.

Davanti a noi si trovano solo il Messico, dove, stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2015 solo il 43% della popolazione aveva accesso ad acqua corrente sicura, e la Thailandia, dove questa garanzia era limitata al 47% della popolazione. In totale nei 28 Paesi dell’Ue si consumano annualmente 46 miliardi di bottiglie in plastica, tra i 7,2 e gli 8,4 miliardi sono nel nostro Paese.

Nel database di Beverfood si contano 259 marchi registrati (con oscillazioni tra un anno e l’altro, ma sempre ben al di sopra dei duecento) di acqua imbottigliata disponibili sul mercato italiano, gestiti per il 74,5% da otto grandi gruppi (San Pellegrino, San Benedetto, Sant’Anna, Gruppo Acque Minerali d’Italia, Lete, Ferrarelle, Cogedi/Uliveto/Rocchetta, Spumador). Tra i maggiori distributori di acqua confezionata al mondo si contano Nestlé (che comprende San Pellegrino, Pure Life e Acqua Panna), Hangzhou Wahaha Group, PepsiCo (con Aquafina), Danone (con Evian) e Coca Cola. Ma come viene gestita l’acqua nel nostro Paese?

Le aziende di imbottigliamento che hanno in concessione presso le regioni le fonti da cui attingono dovrebbero, secondo quanto stabilito dalla Conferenza delle Regioni nel 2006, pagare un doppio canone tra 1 e 2,5 euro per m3 di acqua imbottigliata e tra 0,5 e 2 euro per m3 di acqua utilizzata. Il canone superficiario non dovrà mai essere inferiore ai 30 euro per ettaro, ma partendo da questi limiti le Regioni sono libere di stabilire le cifre. Avviene in pochi casi, dato che, nel quadro eterogeneo delle Regioni italiane, non sono in molte quelle che applicano effettivamente il doppio canone previsto, mentre alcune lo applicano “scontato”. Il risultato è che le società prelevano l’acqua (teoricamente pubblica) a prezzo inferiore rispetto a quanto dovrebbero e la rivendono con un grande ritorno economico.

Dalle fonti (o meglio, dalle aziende di imbottigliamento), le diverse bottiglie vengono distribuite nei quattro continenti: tra i marchi di acqua venduti in tutto il mondo, l’acqua Fiji è prodotta nell’omonimo arcipelago del sud Pacifico dove la popolazione locale ha periodicamente difficoltà a procurarsi acqua potabile, trovandosi a oltre 2.500 chilometri di distanza dal continente più vicino. Senza dover guardare fino al Pacifico, l’acqua Evian dal Sud Est francese viene esportata fino in Cina. Anche in Italia, il trasporto dell’acqua è uno dei punti salienti dello spreco nell’intero ciclo produttivo. Dagli stabilimenti di imbottigliamento, situati nella maggior parte dei casi in Lombardia, Piemonte e Toscana, seguiti da Calabria, Emilia-Romagna e Sardegna, le bottiglie percorrono centinaia di chilometri per essere distribuite in tutto il Paese: nell’85% dei casi circa, lo fanno su gomma, con le conseguenti emissioni di CO2, e solo nel 15% su rotaia. 

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Italia Sicilia Gela, web serie quinto episodio: Giuseppe

Mer, 05/08/2019 - 06:01

Sembra che a Gela lo conoscano tutti: è Giuseppe La Spina, archeologo con una grandissima passione per il suo territorio, Gela, un patrimonio archeologico immenso.
Giuseppe è anche scopritore della Pietra Calendario, diventata oggi oggetto di studio.

Prossimo episodio: 15 maggio 2019!

Per approfondire visita Gela Le Radici Del Futuro

INDICE EPISODI

Ep01 Don Lino
Ep02 Elisa
Ep03 Sandra
Ep04 Silvia
Ep05 Giuseppe
Ep06 Francesco (online dal 15 maggio 2019)
Ep 07 Tiberio, Dalila e Viola (online dal 22 maggio 2019)

Patrick, il primo bambino modello di Zara con la sindrome di Down

Mar, 05/07/2019 - 21:00

Patrick ha 11 anni e la sindrome di Down ed è il primo ragazzino a vestire i panni di modello per la collezione bambino di Zara. Ha il viso pieno di lentiggini e un sorriso che contagerebbe chiunque, Patrick.

Tutti lo conoscono come Roscòn e proprio in questi giorni le sue foto per la collezione estate 2019 stanno facendo il giro del mondo. È la prima volta che un bambino affetto dalla sindrome di Down posa per una campagna pubblicitaria a questo livello.

Ma il marchio spagnolo è da sempre attento all’inclusività e ha voluto l’undicenne come testimonial proprio per abbattere i pregiudizi. Patrick è uno dei quattro figli del noto enologo Pedro Aznar Escudero e della chef spagnola Samantha Vallejo Nágera, volto noto della tv spagnola. La chef, infatti, è stata tra i giudici di Master Chef e si è fatta conoscere in tutto il paese.

Sui social, proprio Samantha Vallejo Nágera ha espresso la gioia mista alla soddisfazione per vedere sulle pagine dei giornali e sui cartelloni pubblicitari il viso di Roscòn, protagonista di un messaggio nient’affatto scontato, quello contro i pregiudizi che troppo spesso circolano attorno alla trisomia 21.

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Fonte immagine copertina TPI.IT

Recoaro, cigno ucciso a bastonate. E la compagna si lascia morire

Mar, 05/07/2019 - 19:00

Il suo compagno è stato trovato morto nell’acqua, il collo spezzato, forse ucciso a bastonate da un ignoto senza cuore. E lei, senza lui, non riusciva a vivere: è morta di inedia, smettendo di mangiare.

Una vicenda tristissima che mette in mostra sentimenti molto umani, ma i cui protagonisti sono due cigni. Nella serata di domenica 5 maggio nel laghetto superiore del parco in centro a Recoaro Terme è stata trovata morta anche la femmina della coppia di bellissimi volatili che da anni faceva mostra di sé nello specchio d’acqua. Il maschio era morto appena due giorni prima. «La femmina si è lasciata morire. Si vedeva che stava male, non mangiava più e temevamo finisse così» commenta il sindaco Davide Branco.

