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Aggiornato: 11 min 30 sec fa

‘People – Prima le persone’

Ven, 03/01/2019 - 14:00

Politiche nuove ed efficaci per il lavoro, la casa, i diritti delle donne, la scuola e a tutela delle persone con disabilità: scelte radicalmente diverse in materia di immigrazione, lotta alle diseguaglianze e alla povertà.

«Don Milani diceva che le mani pulite non servono a molto se le teniamo in tasca». Danilo De Biasio è il direttore del Festival dei Diritti Umani e tra gli organizzatori della manifestazione nazionale di domani, sabato 2 marzo ‘People – Prima le persone’, prevista a Milano, da Palestro al Duomo; inizialmente l’arrivo era previsto alla Stazione Centrale, in piazza Duca d’Aosta, ma la massiccia adesione di persone e organizzazioni ha imposto una piazza più grande, il Duomo, appunto: lo hanno annunciato sulla pagina Facebook dell’evento i Sentinelli di Milano, anche loro tra gli organizzatori della giornata di protesta. Ad oggi le adesioni superano le 30mila persone. Invariato il luogo di partenza, corso Buenos Aires angolo via Palestro, alle 14: l’arrivo in piazza del Duomo è previsto per le 18.

Lo slogan scelto – ‘prima le persone’ – sottolinea la necessità di “politiche sociali nuove ed efficaci per il lavoro, per la casa, per i diritti delle donne, per la scuola e a tutela delle persone con disabilità. Noi ci battiamo – ha scritto il comitato promotore – per il riscatto dei più deboli e per scelte radicalmente diverse da quelle compiute sino a oggi in materia di immigrazione, politiche di inclusione, lotta alle diseguaglianze e alla povertà”.

Oltre a I Sentinelli di Milano, la manifestazione è stata promossa anche da associazioni come Anpi della provincia di Milano, Acli Milano, Monza e Brianza, Actionaid, dal Comitato Insieme senza Muri, Amnesty International Italia, Arci Milano, Monza e Brianza e Lodi, le organizzazioni sindacali come Cgil, Cisl e Uil, Libera Milano, Medici Senza Frontiere e Terre Des Hommes.
E in queste settimane hanno aderito oltre 800 associazioni, come il Comitato Promotore del Nobel per la Pace per Riace, l’Aned di Bergamo, Assopace Palestina Milano, Futura2018 e molte altre, compreso questo giornale. Parteciperanno poi 3500 associazioni di singole persone, esponenti del mondo della politica come il segretario Cgil Maurizio Landini, quello della Cisl Annamaria Furlan e quello della Uil Carmelo Barbagallo, l’ex presidente della camera Laura Boldrini, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il segretario reggente e candidato alla segreteria del Pd Maurizio Martina, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (e anche lui candidato alla segreteria del Pd), il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, l’ex ministro Emma Bonino.

Ci sono episodi particolari nella cronaca politica degli ultimi mesi che vi hanno spinto con maggiore decisione verso l’organizzazione di questa manifestazione? 
«Purtroppo c’è un campionario di episodi di imbarbarimento. Più che i singoli gesti mi hanno colpito molto le giustificazioni che esponenti della politica – in primis il Ministro dell’Interno – hanno usato. La responsabilità di un omicidio, di un’aggressione, di uno scherzo crudele sono di chi li compie: su questo non si discute. Ma se non c’è una inequivocabile condanna da parte degli esponenti politici una parte della colpa ricade anche su di loro. Superare quel limite etico è la forma più preoccupante di imbarbarimento perché non è più controllabile razionalmente», risponde De Biasio.

La manifestazione è un «invito a non rimanere inerti di fronte alle brutture del mondo e a essere operativamente coerenti con le proprie convinzioni. Di fronte alla marea montante di razzismo e violazioni dei diritti umani abbiamo sentito l’esigenza di rendere pubblica la nostra preoccupazione e di dimostrare che chi crede nell’universalità dei diritti umani difende chi ne viene privato. Non parliamo solo dei migranti: accettare che alcuni siano cittadini di serie B privati dei propri diritti, apre la strada ad altre violazioni. La forza del diritto sta proprio nella sua illimitatezza: diritti uguali per tutti, senza badare al colore della pelle, al sesso, alla lingua parlata, al conto in banca è un bene per l’intera società».

Cosa potrebbe fare l’Europa per far conoscere se stessa e ridurre nazionalismi e populismi che così pericolosamente contraddistinguono oggi i suoi Stati membri? Penso ad esempio al caso Brexit, alla enorme perdita economica che ne è conseguita – per il Regno Unito e l’Europa tutta. Brexit è nata da un appello populista ma ciò nonostante, ora che i britannici navigano nel caos più totale, riescono comunque e sempre ad incolpare l’Europa, e non il governo che ha promosso Brexit, secondo un recente sondaggio. Cosa si dovrebbe fare evitare questo, per diffondere conoscenza?

«Fake-news non può essere tradotto come “bugia”, è un concetto più complesso: segnala che sempre più persone ascoltano solo le notizie che confermano il loro punto di vista, senza domandarsi (o senza capire) se quel dato è vero, falso o verosimile» continua De Biasio. «Perché stupirsi dunque dell’assurdo balletto intorno alla Brexit? L’analfabetismo funzionale è sfruttato da politici senza scrupoli.»

«Egoismo, nazionalismo, paura: il vento soffia in quella direzione. E potrebbe durare a lungo. La storia della conquista dei diritti umani racconta che alcune battaglie sono state combattute da un pugno di persone, minoranze, utopisti. Comunicare un’alternativa più giusta, più sana, più conveniente per tutti deve avvenire con ogni linguaggio possibile: portare testimonianze nelle scuole, smontare i luoghi comuni nei dibattiti televisivi, evidenziare le buone pratiche”, conclude De Biasio. “E andare in manifestazione, in tanti, sabato 2 marzo”.
Noi ci saremo.