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Diciamo la verità: tutta l’Italia è Terra dei Fuochi (e lo è da sempre)

Mar, 05/07/2019 - 15:00

La Terra dei Fuochi non esiste più. Anzi, a dire il vero non è mai esistita. L’Italia dei Fuochi, invece, è viva e vegeta, e lo è da sempre. Questi versi riconducibili ad un poeta partenopeo sono in verità la reale ricostruzione storica del Bel Paese: una nazione tossica, da nord a sud. I focolai di rifiuti speciali e industriali non sono quindi un’esclusiva del meridione e i capannoni pieni di scorie, recentemente scoperti nelle campagne del Torinese e del Milanese, in aggiunta alle 30 inchieste aperte dalle rispettive procure al Nord (al Sud sono 33), ne sono la prova.

L’emergenza viene inoltre stimata dai dati dell’Ispra nel Rapporto Rifiuti Speciali del 2018: “La produzione nazionale dei rifiuti speciali, nel 2016, si attesta a quasi 135,1 milioni di tonnellate (…) Sono, inoltre, compresi i quantitativi di rifiuti speciali provenienti dal trattamento dei rifiuti urbani, pari a quasi 11,2 milioni di tonnellate”. La produzione aumenta del 2% rispetto al 2015 (4,5% rispetto al 2014), con l’aggravante dei rifiuti speciali pericolosi, aumentati di oltre 9,6 milioni di tonnellate (+5,6% rispetto al 2015).

Detto ciò, nel settore del riciclaggio pur qualcosa si muove. L’avvio allo smaltimento dei rifiuti pericolosi aumenta del 7,9% (887 mila tonnellate), nonostante una riduzione del numero delle discariche operative (da 392 nel 2014 a 350 nel 2016), registrando il 65% del riciclaggio. Siamo tra i migliori in Europa per il riciclaggio, come del resto siamo tra gli ultimi della classe in termini di prevenzione: “Se i dati mostrano un buon lavoro sul fronte del riciclo, occorre investire di più su quello della “prevenzione” dei rifiuti speciali. Se ne producono ancora troppi e l’Italia è lontana dall’obiettivo fissato dal Programma Nazionale di Prevenzione del 2013, che prevede al 2020 una riduzione del 5% nella produzione dei “non pericolosi” e del 10% per i pericolosi, calcolati per unità di Pil al 2010”.


Questioni economiche e logistiche spingono non solo le mafie classiche a questa nuova pratica: sono infatti piccole imprese o aziende messe con le spalle al muro dal lassismo legislativo del Governo a farsi largo tra gli attori più attivi


È bene ricordare: secondo il Testo Unico Ambientale (D. Lgs. N. 152/2006) per speciali si intende quei rifiuti provenienti da attività industriali, agricole, artigianali, commerciali e di servizi. Per quanto riguarda la loro pericolosità, invece, c’è l’obbligo da parte del produttore di attribuire correttamente il CER (Codice Europeo del Rifiuto) con il quale viene riportato la classificazione del rifiuto e le sue proprietà inquinanti – infiammabile, comburente, esplosivo, cancerogeno e via dicendo.

Tuttavia, molte volte al passaggio della classificazione, un produttore come la stessa azienda (è importante evidenziare come il detentore del rifiuto non è necessariamente chi lo produce ma chi in ultima istanza lo prende in carico), non arriva nemmeno. Un vuoto normativo difatti piega ai voleri affaristici della malavita la gestione di questa categoria di rifiuti: non tracciata né vincolata (come i rifiuti urbani), ma in libera circolazione, se non per la formula del Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), famoso per essere diventato ben presto il “giro bolla” del clan dei casalesi.

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Auto ad aria compressa: che fine ha fatto?

Mar, 05/07/2019 - 15:00

Un’auto economica, a consumi ed impatto quasi zero? Troppo bello per essere vero, infatti i prototipi di auto ad aria compressa fanno fatica a diventare veicoli da proporre sul mercato, sogni mai diventati realtà e additati come bufala clamorosa. Eppure ciclicamente si torna a parlarne, forse perché il problema dello smog nelle nostre città è diventato per tutti insopportabile. Ma dov’è finita l’auto ad aria compressa? Esiste? Qualcuno ci sta lavorando? La risposta all’ultima domanda è affermativa: qualcuno è attivo, rilascia licenze, esistono stabilimenti… ma sulle strade i veicoli non arrivano mai.

Guy Nègre, la MDI ed Eolo Italia

Nel 2001 con il suggestivo nome Eolo passa alla storia quella che in seguito verrà identificata come la prima auto ad aria compressa di successo. Alle sue spalle Guy Nègre, personaggio che per anni sarà ricordato per quest’invenzione straordinaria. La produzione di Eolo avrebbe dovuto essere gestita dalla MDI – Moteur Developpement International, che inizia a cedere la licenza per la costruzione e la commercializzazione del veicolo ad altre società in giro per il mondo. Nel nostro Paese entra appunto in gioco la Eolo Italia e il primo prototipo fu presentato nel 2001 al Motorshow di Bologna. L’eco mediatica fu strepitosa.

Il motore ad aria compressa: le ragioni del flop

Il motore ad aria compressa – o motore pneumatico – viene usato nel comparto dei trasporti già dalla metà dell’Ottocento. La prima applicazione vera e propria fu il sistema Mekarski per le locomotive, usato per la prima volta per far muovere il Tramway de Nantes, che oggi funziona in versione elettrica.

(Fonte foto: patrick-sorin.fr)

A inizi Novecento, l’americano Charles Hodges mise a punto il progetto di una locomotiva pneumatica il cui brevetto fu venduto alla HK Porter di Pittsburgh per l’utilizzo nelle miniere di carbone, dove un motore che non usa la combustione rappresentava  un’alternativa più sicura.

Il motore ad aria compressa non è dunque un’invenzione di Nègre, ma il suo nome viene indissolubilmente legato a veicoli futuristici, che potrebbero risolverci la vita consentendoci spostamenti comodi e a impatto quasi zero. I tentativi sono stati vari, citiamo anche quello di Angelo Di Pietro, ingegnere italiano che dall’Australia ha presentato il suo EngineAir, un motore ad aria compressa utilizzabile su qualsiasi veicolo, almeno secondo le promesse. 

Il motore ad aria compressa funziona con un lavoro meccanico basato sull’espansione dell’aria contenuta in un serbatoio; l’aria compressa aumenta di pressione, di forza, e si converte in lavoro meccanico (genera movimento in uscita), a quel punto si può usare per far muovere un pistone collegato ad un albero, ad esempio. Non occorre carburante. È aria che entra ed esce. Se davvero venissero prodotti veicoli con un motore del genere si potrebbero tenere in vita con costi di manutenzione ridotti, a fronte di migliaia di km percorsi. Allora come mai non arrivano ancora nelle concessionarie?

Una serie di problemi ricorrenti ha bloccato la produzione effettiva, di cui il più evidente è la formazione di ghiaccio nel motore. Se l’aria compressa tende a ghiacciare quando esce dalla bombola che la contiene, occorre calore per riscaldarla, cioè energia, che invece di alimentare l’auto viene sprecata in queste operazioni. Non trascurabile poi la questione economica: trasformare i prototipi in vetture è costoso e quei prototipi non hanno finora garantito il successo assoluto, in un’epoca storica – quella degli scorsi decenni – in cui le case automobilistiche difendevano non solo la qualità migliore e la sicurezza dei veicoli esistenti ma anche i costi minori di produzione. Oggi forse il quadro sta cambiando, ecco perché ci interroghiamo su dove siano finiti questi progetti. Ma non dimentichiamo che intanto sono arrivate le auto elettriche! C’è chi non demorde, tuttavia sembra che il tempo per l’auto ad aria compressa sia scaduto. O forse, più semplicemente, non è una soluzione realmente applicabile come all’inizio poteva sembrare.

Eolo Italia: un disastro colossale

Dopo il Motorshow del 2001 venne annunciata la produzione di un’auto ad aria compressa a Ferentino a partire dal 2003. Eolo avrebbe percorso fino a 100 km con un investimento di poco più di 70 centesimi di euro; per fare il pieno sarebbero bastati 3 minuti; ogni 50 mila chilometri il proprietario avrebbe dovuto ricordarsi della manutenzione, vale a dire il cambio di un olio vegetale. Per il resto, avrebbe viaggiato su un’auto con velocità massima di 130 km/h e un’autonomia di 300 chilometri. La city car perfetta, insomma. Peccato che non ci risultino chilometri percorsi su strada. Nessuna auto uscì dallo stabilimento di Ferentino, la Eolo Italia annunciava un ritardo dopo l’altro, alla fine i dipendenti furono licenziati nel 2005 e si resero protagonisti di una causa nei confronti della MDI (per una ricostruzione  più dettagliata rimandiamo al blog di Paolo Attivissimo).

Entra in gioco la TATA Motors

Ma la MDI aveva sempre in mano la sua idea e a molti investitori sembrava ugualmente qualcosa di rivoluzionario. Nel 2007 strinse un accordo con l’indiana Tata Motors per produrre una citycar low cost. Velocità massima di 50 km/h e autonomia fino a 200 km, con un motore a scoppio per portarla fino a 100 km/h. La struttura quasi del tutto in fibra di vetro fu uno dei dubbi cruciali: troppo poco resistente, come superare i test di sicurezza europei? Secondo gli annunci comunque nel 2008 Citycat sarebbe arrivata sul mercato indiano con 6 mila esemplari.

Anche in questo caso, tanti annunci ma nulla di concreto. Cyril Nègre, “figlio d’arte”, rilascia in compenso un’intervista a La Repubblica in cui svela molti dettagli e rassicura i potenziali clienti.

AirPod: l’auto ad aria compressa che avrebbe salvato la Sardegna

L’altro caso eclatante è sardo e porta stavolta il nome di AirPod. Alle sue spalle compare ancora una volta il cognome Nègre. Airpod viene presentata ufficialmente al Salone dell’auto di Ginevra nel 2009. Il progetto avrebbe dovuto prendere corpo in Sardegna, a Bolotana. Da questi stabilimenti, secondo le promesse, sarebbe uscita una vettura a 3 posti da circa 7 mila euro, ricaricabile attaccandola ad una colonnina in un paio di minuti e straordinariamente economica visto che un pieno di aria compressa sarebbe costato circa 2 euro passando dalle stazioni di servizio.

Per Bolotana sarebbe stata una vera ancora di salvezza, una boccata d’aria per gli abitanti di una zona depressa in cui uno stabilimento così innovativo avrebbe generato posti di lavoro, fama ed altri progetti connessi all’insegna della sostenibilità. Basta andare sul sito Web della AirMobility (licenziataria del marchio MDI SA – Motor Development International per la Sardegna del modello AirPod) per rendersi conto che l’ultimo aggiornamento della sezione News risale al 2017 ed è un semplice augurio di Buon Natale… Brutto segno.

Nel 2016 intanto muore Guy Nègre, ma in tutto il mondo sono ormai presenti licenziatarie che hanno creduto nel suo progetto e in quello della MDI. Inutile menzionare i vari tentativi di produzione, la realtà ci mostra che nessun veicolo ad aria compressa circola sulle nostre strade. Qua e là emergono notizie di sperimentazioni in qualche aeroporto, ma oltre agli annunci poco altro si incontra.

Il caso di Bolotana è quello più in luce per noi italiani e di cui abbiamo notizie recenti. Giovanni Monni, amministratore delegato di Airmobility, annunciava il debutto di AirPod per novembre 2018. A dire il vero, anche per il 2014 era previsto il debutto, poi rimandato.

I media locali hanno tenuto d’occhio la situazione, anche perché il caso AirPod è diventato politico. Ugo Cappellacci, ex governatore della Regione, si era fatto riprendere alla guida di una vettura – così come da quel famoso Motorshow del 2004 in molti avevano fatto, in buona fede – poi però sono passati gli anni e la palla è passata alla giunta successiva, quella di Francesco Pigliaru. Cappellacci sostiene che qualcuno avrebbe dovuto verificare che negli stabilimenti qualcosa effettivamente si producesse. Al di là delle frecciate, il disappunto è legato soprattutto ai fondi europei 2007-13 che il progetto AirPod ha ottenuto e allo stanziamento di 130mila euro a favore di Airmobility, prima tranche per la realizzazione delle opere murarie. Lo stabilimento in effetti esiste.