A Pechino bisogna vincere una lotteria

Ven, 03/01/2019 - 11:00

È una delle drastiche misure con cui da anni il governo cinese sta provando a ridurre l’inquinamento, riuscendoci

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Pechino – la capitale della Cina – è la 56esima città più inquinata del mondo: forse una posizione più bassa di quanto ci si possa immaginare, soprattutto perché da alcuni anni il governo cinese ha introdotto una serie di drastiche misure per limitare l’inquinamento e la concentrazione di particolato nell’aria della città. Una di queste è il sistema in vigore dal 2011 per ridurre il numero di auto: per comprare un’auto nuova, gli abitanti di Pechino devono iscriversi a una lotteria e sperare di vincerla. Cosa per niente facile: nel 2018 le targhe messe a disposizione erano 100mila (nel 2013 erano 240mila), tra cui 38mila per auto a benzina e 54mila per auto elettriche. Pechino ha più di 20 milioni di abitanti.

L’obiettivo della città è ridurre il numero di auto registrate a 6,3 milioni entro la fine del 2020. Questo significa che nelle estrazioni, che avvengono ogni due mesi, viene concessa circa una targa ogni 2.000 persone che ne hanno fatto richiesta.

Nel 2014 il primo ministro cinese Li Keqiang disse davanti ai tremila delegati dell’Assemblea nazionale del popolo che la Cina avrebbe “dichiarato guerra all’inquinamento”, mettendo per la prima volta la tutela dell’ambiente davanti alla crescita economica. La Cina veniva da anni in cui la situazione dal punto di vista dell’inquinamento era praticamente disperata, e ancora oggi è tra i posti peggiori del pianeta in cui respirare. Sempre secondo la classifica dell’OMS, la città cinese più inquinata è Baoding, al 19esimo posto: ma tra la 22esima e la 500esima posizione ci sono altre 285 città cinesi, di gran lunga il paese più rappresentato.

La lotteria per le nuove auto non è l’unica misura adottata in Cina contro l’inquinamento: la più importante infatti è stata forse la limitazione all’uso del carbone, diversa da provincia a provincia (in quella di Pechino, per esempio, è stata disposta una riduzione del 50 per cento). La Cina ha stanziato l’equivalente di quasi 90 miliardi di euro per combattere l’inquinamento nella sola capitale. Il piano ha avuto anche degli intoppi: nel 2017 il governo dispose l’eliminazione delle caldaie a carbone senza che ci fosse un adeguato piano per sostituirle, lasciando centinaia di migliaia di persone senza riscaldamento per tutto l’inverno.

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Quanto è “verde” l’ultima Manovra economica?

Ven, 03/01/2019 - 10:00

«Ci aspettavamo molto di più da questa Legge di bilancio – sono le parole di Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente – e invece mancano ancora una volta misure strutturali per invertire la rotta e spostare il prelievo fiscale sullo sfruttamento delle risorse ambientali.  Nonostante il testo contenga alcune misure green, questa manovra, come quelle precedenti, non costruisce sulle politiche ambientali, energetiche e climatiche un duraturo volano di sviluppo per il Paese e non contiene nessuna misura per cancellare i miliardari sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili, oltre 16 miliardi l’anno. La sola riduzione di tre miliardi, da destinare magari all’auto elettrica e alla mobilità ciclabile, avrebbe potuto dare una spinta più netta al settore della mobilità sostenibile. E questo è solo un esempio di ciò che si potrebbe fare passando le risorse dai fossili alla sostenibilità».

Il Presidente di Legambiente rileva al contempo che «è importante che nella manovra siano state introdotte alcune misure ambientali, come ad esempio lo stanziamento per la bonifica dei cosiddetti siti orfani, i fondi per le nuove assunzioni al ministero dell’Ambiente, gli incentivi per le imprese che prevengono la produzione dei rifiuti da imballaggio, l’ampliamento del fondo destinato alle politiche “plastic free”, e la scelta di destinare il Fondo Kyoto anche all’efficientamento energetico di ospedali e impianti sportivi pubblici. Come anche la conferma per il 2019 del bonus verde e delle detrazioni per la riqualificazione energetica e antisismica degli edifici».

«Il risultato finale – sono sempre parole di Ciafani – è un testo che, seppur racchiuda alcune misure green, purtroppo presenta troppe ombre».

Parole in gran parte condivisibili, se andiamo ad analizzare una per una le misure qualificanti dal punto di vista ambientale della manovra.

Finanziamenti a scuole e ospedali “green”

La “manovra finanziaria” metterà a disposizione del già esistente Fondo per Kyoto (finanziamenti a tasso agevolato) per l’efficientamento energetico delle scuole e delle università soldi anche per gli ospedali e gli impianti sportivi pubblici. Inoltre il fondo sarà spendibile per l’efficientamento idrico. È da notare lo spostamento di risorse dall’affitto del termovalorizzatore di Acerra, per 20,2 milioni l’anno dal 2019 al 2024, al “Fondo bonifiche” del 2016 e nello specifico per gli interventi ambientali nel territorio della regione Campania. Una misura che sposta risorse sugli interventi puntuali in una zona come la Terra dei Fuochi.

Ecobonus auto

Per quanto riguarda l’ecobonus previsto per le auto ecologiche, la norma poteva essere migliorata prevedendo disincentivi per tutte le auto inquinanti con un sistema basato sul reddito, per non gravare troppo sulle famiglie meno abbienti, ma anche incentivi per chi vuole rottamare l’auto inquinante senza acquistarne una nuova, per ridurre il sovradimensionato parco circolante italiano, e per acquistare ad esempio abbonamenti per il trasporto collettivo.

E a proposito di Ecobonus: solo ieri giorni fa, nella serata del 28 febbraio, sono arrivati i chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate sulle modalità di applicazione della norma: e non sono incoraggianti… l’Ecotassa si paga subito e l’Ecobonus può attendere.

Auto elettriche scarse e bici assenti

E già che parliamo di auto, guardiamo anche a incentivi e penalizzazioni per veicoli in base all’emissione di CO2: gli incentivi sono sotto forma di sconto sul prezzo per quelli che emettono meno di 70 gr/km, sostanzialmente ibride ed elettriche e aumentano le tasse per chi supera i 160 70 gr/km, mentre sul fronte dell’installazione di sistemi di ricarica elettrica si usa lo stesso schema dell’Ecobonus, ossia la detrazione fiscale. Il provvedimento in realtà incentiva auto di costo elevato quali le ibride e le elettriche, mentre la penalizzazione per quelle inquinanti non sembra così determinante a sconsigliarne l’acquisto. Con il comma 104, la Legge stanzia per la mobilità ciclabile 2 milioni di euro, un fondo esiguo che consentirà la realizzazione di 66,05 km di “autostrade ciclabili”, che però non sono risultano previste nella normativa italiana.

Foreste

Istituzione di un Fondo per la gestione e la manutenzione delle foreste italiane per 14,9 milioni di euro per 4 anni. Ovvero 3,7 milioni l’anno. Una cifra il cui utilizzo concreto sarà interessante verificare nei fatti.

Più soldi al ministero per personale interno

Il Ministero dell’Ambiente è sotto organico da oltre dieci anni e il Ministro è riuscito a spuntare l’assunzione a tempo indeterminato, nei tre anni 2019-2021 di 420 unità di personale, di cui 20 dirigenti.

Plastiche

Sul fronte delle plastiche, punto che sta molto a cuore al Ministro Costa, la migliore notizia arriva ancora dalla Legge di bilancio 2018  – visto che dal 1 gennaio 2019 in Italia, e siamo in primi in Europa, sono banditi i cotton fioc in plastica non biodegradabile. Per il 2019, con la nuova Legge, in materia di plastiche arriva il credito d’imposta del 36% delle spese sostenute dalle imprese per l’acquisto dei prodotti riciclati ottenuti con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica e l’acquisto di imballaggi biodegradabili e compostabili o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio. Con il limite però di 20.000 euro per ciascun beneficiario e, complessivamente, di un milione di euro annui per gli anni 2020 e 2021, a cui si aggiungono 100mila euro l’anno per finanziare attività di studio e verifica tecnica e monitoraggio. L’incentivo c’è ma ha dovuto fare i conti con la cassa: si tratta di cifre che su scala nazionale non saranno molto influenti per l’economia circolare.

Manutenzione, finalmente

Viene istituito un Fondo destinato al rilancio degli investimenti degli enti territoriali per lo sviluppo infrastrutturale del Paese, nei settori dell’edilizia pubblica, della manutenzione della rete viaria, del dissesto idrogeologico, della prevenzione del rischio sismico e della valorizzazione dei beni culturali e ambientali. E ha una dotazione di tutto rispetto: 3 miliardi di euro nel 2019, 3,4 miliardi per l’anno 2020, 2 miliardi per il 2021, 2,6 miliardi per il 2022, 3 miliardi per il 2023, 3,4 miliardi per l’anno 2024, 3,5 miliardi per ciascuno degli anni 2025 e 2026, 3,45 miliardi di euro per l’anno 2027, 3,25 miliardi per ciascuno degli anni dal 2028 al 2033 e 1,5 miliardi a decorrere dal 2034.

Spiagge

Per le concessioni demaniali in essere, nella Legge di bilancio 2019 si effettua una deroga di 15 anni. Il che significa che fino al 2034 non esiste nessuna possibilità d’introdurre la concorrenza e, quindi, nessun miglioramento di servizi all’utenza, poche possibilità di risanamento dei litorali,  scarse le possibilità di rimodulazione di esigui canoni demaniali.

Fonti:

https://www.huffingtonpost.it/stefano-ciafani/la-solita-manovra-senza-tagli-alle-fossili_a_23629859/

https://www.lifegate.it/persone/news/manovra-2019-ambiente

Ecotassa e ecobonus auto, istruzioni da Agenzia Entrate

Ven, 03/01/2019 - 09:48

L’ecotassa prevede un tributo da 1.100 a 2.500 euro in base alle emissioni di CO2 della vettura.

Arrivano l’ecobonus, che premia chi acquista auto elettriche e ibride, e l’ecotassa che prevede un tributo da 1.100 a 2.500 euro in base alle emissioni di CO2 della vettura. L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato una risoluzione ad hoc con le prime indicazioni relative all’imposta sui veicoli inquinanti e sulle detrazioni fiscali per l’installazione dei punti di ricarica e la rottamazione di mezzi ad alte emissioni di CO2. L’ecotassa interessa soltanto le auto acquistate e immatricolate dal primo marzo fino al 31 dicembre 2021. Il suo importo è parametrato in base a 4 scaglioni di emissioni di CO2 e va versata tramite F24. L’imposta non è applicata ai veicoli per uso speciale come camper, veicoli blindati, ambulanze, veicoli con accesso per sedia a rotelle.

Pronta anche la piattaforma on line per chiedere gli incentivi all’indirizzo ecobonus.mise.gov.it, sarà attivata alle ore 12.

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Ecco il vero impatto dei 35 euro per l’accoglienza

Ven, 03/01/2019 - 09:00

La valutazione dell’impatto sociale delle proprie attività promossa dalla coop Labirinto a Pesaro e provincia mette in chiaro che si può accogliere in modo virtuoso sia per i cittadini che per gli ospiti.