A fine agosto, come riportano le cronache locali, si fa notare che il debutto previsto per luglio in Lussemburgo e in contemporanea in Francia non è avvenuto. L’azienda chiede di pazientare. Secondo indiscrezioni, il problema sarebbe relativo agli stampi della carrozzeria, ma siamo quasi a metà 2019 e della presentazione di questa vettura rivoluzionaria in cui credevano cittadini, politici e il mondo intero ancora non se ne sa nulla.

Per quanto riguarda la MDI, vende le sue licenze e non ne fa mistero. AirPod compare con tutte le sue caratteristiche invitanti sul sito Web aziendale, così come compaiono la TATA Motors e la AirMobility tra i partner. Compare anche la KLM, altro nome altisonante, e si riporta il test pilota nell’aeroporto di Schiphol insieme ad altri test “presi in considerazione per migliorare il veicolo”.

Volete un’AirPod? Se compilate il modulo apposito vi arriva un messaggio e-mail da cui potete confermare la vostra iscrizione alla mailing list aziendale. Null’altro.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Identificato il ‘cugino’ piccolo del T-rex

Mar, 05/07/2019 - 13:00

Superava appena il metro di altezza, era lungo meno di tre e aveva un peso inferiore ai 40 chilogrammi: si tratta del cugino piccolo del T-rex
Superava appena il metro di altezza, era lungo meno di tre e aveva un peso inferiore ai 40 chilogrammi. Si tratta del cugino piccolo del T-rex, vissuto 92 milioni di anni fa, nel Cretaceo. Il suo nome è Suskityrannus hazelae, dal nome di una tribù di nativi americani e del paleontologo americano Hazel Wolfe. Le sue caratteristiche sono illustrate in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution da un gruppo di paleontologi del Politecnico americano della Virginia, coordinati da Sterling Nesbitt. I resti fossili del cugino piccolo del T-rex sono stati rinvenuti nel 1998 nel New Mexico, negli Usa.

Ci sono voluti molti anni per identificarli, credevamo all’inizio che appartenessero a un dinosauro come il velociraptor“, ha spiegato Nesbitt, che ha scoperto i resti fossili del piccolo dinosauro a 16 anni, quando era ancora studente e partecipava alla campagna di scavi con la propria scuola. “L’intero animale era poco più grande del solo cranio di un T-rex“, ha aggiunto. Un T-rex adulto, infatti, pesava fino a 9 tonnellate. L’analisi dei fossili mostra che l’animale, al momento della morte, doveva avere almeno tre anni di vita. Le sue abitudini alimentari non dovevano essere molto diverse da quella del T-rex, anche se, per via delle sue dimensioni, doveva cacciare prede più piccole. “Lo studio di questo piccolo dinosauro – conclude Nesbitt – ci aiuterà a capire meglio l’evoluzione dei tirannosauri, che li ha portati a diventare i dominatori del Pianeta“.

FONTE: METEOWEB.EU


Il sultano del Brunei sospende la pena di morte per gli omosessuali

Mar, 05/07/2019 - 12:00

Le pressioni della comunità internazionale, compreso il boicottaggio dei suoi hotel di lusso, hanno convinto Hassanal Bolkiah a fare una parziale retromarcia: domenica il sultano del Brunei ha parlato per la prima volta in pubblico della nuova legge basata sulla sharia dicendo che non estenderà la moratoria sulla pena di morte prevista per gli omosessuali, lo stupro e l’adulterio.

Le nuove regole, annunciate il 3 aprile, avevano suscitato proteste e boicottaggi: le Nazioni Unite hanno chiesto al sultano di ritirare la nuova legge mentre celebrità come George Clooney e i gruppi per i diritti umani hanno lanciato il boicottaggio degli hotel di proprietà del sultano, tra cui il Dorchester di Londra e il Beverley Hills Hotel di Los Angeles.

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EcoFuturo TV: terza puntata

Mar, 05/07/2019 - 11:30

In questo episodio scopriamo i numerosi vantaggi delle case in legno e un’innovativo pannello antisismico dalle incredibili prestazioni; il contributo del biogas e del biometano al futuro rinnovabile dell’energia e dei trasporti; una gestione dei rifiuti che ha portato straordinari risultati, anche grazie ad alcune ecotecnologie innovative nel recupero degli olii esausti. E poi Licia Colò con una riflessione sull’impronta ecologia per misurare la sostenibilità delle nostre scelte, Michele Dotti con una provocazione ironica sul tema della sicurezza, Jacopo Fo che ci spiega il ruolo dei “batteri scoreggioni”, i protagonisti invisibili al cuore della tecnologia del biogas, il mago Walter Klinkon che ci porta a riflettere su una particolarità nel riciclaggio della carta, il Professor Valerio Rossi Albertini che ci mostra con un esperimento l’impatto delle polveri sottili sulla nostra salute, l’autoproduzione con Lucia Cuffaro che spiega come produrre in casa il sapone da barba con ingredienti naturali, Sergio Ferraris che ci offre spunti per capire la geopolitica dell’energia e Fabio Roggiolani che analizza i vantaggi delle ecotecnologie presentate in questa puntata.

In onda ogni SABATO e DOMENICA dal 13/4 al 2/6/2019 su ilfattoquotidiano.it e il circuito di emittenti di Fox Production & Music.

Scarica qui l’elenco delle emittenti del circuito con gli orari di messa in onda della trasmissione

Allergia pollini: ecco i sintomi più comuni

Mar, 05/07/2019 - 09:29

Con l’arrivo della Primavera il rifiorire della natura provoca inevitabili problemi per chi soffre di allergia ai pollini, alle graminacee e tanto altro. Ma come possiamo distinguere un banale raffreddore dai sintomi dell’allergia ai pollini? I segnali dell’allergia possono essere diversi. Tra i più ricorrenti troviamo gli occhi rossi, un’abbondante ed inspiegabile lacrimazione e il prurito oculare. Spesso si può manifestare anche un continuo prurito nasale, il naso chiuso, naso che cola con vari starnuti. Molti soggetti allergici possono manifestare gli stessi sintomi dell’asma, come la tosse, il fiato corto e una sensazione di costrizione al torace.