Eccoli, i famosi 35 euro al giorno destinati all’accoglienza di ogni persona richiedente asilo. Attenzione, all’accoglienza, non alla persona: è l’ente gestore che riceve la somma totale e la usa per ogni servizio utile ad accogliere; a chi richiede asilo vengono date 2,5 euro al giorno, ovvero circa 75 euro mensili. In tempi di bufale sull’immigrazione e dati usati in modo parziale per distorcere la realtà e creare odio sociale verso i migranti forzati e chi li aiuta, è importante fare chiarezza. Una chiarezza che ha messo nero su bianco in modo più che virtuoso la cooperativa sociale Labirinto – realtà non profit che opera a Pesaro, Urbino e provincia nell’ambito dei servizi alla persona – nel presentare la propria valutazione di impatto sociale 2015-2017 in collaborazione con Aiccon, centro studi promosso da Università di Bologna e Alleanza delle cooperative italiane.

Qui sotto, nel dettaglio, le voci in percentuale di spesa dei fondi dell’accoglienza riguardanti in particolare i progetti Sprar e Pat (o Cas, Centri di accoglienza straordinaria), ovvero le accoglienze del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati: “in tutto nei tre anni abbiamo avuto 600 ospiti nelle strutture, diffuse sul tutto il territorio cittadino e provinciale”, spiega Christian Gretter, responsabile della coop Labirinto per il settore migranti. 23milioni di euro la cifra erogata dal ministero degli Interni alla cooperativa sociale per gestire l’accoglienza.

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Quanto è profonda la plastica.

Gio, 02/28/2019 - 15:03

Partiti per studiare le creature degli abissi, dei biologi inglesi hanno trovato microplastica nelle pance di alcuni gamberetti. Sei fosse oceaniche, inclusa quella delle Marianne, contengono residui di nylon e altre fibre artificiali. “Non esiste più un punto del mare non inquinato”

Cercavano nuove specie viventi negli abissi degli oceani. E hanno trovato la plastica. Un gruppo di biologi inglesi ha calato i suoi “ami” fino a 11mila metri di profondità, nella Fossa delle Marianne. Ha pescato gamberetti capaci di vivere in condizioni estreme di buio e pressione, oltre 6mila metri sotto alla superficie. Uno dei primi indizi che i ricercatori osservano in questi casi è il contenuto dello stomaco. Nel loro apparato digerente sono spuntate minuscole fibre di plastica, per lo più nylon o altri filati sintetici provenienti dai nostri vestiti. Erano sminuzzate e degradate da anni trascorsi nell’acqua salata, ma conservavano ancora la loro tinta nitida.

“Dentro di me mi aspettavo qualcosa di simile. Ma non fino a questo punto” racconta Alan Jamieson, ecologo marino dell’università di Newcastle. E’ lui il primo autore di uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science. I biologi, curiosamente, hanno anche stilato la classifica delle tinte più di moda in fondo al mare. Quattro microplastiche su cinque sono blu, colore particolarmente in voga nella Fossa delle Marianne (lì non c’erano tinte alternative). Seguono nero e rosso. In fondo alle preferenze viola e rosa.

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Latte in formula e violazioni della legge: le sanzioni ci sono. Ma nessuno controlla

Gio, 02/28/2019 - 15:00

E’ proprio il caso di dire: fatta la legge, trovato l’inganno. Ci hanno pensato direttamente i legislatori: la legge che prevede le sanzioni per chi trasgredisce in materia di latte artificiale non esplicita quali siano gli organi accertatori delle trasgressioni. E’ presto detto, quindi: le sanzioni per chiunque violi la normativa (punti vendita, ospedali, farmacie, consultori, medici) ci sono, ma non c’è chi le applica. Di conseguenza non è difficile immaginare che, stando così le cose, per i trasgressori la vita non sia poi così dura.

Latte in formula: la legge è del 2009

Andiamo con ordine. Nel nostro Paese esiste una legge del 1994, aggiornata dal Decreto ministeriale 82/2009, che stabilisce le norme relative alla produzione, alla composizione, all’etichettatura, alla pubblicità e alla commercializzazione del latte in formula. E’ questa legge che, ad esempio, precisa che nel nostro Paese la pubblicità del latte artificiale destinato all’alimentazione dei bimbi nei primi sei mesi di vita è vietata in qualunque modo, in qualunque forma e attraverso qualsiasi canale (compresi gli ospedali, i consultori familiari, gli asili nido, gli studi medici, nonché convegni, congressi, stand ed esposizioni), ed è ancora questa stessa legge che specifica che le lettere di dimissione post parto per i neonati non devono prevedere uno spazio predefinito per le prescrizioni dei sostituti del latte materno (ne abbiamo parlato in una nostra inchiesta).

Le multe ci sono…

Due anni e mezzo dopo la pubblicazione del Decreto ministeriale 82/2009, che ha messo chiaramente nero su bianco quali siano le violazioni sanzionabili riguardo produzione, composizione, etichettatura, pubblicità e commercializzazione degli alimenti per lattanti (ovvero per i bimbi entro i primi sei mesi di vita) e di proseguimento (dopo i primi sei mesi di vita), è arrivato il decreto sanzionatorio, ovvero il Decreto legislativo 84/2011 che ha precisato quale siano gli importi dovuti per le varie trasgressioni. Articolo dopo articolo il decreto 84/2011 snocciola meticolosamente le sanzioni pecuniarie in cui incorrono, tanto per fare alcuni esempi, coloro che inseriscono uno spazio prestampato sui libretti di dimissione dei neonati dopo il parto per indicare una specifica marca di latte in formula (multe da 15 mila a 90 mila euro), oppure chi offre buoni sconto per l’acquisto di questi prodotti o fornisce campioni gratuiti e altri omaggi (multe da 12 mila a 72 mila euro).

…ma nessuno controlla

Il problema è che, però, nessuno controlla le trasgressioni. Se il decreto 84/2011 prevede le sanzioni relative alle violazioni indicate nel DM 82/2009, non fa invece alcun riferimento a quali siano gli enti preposti ad accertare le violazioni e a cui appellarsi per segnalare eventuali trasgressioni.