Nei casi più gravi i sintomi dell’allergia ”classici” possono essere accompagnati da manifestazioni maggiormente fastidiose come il bruciore o prurito alla gola e al palato fino a significativi disturbi della deglutizione, soprattutto in caso di assunzioni di alimenti vegetali con antigeni comuni ai pollini. Questo fenomeno, conosciuto in termine medico con il nome di sindrome orale allergica, si manifesta entro pochi minuti dall’assunzione del cibo ed è conseguente alla ”similitudine” botanica tra i pollini e le varie tipologie di vegetali.

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“Torino è antifascista”. In molti però si ritirano dal Salone del libro di Torino

Mar, 05/07/2019 - 09:16

Non si placano la polemiche sul Salone del libro di Torino (che si terrà dal 9 al 13 maggio) per la presenza della casa editrice Altaforte, vicina a Casapound, che ha pubblicato Io sono Matteo Salvini. Intervista allo specchio, libro-intervista al ministro dell’Interno e per le successive dichiarazioni rilasciate alla stampa da Francesco Polacchi, editore e fondatore di Altaforte: “Io sono fascista. E l’antifascismo è il vero male di questo Paese“. E ancora: “Eravamo pronti alle polemiche ma non a questo livello allucinante di cattiverie. C’è addirittura chi sui social ha scritto che verrà a Torino per tirarci le molotov… Noi ci saremo perché ora è anche una questione di principio.”

Immediate le reazioni di diversi gli scrittori e editori che hanno annunciato che non saranno presenti all’evento, tra cui il collettivo Wu Ming, il fumettista Zerocalcare, giornalista Christian Raimo, lo storico Carlo Ginzburg, i partigiani dell’Anpi. Non tarda ad arrivare anche la reazione della sindaca Chiara Appendino che ha ribadito che «Torino è antifascista» e che «in democrazia non esistono alternative praticabili a questa posizione. A quei valori liberali, democratici, antifascisti, vogliamo tenere fede».

A nulla o quasi è servito il post su Facebook del direttore del Salone Nicola Lagioia che, per chiarire la distanza da posizioni fasciste del Comitato editoriale del Salone, con la rassicurazione che Salvini non avrebbe presentato il suo libro e invitando così tutti i politici a non strumentalizzare l’evento per scopi personali.

Intanto diventa trend topic #iovadoatorino cui hanno già aderito molti scrittori e cittadini che si sono detti presenti all’evento per ribadire il valore del dialogo, della cultura e dell’antifascismo. C’è chi andrà per metterci la faccia, chi per non lasciare che il suo spazio vuoto venga occupato da un’ideologia fascista e chi andrà per cantare “Bella ciao” davanti allo stand di Altaforte. #iovadoatorino per lanciare un solo messaggio: Vinca la cultura!

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Porte chiuse al libro di Salvini al Salone del libro: spazio vietato a tutti i politici scrittori. Il libro intervista di Matteo Salvini pubblicato dalla casa editrice di Casapound Altaforte non sarà al Salone  del Libro di Torino. Nicola Lagioia [Direttore del Salone]chiarisce che la sua richiesta agli editori di non portare al lingotto politici in veste di scrittori riguarda ovviamente tutti. La campagna elettorale rischierebbe di semplificare temi che invece alla Bookfair  torinese  sono analizzati con la complessità che meritano, spiega il direttore del Salone. Nessun divieto invece se Salvini  o Di Maio vorranno venire al salone nel loro ruolo istituzionale “La politica quest’anno la lasciamo agli scrittori, ai filosofi, ai giornalisti, ai politologi, agli artisti in generale. La richiesta è stata accolta da tutti gli uomini politici con cui abbiamo avuto un’interlocuzione, diretta o mediata  -precisa Lagioia – Ci auguriamo venga rispettata”. Continua a leggere…[Fonte: TORINO.REPUBBLICA.IT – Sara Strippoli ]

Salone del Libro di Torino: una corsa al ‘mi si nota di più se vengo o no?’La volontà di perdere. Ecco ciò che caratterizza coloro che in queste ore hanno pensato bene di boicottare il Salone del Libro di Torino, reo di ospitare la presentazione di un libro pubblicato da Altaforte, editore della “biografia” di Matteo Salvini vicino a CasaPound. Non mi sto riferendo, con “perdere”, alla retorica anti-aventiniana secondo cui gli spazi vanno occupati e se si recede si lascia spazio a coloro che si vorrebbero combattere. O almeno non solo a questo, ché è evidente che l’Aventino, storicamente, non è proprio la migliore strategia possibile.

Né mi riferisco al celebre tafazzismo della sinistra, al suo cupio dissolvi. O, ancora, almeno non solo a quello. Mi riferisco alla più sottile strategia che ragiona sul rapporto vittima-carnefice, e che pensa che per “vincere” occorra “perdere”. In altri termini, è la risposta alla celebre domanda morettiana: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo.  […] Insomma, se per vincere occorre perdere, allora l’unica ipotesi possibile è che davvero al Salone non ci vadano Wu Ming e Christian Raimo, perché metti la malaugurata ipotesi che il Salone dica: “ma no, venite voi e non facciamo venire Altaforte”. Continua a leggere… [Fonte: IL FATTO QUOTIDIANO – Francescomaria Tedesco]

Salone del Libro, Sandro Veronesi: «Perché è giusto andare a Torino». La XII Disposizione della Costituzione italiana, detta «transitoria» ma ormai anche «finale», recita: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». («Sotto qualsiasi forma» è il passaggio chiave). La Legge Scelba, del 1952, sanziona col carcere da 18 mesi a quattro anni la ricostituzione del suddetto partito fascista nonché l’apologia del fascismo, la denigrazione dei valori della Resistenza e i metodi razzisti. Io partirei da qui. Finché saranno in vigore quella Disposizione e quegli articoli di legge sarà compito della magistratura e della Corte costituzionale individuarne la violazione e decidere di conseguenza. Poi si può manifestare, protestare e organizzare dimostrazioni di piazza per sostenere e rinforzare questi valori fondanti del nostro ordinamento, soprattutto in tempi, come l’attuale, nei quali essi sembrano sotto minaccia: ma chiedere agli autori di disertare il Salone del Libro di Torino perché tra gli editori presenti ce n’è uno che appartiene alla galassia del neofascismo italiano è un errore.  Continua e leggere… [Fonte: CORRIERE.IT –Sandro Veronesi]

Visita il sito ufficiale e scopri il programma del 32° SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO > www.salonelibro.it

Un film può riaprire il caso Pantani

Mar, 05/07/2019 - 08:29

Chi regala emozioni, non muore mai. E Marco Pantani non è mai morto nel cuore dei suoi tifosi, di chi lo ha amato. Nonostante le accuse sui suoi livelli di ematocrito, in un ciclismo che per anni ha scientemente chiuso gli occhi di fronte al fenomeno Lance Armstrong.

Marco Pantani è sempre stato la poesia sui pedali. Irruppe nella vita degli italiani, non solo degli appassionati di ciclismo, un pomeriggio del 1994. Al Giro d’Italia. C’era Indurain. E c’era Berzin che poi vinse quella corsa a tappe. C’era Chiappucci. Un pomeriggio, il giorno in cui per la prima volta il Giro affrontò la salita del Mortirolo, apparve lui. Sgraziato, se vogliamo, bruttino. Ma tremendamente affascinante. Fece rivivere il sogno, che sembrava sopito, dello scalatore che sfidava la montagna e faceva saltare le corse.

Così fece. Mandò in crisi Indurain. Per la prima volta nella sua carriera. Nessuno lo aveva mai visto così. Poi, Pantani non riuscì a vincerlo a quel Giro. Ma non si parlava che di lui. Il mondo del ciclismo aveva trovato il suo fumetto. Il suo eroe. Quando la strada cominciava a salire, gli altri arrancavano. Lui no. Lui si alzava sui pedali e sembrava andare al doppio della velocità. Pantanì con l’accento sulla i, gridavano in Francia. Incazzati, come da canzone di Paolo Conte dedicata a Gino Bartali. Virenque e Leblanc venivano inesorabilmente staccati.

Potremmo proseguire per una vita intera. Pantani arrivò a vincere solo nel 98. Dopo numerosi incidenti. Vinse Giro e Tour. Anzi no. Stravinse Giro e Tour. E stava per stravincere il Giro del 99. Poi, sul più bello, a Madonna di Campiglio, venne fermato. Doping. Magistratura. Pantani entrò in un vortice da cui non sarebbe più uscito. Nonostante qualche sporadica apparizione.

Il 14 febbraio del 2004 lo trovarono morto in una stanza d’albergo, a Rimini. Overdose. Morte strana, misteriosa. Era davvero da solo? Per Cristiano Barbarossa e Fulvio Benelli, autori del film documentario “Giallo Pantani“, la risposta è no.

Qualche tempo fa, il famoso bandito Renato Vallanzasca rivelò che in carcere gli confidarono che Pantani quel Giro non l’avrebbe vinto. Glielo avrebbero detto dei camorristi che gli consigliarono di scommettere sulla sua sconfitta: “il pelatino il Giro non lo finisce”. Poi, però, nulla accadde. Per la magistratura, Pantani è morto da solo.

Fonte immagine: Giornalettismo

Usa, arriva l’Impossible burger: la carne sintetica si mangerà nei fast food

Mar, 05/07/2019 - 08:00

LA CARNE sintetica arriverà nei panini dei fast food entro l’anno. Lo ha annunciato una delle più note catene, Burger King, che definisce un successo il test sul mercato Usa. L’Impossible Whopper è stato servito per un mese in 59 punti vendita di St. Louis, nel Missouri, a partire dal 1° aprile, ed è stato talmente apprezzato dalla clientela che in capo a qualche mese sarà venduto anche altrove negli States.

La polpetta di origine vegetale è prodotta da Impossible Foods, una startup californiana di Redwood City. Ma l’Impossible Burger non è l’unico ad avere raggiunto la tavola calda americana. La concorrente Beyond Meat ha già distribuito la sua versione di carne sintetica chiamata Beyond Burger ed è pronta a quotarsi in Borsa. E anche Mc Donald’s sta valutando una versione ”green” della polpetta pensata per ridurre l’impatto sull’ambiente dei sandwich più amati d’America e non solo.

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Un film può riaprire il caso Pantani

Mar, 05/07/2019 - 06:21

Chi regala emozioni, non muore mai. E Marco Pantani non è mai morto nel cuore dei suoi tifosi, di chi lo ha amato. Nonostante le accuse sui suoi livelli di ematocrito, in un ciclismo che per anni ha scientemente chiuso gli occhi di fronte al fenomeno Lance Armstrong.

Marco Pantani è sempre stato la poesia sui pedali. Irruppe nella vita degli italiani, non solo degli appassionati di ciclismo, un pomeriggio del 1994. Al Giro d’Italia. C’era Indurain. E c’era Berzin che poi vinse quella corsa a tappe. C’era Chiappucci. Un pomeriggio, il giorno in cui per la prima volta il Giro affrontò la salita del Mortirolo, apparve lui. Sgraziato, se vogliamo, bruttino. Ma tremendamente affascinante. Fece rivivere il sogno, che sembrava sopito, dello scalatore che sfidava la montagna e faceva saltare le corse.

Così fece. Mandò in crisi Indurain. Per la prima volta nella sua carriera. Nessuno lo aveva mai visto così. Poi, Pantani non riuscì a vincerlo a quel Giro. Ma non si parlava che di lui. Il mondo del ciclismo aveva trovato il suo fumetto. Il suo eroe. Quando la strada cominciava a salire, gli altri arrancavano. Lui no. Lui si alzava sui pedali e sembrava andare al doppio della velocità. Pantanì con l’accento sulla i, gridavano in Francia. Incazzati, come da canzone di Paolo Conte dedicata a Gino Bartali. Virenque e Leblanc venivano inesorabilmente staccati.

Potremmo proseguire per una vita intera. Pantani arrivò a vincere solo nel 98. Dopo numerosi incidenti. Vinse Giro e Tour. Anzi no. Stravinse Giro e Tour. E stava per stravincere il Giro del 99. Poi, sul più bello, a Madonna di Campiglio, venne fermato. Doping. Magistratura. Pantani entrò in un vortice da cui non sarebbe più uscito. Nonostante qualche sporadica apparizione.