Organi accertatori, questi sconosciuti

Il decreto 84/2011, quindi, stabilisce l’importo delle multe per le trasgressioni ma “dimentica” di indicare gli enti preposti a effettuare gli accertamenti delle violazioni. Come spiega Mariacristina Petrolo, avvocato di Ibfan (International Baby Food Action Network) Italia, che da anni insieme ad altri colleghi si occupa di questo settore, “gli organi accertatori delle varie tipologie di trasgressioni che si possono riscontrare relativamente a produzione, composizione, etichettatura, pubblicità e commercializzazione della formula artificiale ci sono: potrebbero essere, tanto per fare un esempio, i Nas per quanto concerne le questioni legate alla contraffazione e alla sicurezza  alimentare, il settore antitrust della Guardia di Finanza per le violazioni legate alla pubblicità, gli ordini professionali quando si rinvengono violazioni deontologiche”. Il problema è che questi organi accertatori “non sono stati  espressamente investiti di questo ruolo da alcuna legge, né circolare ministeriale. Di conseguenza, non essendo obbligati a dare riscontro delle segnalazioni che vengono loro inoltrate, queste ultime sono seguite dal silenzio più totale. Cadono nel vuoto. E, ovviamente, rimangono impunite“.

Basterebbe una circolare

Per far sì che le segnalazioni delle violazioni vengano recepite dall’organo accertatore competente e che quest’ultimo proceda con i controlli del caso ed, eventualmente, con l’irrogazione delle sanzioni, è necessario definire ufficialmente le competenze degli organi accertatori: “E’ l’unico modo – spiega l’avvocato – per indurli a rispondere alle segnalazioni effettuate”. Ma come? “Non è necessario modificare la legge, che è un meccanismo piuttosto complesso. Basterebbe che il ministero della Salute emanasse una circolare che indichi i vari organi accertatori e ne definisca i rispettivi ambiti di competenza“.

Il Tavolo tecnico sulla promozione dell’allattamento al seno

“Quattro anni fa il Tavolo tecnico operativo interdisciplinare sulla promozione dell’allattamento al seno (TAS) del ministero della Salute ha formulato un’ipotesi su quale organo potesse svolgere il ruolo di accertatore delle trasgressioni, proponendo il Sian, ovvero il Servizio di igiene degli alimenti e nutrizione del Dipartimento di prevenzione, struttura tecnico-funzionale delle aziende sanitarie locali”, spiega l’avvocato. Il suggerimento del Tavolo tecnico, però, non ha comportato alcun cambiamento nella verifica e nell’irrogazione delle sanzioni perché, come spiega l’avvocato, “il suo è un potere esclusivamente consultivo, e non operativo”. E così le violazioni della legge in materia di latte artificiale, ancora oggi, continuano a restare impunite.


Articolo scritto con la consulenza di Mariacristina Petrolo, avvocato di Ibfan Italia

Mi chiamo Navanpreet Kaur e sono una Sikh

Gio, 02/28/2019 - 02:37

“Molti non conoscono il significato del turbante e del pugnale e mi scambiano per una musulmana” ci spiega Navanpreet Kaur, una delle poche donne Sikh.
Tramite lo sportello della Flai CGIL di Maccarese, Roma, aiuta gli immigrati indiani arrivati in Italia a sbrigare le faccende burocratiche, a leggere i documenti e le comunicazioni, a integrarsi nella società.

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Insegnanti di sostegno: il 36% non è specializzato

Gio, 02/28/2019 - 01:57

Molte scuole non offrono alcun ausilio per la didattica, e solo in una su due tutti i docenti di sostegno sono in grado di utilizzare le tecnologie e i software informatici a supporto dell’apprendimento

In Italia il 36% degli insegnanti di sostegno non ha la specializzazione sul sostegno. Molte scuole – quattro su dieci – non offrono alcun ausilio per la didattica, e solo in una su due tutti i docenti di sostegno sono in grado di utilizzare le tecnologie e i software informatici a supporto dell’inclusione e dell’apprendimento. Gli alunni con disabilità sono il 3,1% degli iscritti: di questi, il 41% ha cambiato docente da un anno all’altro, il 12% addirittura nel corso dello stesso anno. I dati, che riguardano l’anno scolastico 2017/2018, arrivano dal report “L’inclusione scolastica: accessibilità, qualità dell’offerta e caratteristiche degli alunni con sostegno realizzato dall’Istat (l’Istituto italiano di statistica) e mettono in evidenza problematiche di cui le famiglie di bambini e ragazzi con disabilità sono già – purtroppo – largamente a conoscenza.

A partire dall’anno scolastico 2017/2018 l’indagine ha esteso il campo di osservazione anche alle scuole dell’infanzia e alle scuole secondarie di secondo grado (scuole superiori): un totale di 56.690 istituti, frequentati da 272.167 alunni con sostegno che rappresentano il 3,1% del totale degli iscritti e in cui prestano servizio 156 mila insegnanti di sostegno.

Insegnanti di sostegno insufficienti

L’insegnante di sostegno nel sistema scolastico italiano può essere definito come “la principale figura professionale a supporto della didattica che, oltre a ricoprire un ruolo fondamentale nel percorso formativo dell’alunno, può promuovere e favorire il processo d’inclusione scolastica, realizzando interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli ragazzi”. In Italia, se quantitativamente possiamo dire di avere buoni risultati – il rapporto tra il numero di alunni con sostegno e il numero di insegnanti è  pienamente soddisfatto su quasi tutto il territorio nazionale, con 1,5 studenti ogni docente contro il rapporto previsto dalla legge di 2 alunni ogni insegnante – qualitativamente emergono invece diverse problematiche che necessitano di aggiustamento. A partire dal numero elevato di docenti di sostegno, senza specializzazione (1 su tre), fino ad arrivare all’assenza, in molte scuole, di tecnologie e strumenti per facilitare l’apprendimento da parte di bambini e ragazzi con difficoltà.

Sotto-utilizzata la tecnologia a supporto della didattica

Per migliorare la qualità della didattica è importante che l’insegnante di sostegno sia in grado di utilizzare le tecnologie informatiche e i software a supporto dell’inclusione e dell’apprendimento. I corsi appositamente ideati per la formazione dei docenti in questo settore, però, sono poco seguiti: lo scorso anno scolastico in tre scuole su quattro (74%) hanno frequentato un corso per la formazione in tecnologie educative “nessun insegnante di sostegno” nel 13% delle scuole e “alcuni insegnanti di sostegno” nel 61% degli istituti, e solo in una scuola su quattro (26%) tutti i docenti di sostegno hanno frequentato almeno un corso. A conti fatti, solo nella metà delle scuole tutti gli insegnanti di sostegno sono in grado di utilizzare gli ausili informatici a supporto dell’inclusione e della didattica.

Ausili didattici assenti in 4 scuole su 10

Per favorire l’apprendimento di questi studenti le scuole dovrebbero essere dotate di apparecchi informatici e multimediali (pc, tablet, registratori, lettori cd/dvd) e di software didattici di diverso tipo. Quattro scuole su dieci (38%) tra elementari e medie, però, non offrono alcun strumento che faciliti lo studio ai propri alunni con sostegno e, a livello nazionale, per il 9% degli studenti con sostegno gli ausili utilizzati a scuola risultano poco o per nulla adeguati alle loro esigenze.

In aumento gli alunni con sostegno…

Gli alunni con sostegno che nell’anno scolastico 2017-2018 hanno frequentato le scuole elementari (primarie) e medie (secondarie di primo grado) sono 165.260, il 3,7% degli studenti iscritti complessivi. Un numero in continua crescita con un aumento, negli ultimi 10 anni, di oltre il 27%. Sebbene l’incremento si osservi per ogni tipologia di problema, la quota maggiore riguarda gli alunni con disturbo dello sviluppo che negli ultimi cinque anni sono quasi raddoppiati, passando da poco più di 22 mila a oltre 43 mila. Notevoli le differenze in termini di genere: gli studenti con sostegno sono prevalentemente maschi (68%), 213 maschi ogni 100 femmine.

…e le ore (ma non sempre bastano)

Sebbene negli ultimi cinque anni le ore di sostegno settimanali abbiano subito un incremento in entrambi gli ordini scolastici (1,7 ore in più a settimana), le esigenze degli alunni non sembrano ancora pienamente soddisfatte, tanto che il 5% delle famiglie di questi bambini e ragazzi ha presentato ricorso al Tribunale civile o al Tribunale amministrativo regionale ritenendo l’assegnazione delle ore non idonea a soddisfare le necessità dell’alunno.

Continuità, questa sconosciuta

La mancanza di continuità del rapporto tra docente di sostegno e alunno rappresenta un problema – che si ripete ormai da diversi anni, e che le famiglie di questi alunni conoscono a fondo, loro malgrado – che per nulla giova all’inclusione di questi studenti nell’ambiente scolastico. Come sottolinea l’Istat nella sua indagine, “per la realizzazione del progetto individuale è importante che ci sia una continuità del rapporto tra docente per il sostegno e alunno non solo nel corso dell’anno, ma anche per l’intero ciclo scolastico. Ciò, oltre a favorire l’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra l’alunno e il docente, permette all’insegnante di svolgere la propria attività nell’ambito di un progetto più ampio finalizzato all’inclusione”.

Una teoria ineccepibile che, però, sembra non trovare spazio nella vita pratica di tutti i giorni. Lo scorso anno scolastico, infatti, nelle scuole elementari e medie del nostro Paese ha cambiato insegnante rispetto all’anno precedente quasi un alunno con sostegno su due (41%), mentre uno su dieci (12%) ha subito un cambio addirittura nel corso dell’anno. Dati che raccontano di quanta strada ci sia ancora da fare, e di come la “continuità del rapporto tra docente di sostegno e l’alunno”, il “rapporto di fiducia tra l’alunno e il docente” e la “realizzazione di un progetto più ampio finalizzato all’inclusione” siano, ad oggi, concetti astratti ben lontani dal concretizzarsi.

Il delirio delle sepolture in Italia

Mer, 02/27/2019 - 15:00

I morti noi li mettiamo in grandi scatole di cemento armato, siamo l’unico Paese al mondo: è la follia


Un popolo di ex navigatori e le Autostrade del Mare

Mer, 02/27/2019 - 12:30

Nel 2003 Carlo Azelio Ciampi, livornese doc e presidente amato della Repubblica, parlò della necessità di sviluppare le autostrade del mare: e il settore armatoriale ebbe la prima e più forte scossa, completata l’anno successivo grazie all’iniziativa DUEL: la sfida tra ippopotamo e rinoceronte che sanzionò la vittoria dell’ippopotamo.

Da verde terragnolo aretino presi molto sul serio le parole di Ciampi e mi si aprirono molte finestre di cui la prima fu comprendere che pur abitando nel posto più lontano dal mare d’Italia (Alpi escluse) in meno di 2 ore potevo raggiungere sia il Tirreno che l’Adriatico e la seconda che l’Italia era una lunghissima penisola protesa dentro il Mediterraneo e proprio a questa caratteristica doveva tutte le sue meravigliose storie, culture, popoli e ricchezze.

Il mare era la strada più veloce per connettersi, per cui tutte le civiltà si svilupparono lungo le coste e dialogarono o si combatterono innanzitutto per mare; sembrano cose ovvie ma meno ovvio è pensare che nel 2000 avanti Cristo si arrivava via mare con qualche settimana di anticipo rispetto al viaggio via terra da Palermo a Pisa, e ancor meno ovvio è pensare che nel 2000 dopo Cristo potesse ancora essere più veloce la nave delle fantastiche autostrade.