Il 14 febbraio del 2004 lo trovarono morto in una stanza d’albergo, a Rimini. Overdose. Morte strana, misteriosa. Era davvero da solo? Per Cristiano Barbarossa e Fulvio Benelli, autori del film documentario “Giallo Pantani“, la risposta è no.

Qualche tempo fa, il famoso bandito Renato Vallanzasca rivelò che in carcere gli confidarono che Pantani quel Giro non l’avrebbe vinto. Glielo avrebbero detto dei camorristi che gli consigliarono di scommettere sulla sua sconfitta: “il pelatino il Giro non lo finisce”. Poi, però, nulla accadde. Per la magistratura, Pantani è morto da solo.

Fonte immagine: Giornalettismo

“Despacito” suonato con i piedi

Lun, 05/06/2019 - 21:00

Alcuni ragazzi di Ferrara suonano il piano con i piedi “Despacito”

"Despacito"

Alcuni ragazzi di Ferrara suonano il piano con i piedi "Despacito"

Pubblicato da Mille canzoni per te su Mercoledì 14 novembre 2018

Fonte pagina Facebook “Mille canzoni per te

“Prendete in giro i terrapiattisti, ma sapete perché il vento non butta giù i grattacieli?”

Lun, 05/06/2019 - 19:00

Immaginate di essere di fronte a una commissione d’esame. La promozione è in bilico e l’esaminatore clemente: “Una domanda facile: perché si vede attraverso i vetri?*”. Il vostro sguardo correrebbe alla finestra più vicina, con la speranza di trovare una risposta e il desiderio di buttarvi. ù

Saper rispondere è più o meno importante di conoscere le dinamiche belliche della Seconda guerra mondiale o gli impulsi filosofici del Romanticismo?

Il punto è che il mondo è già abbastanza complesso di suo per complicarlo ulteriormente problematizzando oggetti che ci concedono la grazia di funzionare senza chiederci in cambio alcuno sforzo intellettuale. Atteggiamento spazzato via dalla lettura di Fisica della lavatrice (Il Saggiatore), del divulgatore scientifico inglese Chris Woodford, che con la disarmante insistenza di un bambino è capace di chiedersi “come funziona?” persino di fronte a una scarpa lucida, e mostra che anche gli oggetti più semplici celano ragioni scientifiche complesse.

“Molte di queste domande sono così ovvie che non ti sarebbero mai potute venire in mente”, diceva una recensione dell’edizione inglese. Come le vengono in mente?

Guardo quello che mi sta attorno. Ci si può chiedere “come funziona?” per qualsiasi cosa: perché le scarpe lucide brillano, come funzionano i post-it, perché il vento non butta giù i grattacieli, tutte questioni all’apparenza insignificanti, ma che nascondono grandi argomenti scientifici.

Abbiamo fatto i conti con terrapiattisti, antivaccinisti e adepti delle più bizzarre teorie antiscientifiche, ma nessuno mette in dubbio la scienza applicata: funziona e ci basta. I benefici di tecnica e tecnologia sono evidenti, mentre quelli della scienza lo sono meno.

Il paradosso è che per costruire le loro tesi antiscientifiche queste persone usano la scienza applicata, anche i terrapiattisti per esempio si orientano con il gps, magari lo usano per incontrarsi. Danno per scontato tecnologie che si fondano sulle verità scientifiche che negano.

C’è un’interessante disconnessione tra scienza teorica e applicata, lo vedo dalle domande che ricevo per mail: molti non immaginano neppure che dietro il funzionamento degli oggetti più banali, come una lavatrice, ci siano leggi scientifiche.

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2070: quando su Facebook i morti supereranno i vivi

Lun, 05/06/2019 - 16:00

La data: 2070. Quell’anno i vivi su Facebook diventeranno una minoranza. Il profilo delle persone decedute, con i loro commenti, le foto, i video, saranno più numerosi di quelli che ancora camminano sulla Terra. Ecco la previsione dell’Oxford Internet Institute (Oii), parte dell’Università di Oxford. Partendo dai dati anagrafici dei profili del 2018, almeno 1,4 miliardi di utenti moriranno con buona probabilità entro il 2100. E in questo scenario, i morti potrebbero superare il numero dei vivi fra 50 anni. Se il più grande social network al mondo continua ad espandersi ai tassi attuali, il numero di profili di persone decedute potrebbe raggiungere i 4,9 miliardi prima della fine del secolo.

“Numeri che portano a chidersi chi avrà diritto di accesso a tutti questi dati e come dovrebbero essere gestiti nell’interesse delle famiglie e degli amici del defunto. Ma anche su come e a chi si consentirà l’uso per fini di ricerca storica”, spiega nella ricerca Carl Öhman, coautore dello studio intitolato Are the dead taking over Facebook? A Big Data approach to the future of death online. Non si tratta quindi solo di commemorazione e diritto dei famigliari, ma anche accesso ai profili di chi non c’è più per fini accademici. Il ché presenta qualche problema, almeno allo stato attuale, considerando che le normative in merito cambiano di Paese in Paese e che Facebook non brilla per trasparenza.

“Mai prima d’ora nella storia è stato riunito un così vasto archivio di comportamenti e cultura umana in un unico luogo”, sottolinea David Watson, l’altro ricercatore dell’Oii. “Il controllo di questo archivio sarà, in un certo senso, il controllo della nostra storia. È quindi importante garantire che l’accesso a questi dati non sia limitato a una singola impresa a fini di lucro. È anche importante assicurarsi che le generazioni future possano utilizzare la nostra eredità digitale per comprendere la loro storia”.

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Da un buco nero getti di materia in tutte le direzioni

Lun, 05/06/2019 - 15:00

Oscilla come una trottola a 8.000 anni luce dalla Terra. E’ un buco nero ‘esuberante’: emette getti di materia in piu’ direzioni, quasi alla velocita’ della luce e con regolarita’. Come un orologio cosmico. Le variazioni nel tempo di questi getti sono state osservate per la prima volta dal gruppo del Centro internazionale per la ricerca in radioastronomia (Icrar), coordinato da James Miller-Jones, dell’Universita’ australiana Curtin. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, apre la strada alla comprensione dell’evoluzione dei buchi neri. Fra gli autori della ricerca l’italianoTomaso Belloni, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) di Brera. 