Il dialogo iniziò a partire dagli autotrasportatori e questa mia idea venne sottoposta al giudizio di tutti gli esperti del settore. I risultati (pubblicati su Ecquologia: http://www.ecquologia.com/notizie/3338-per-mare-con-le-ruote-duel-e-lo-straordinario-confronto-fra-ippopotamo-e-rinoceronte, http://www.ecquologia.com/notizie/3340-8000-km-di-coste-tir-meglio-per-mare-o-in-autostrada, http://www.ecquologia.com/notizie/3342-le-vie-del-mare-vincono-il-confronto-piu-veloci-piu-sicure-piu-economiche) furono inequivocabili: andare per mare con le ruote è più veloce, più sicuro, meno inquinante e meno costoso che andare via terra.

Grande successo mediatico e premi in tutta Europa. Alla fine del 2004 le merci spostate nei porti italiani con tir e semirimorchi (il tir senza la motrice) superarono quelle spostate con i container e da allora non hanno smesso di crescere; se però si guardano le cifre sotto il profilo temporale, nell’arco di un anno i tir che girano per l’Italia vanno per mare solo per una settimana (meno di 2 milioni) mentre il 90% vanno via terra; il dato preciso sul traffico via treno non si riesce a sapere con esattezza ma possiamo dire che è bassissimo perché il treno ha molte più rigidità di autostrade e autostrade del mare.

Nel 2004, come si può evincere dalla trasmissione che andò in diretta da Livorno al ritorno dei due camion in Toscana da Palermo (stavolta tutti e due per mare), affermai una cosa che purtroppo si è rivelata tragicamente vera: le infrastrutture terrestri nate per avere un traffico in numero e pesantezza di mezzi da anni ‘60 ‘70 o ‘80 si troveranno sempre più sotto stress, determinando un rapido deterioramento delle stesse.

Da allora qualcosa è successo, come lo stanziamento dei marebonus per gli autotrasportatori che sceglievano il mare per favorire le rotte meridionali. E infatti quei due milioni di tir che oggi prendono il mare lo fanno in direzione delle Isole, in particolare “bypassando” la Salerno-Reggio Calabria sia dal Tirreno che dall’Adriatico con rotte ormai uscite ampiamente dalla fase di decollo e remunerative anche per gli armatori; il resto dell’Italia, però, resta sostanzialmente del tutto non servito dalle autostrade del mare.

Non si pensi male ma l’unica autostrada bypassata è quella che non si paga… e questo la dice lunga sia sulla convenienza delle rotte del mare (più convenienti di una autostrada senza pedaggio) sia sul potere lobbystico delle altre autostrade che riescono miracolosamente a tenersi tutti i clienti in secca a pagare sontuosi pedaggi da tir e auto. 

Le autostrade e le ferrovie italiane costano mediamente il triplo della media europea delle infrastrutture mentre le nuove linee per le autostrade del mare costerebbero un decimo della media europea.

Mi spiego meglio: abbiamo oltre 50 porti in condizione di veder attraccare traghetti e navi per far salire e scendere i camion, le auto o i semirimorchi. Questi porti sono costati e costano un occhio della testa e per almeno 45 su 54 si tratta di porti vuoti e scarsamente inutilizzati in banchina;  negli spazi giganteschi cementificati a terra è come aver fatto le stazioni ferroviarie ed essersi dimenticati di fare i binari… Pare impossibile che esista una infrastruttura senza il cemento per cui la linea a mare non viene iniziata perché non remunerativa, ma se non si inizia mai non si creeranno mai rotte remunerative escludendo quelle verso le isole che in autostrada ci arrivano malino.

Stiamo violentando il mare in ogni modo, lo riempiamo di rifiuti e vietiamo ai pescatori di riportare i rifiuti pescati a terra, alimentiamo le navi con un residuo di raffinazione del gasolio che è proibito utilizzare a terra e via discorrendo: eppure andar per mare garantisce alle merci e ai passeggeri di arrivare prima e con più sicurezza. Il mare non ha bisogno di chiudere ai tir di domenica e festivi. Il mare resta impraticabile con una media di 18 giorni all’anno e i traghetti potrebbero incaricarsi di far fare il grosso del viaggio alle merci più pesanti e ingombranti risparmiando ponti e infrastrutture pensati per carichi e frequenze anni 70/80.

Oggi il trasporto dei pendolari per le ferrovie oppure per il trasporto pubblico locale non sarebbero pensabili senza un contributo dallo stato e dalle regioni: ebbene, si potrebbero ridurre quei costi e investirne una parte nella creazione delle rotte per il mare.

Ecco, vorremmo che partisse una campagna per dire SI alle autostrade del Mare, riconvertendo progressivamente le navi e i tir a modalità meno inquinanti grazie all’uso del GNL e del BIOGNL, per ridurre la fatica degli autisti, per aumentare la sicurezza di tutti, e producendo grandi benefici per l’intero ecosistema. Proseguire a massacrare il bilancio dello stato su infrastrutture tutte terrestri in una penisola da quasi 8mila km di costa è l’atto più stupido che il paese delle repubbliche marinare potesse fare.

Il tè del bar è migliore se l’acqua viene scaldata col getto di vapore

Mer, 02/27/2019 - 09:00

Le grosse macchine del caffè dei bar generalmente hanno due caldaie. La caldaia principale, più capiente, viene tenuta ad alta temperatura e, grazie a serpentine, scalda l’acqua della caldaietta dalla quale esce il liquido bollente per fare i caffè. Questa caldaietta alimenta anche il vapore per fare i cappuccini. L’acqua resta in questa caldaietta, che generalmente ha una capienza inferiore al litro, per poco e quindi non fa tempo ad assorbire componenti rilasciati dal metallo della caldaia.