I ricercatori hanno studiato il sistema binario V404 Cygni, formato da una stella in orbita intorno a un buco nero. Le osservazioni sono state fatte dal Very Long Baseline Array (Vlba), una rete di 10 antenne negli Usa che si comporta come un unico grande radiotelescopio.
“E’ la prima volta che vediamo un getto di materia di un buco nero cambiare direzione in poche ore”, ha detto all’ANSA Belloni. “E’ un sistema brillante con una massa 12 volte il Sole, individuato nel 1989. Dopo un periodo dormiente – ha aggiunto – nel 2015 e’ tornato a brillare emettendo lampi di luce improvvisi e intensi, probabilmente perche’ ha ripreso a divorare la stella compagna. In questo modo e’ stato possibile studiarlo, e capire che ha oscillazioni regolari come un orologio. Dovute – ha rilevato – allo spazio-tempo che viene trascinato attorno al buco nero, come previsto dalla teoria della relativita’ generale. Mentre cio’ accade, la parte interna del disco di accrescimento formato dalla materia che cade nel buco nero oscilla come una trottola”.

Secondo Belloni queste osservazioni potranno “aiutare a capire i principi fisici che, poco prima di raggiungere il punto di non ritorno dato dal cosiddetto orizzonte degli eventi, permettono alla materia di sfuggire al buco nero sotto forma di getti proiettati nel cosmo quasi alla velocita’ della luce. Informazioni preziose – ha concluso – per capire come funzionano i buchi neri”.

FONTE: ANSA.IT

Il Sole24Ore fa diventare primo della classe chi conosce i parenti del preside

Lun, 05/06/2019 - 15:00

Certo, è un quotidiano che ultimamente ha attraversato (e sta vivendo) momenti difficili ma che, da sempre, è formalmente sostenitore di un giornalismo libero e della libertà d’espressione non influenzabile da soggetti terzi.

Eppure c’è qualcosa che non torna, un caso che va sceverato per arrivare a una comprensione certa.

In uno degli ultimi articoli del famoso quotidiano, il più diffuso nel proprio settore e il quinto assoluto in Italia, potete leggere “Quale scuola manageriale sta guidando le banche italiane?”.

Un tema interessante che molto ci dice sul management attuale del sistema bancario italiano.

A conti fatti ne esce che in futuro ai vertici potremmo trovare una generazione di manager che arriverà dal Fin-Tech (e non potremmo non essere d’accordo), ma, al momento quegli stessi vertici sono dominati dalle scuole Intesa e Unicredit, dagli uomini che si sono fatti le ossa in quegli istituti.

Intesa e Unicredit dominus, che hanno raccolto l’eredità lasciata dagli ex-Mc Kinsey Passera e Profumo.

E, c’è di più, se Unicredit nello scorso decennio sembrava prevalere sulla sua rivale, ad oggi, Intesa si dimostra avanti, basta leggere i nomi alla guida delle top banks italiane.
Si può addirittura parlare di una intesizzazione dei vertici del sistema bancario, ma, attenzione, Unicredit non è lontana (vi avevo parlato di un’unicreditizzazione), la sfida è destinata a continuare.

Per chi non ha mai abitato quel sistema potrebbe sembrare che tutto fili liscio, ma non è proprio così, c’è qualche ostacolo.
Sembra che passano per eroi del sistema quelli che il sistema hanno contribuito ad affossarlo.

E, allora, viene lecito domandarsi “Siamo di fronte ad un endorsement, quasi al limite del pubblicitario, il che sarebbe davvero grave visto i protagonisti e la compartecipazione nel consolidamento di una lobby, oppure si vuole semplicemente instaurare un dubbio?”.

Conviene sperare nella seconda alternativa fiduciosi in un’informazione che stimoli le persone a riflettere e che porti a quei cambiamenti raggiungibili solo attraverso una formazione differente.

Dico questo perché se lasciamo da parte Intesa e ci focalizziamo su Unicredit, possiamo notare che dove c’è una banca fallita o prossima al default, arriva una manager ex Unicredit, quelli fatti dimissionare da Mustier, coloro che nel 2016 avevano portato il titolo della banca ai minimi di 1,7 euro rispetto ai 43 del 2007. Tutto ciò non renderebbe affatto la scuola di Gae Aulenti un esempio da decantare.
Affatto, perché quei manager tutti ex-Unicredit, e possiamo fare i nomi di Roberto Nicastro, Roberto Bertola, Felice Delle Femmine, Gabriele Piccini, Paolo Fiorentino, Andrea Soro, Marina Natale, li troviamo coinvolti rispettivamente in Etruria-Chieti-Ferrara-Marche, Etruria, CariChieti-Banca Popolare di Torre del Greco (crac Deiulemar), Banca Popolare di Vincenza, Carige, Sga.

Ripeto, tutte banche già fallite o vicine al default, questo non lascia qualche dubbio come il fatto che questi manager cadano sempre in piedi?

Lascia perplessi il fatto che gli scandali e i crac non portano ad allontanamenti o ad una critica forte, nessuno li tocca, anzi. E in più, nonostante tutto nessuno premia il merito e nessuno lo menziona.

Perché i vertici si intesizzano e unicreditizzano senza mai prendere in considerazione dei manager semplicemente efficienti, magari che vengono da piccole banche ma che ottengono ottimi risultati?

Di come e quanto premiare il merito ci riempie la bocca ma l’eccellenza non è mai premiata, l’eccellenza è data a chi spetta per status. Chi è bravo non può dimostrarlo, perché le posizioni sono assegnate dai pluridecorati che assegnano le poltrone dalle cabine di pilotaggio delle segrete stanze.

La meritocrazia non è uguali opportunità per tutti, non siamo utopistici, ma almeno buone opportunità per milioni, dare opportunità a chi non ne avrebbe invece che accentuare lo scarto, suggellandolo in una competizione che toglie qualsiasi disputa. Chi vince viene premiato, chi perde soccombe, legittimando eticamente la disuguaglianza.

L’ipocrisia del potere vede prevalere uno status quo gattopardesco, lo vede trionfare e osannare, a danno dell’efficienza dello stesso sistema che controllano e degli individui.

All’informazione il compito di rinnovare il dubbio.