Invece l’acqua calda, che esce dal rubinetto dell’acqua bollente per fare il tè, proviene dalla caldaia principale, nella quale resta a lungo ferma, quindi assorbe componenti rilasciati dai metalli tra i quali spesso c’è il piombo.

Inoltre in quest’acqua tende a depositarsi il calcare. Per questo motivo tè e tisane servite nei bar hanno spesso un sapore pesante.

Esistono macchine del caffe in acciaio chirurgico, che non rilascia quasi componenti, ma costano un botto e quindi solo pochi bar le usano.

Per evitare problemi è quindi cosa saggia chiedere al barista che ti scaldi dell’acqua di rubinetto o minerale, nella teiera, con il getto del vapore della macchina del caffè, invece di usare l’acqua bollente che esce dal rubinetto della macchina. Il tè e le tisane saranno così più buoni e salutari.

Biogas Italy 2019

Mer, 02/27/2019 - 09:00

Puntuale anche quest’anno, come ogni fine inverno, torna un appuntamento importante e dai contenuti di grande livello, giunto alla sua quinta edizione, come Biogas Italy 2019, organizzato da un Consorzio come il CIB (Consorzio Italiano Biogas). Autentica avanguardia per il settore anche a livello internazionale si svolgerà a Milano, presso l’Auditorium BPM, in via Massaua 6, il 28 febbraio e il 1 marzo.

Un’edizione, quella 2019, con un titolo che racchiude un contenuto importante e che riflette le elaborazioni del CIB di questi anni: Change climate. Agroecologia e gas rinnovabile: tracciamo insieme la via. Un titolo con il quale il CIB ha ripreso l’idea che ha costituito il leit motiv nelle precedenti edizioni: la rivoluzione agricola finalizzata in questa edizione alla lotta ai cambiamenti climatici.

L’evento sarà un’importante opportunità per discutere del potenziale del gas rinnovabile e della decarbonizzazione della rete del gas, nel contesto nazionale e internazionale, e per evidenziare il ruolo fondamentale che il biogas/biometano agricolo ha in questo percorso.

Biogas Italy si caratterizza, infine, come ogni anno, per l’elevato contenuto tecnico-scientifico grazie al coinvolgimento dei massimi esperti nazionali ed internazionali che contribuiranno a disegnare non solo lo stato dell’arte del settore, ma a delineare anche le linee strategiche di medio e lungo periodo.

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Reddito minimo garantito per ogni cittadino europeo

Mar, 02/26/2019 - 15:35

In Italia se ne parla poco, troppo è il rigurgito antieuropeista, ma in Europa esiste e opera il Cese-Eesc, il Comitato economico e sociale europeo, che di recente ha votato a favore con 158 sì, 81 no e 12 astensioni “Per una direttiva quadro europea sul reddito minimo” che chiede alla Commissione europea di «adottare un quadro UE vincolante che stabilisca un reddito minimo adeguato in tutta Europa, adattato al tenore di vita in ciascuno Stato membro».

Il reddito minimo garantito non è esclusiva della sinistra né tantomeno della sinistra marxista. Qualcuno si stupirà nello scoprire che c’è tutta una storia liberale dietro provvedimenti come il reddito minimo garantito, il reddito di cittadinanza gestito dai centri per l’impiego (che in Italia sono ridicoli) voluto dal Movimento 5 stelle, il REI introdotto dal Pd, e via dicendo. Il reddito di cittadinanza sarebbe stata una manovra di sinistra se non fosse stata a debito. Sarebbe stata anzi schiettamente socialista se anziché aumentare il debito pubblico avesse aumentato, ad esempio, la tassazione sui redditi alti. Ma il passato non si fa con i “se”, e il presente men che meno. Intanto molti europei sono poveri, seppure meno rispetto all’anno scorso, e ancor meno rispetto agli anni addietro.

Secondo i dati Eurostat il 22,5% della popolazione dell’Ue è a rischio di esclusione sociale o di povertà, l’1% in meno rispetto al 2016. Nel 2017, nell’Unione europea la disoccupazione di lunga durata era salita al 3,4% e nel 2016 il numero di lavoratori poveri nell’Ue toccava invece il 9,5% .

Pur fra le contraddizioni e le accuse di chi la vorrebbe snaturata e manovrata da fantomatici poteri forti, sembrerebbe che l’Unione europea non se la stia cavando troppo male. Ciò non toglie che ad oggi 112,9 milioni di europei siano poveri e che di questi ben 26 milioni siano bambini. Gli impegni dell’Ue «miranti a ridurre di 20 milioni il numero di cittadini dell’Ue a rischio povertà in generale hanno fallito» denunciano il Cese e in particolare l’ex presidente del Cese e oggi capo dell’EESC Workers’ Group, il sindacalista greco George Dassis, molto critico riguardo all’Open Method of Coordination (OMC), lo strumento finora utilizzato dall’Ue per contrastare la povertà:

«Non ha soddisfatto le aspettative. Non ha garantito un reddito minimo adeguato in tutti i Paesi dell’Ue, con il risultato che le disuguaglianze hanno continuato ad allargarsi all’interno e tra gli Stati membri, presentando un grave problema per la credibilità dell’Unione europea».

Quello a cui fa riferimento Dassis neanche troppo velatamente è l’atrofizzarsi di una Europa a due marce. Un problema giuridico oltre che economico, perché secondo alcuni giuristi disattende i testi giuridici e i principi sociali dai quali è nata l’Unione europea. In ogni caso un problema politico, perché superare l’assistenzialismo nazionale in favore di un reddito minimo europeo significa superare le divisioni fra gli Stati membri e introdurre parametri che per quanto flessibili e calibrati in base alle specifiche di ogni Stato rimangono pur sempre parametri arbitrari che devono sottostare a bilanci di riferimento altrettanto arbitrari. Il Cese vorrebbe una «metodologia comune per l’inquadramento dei “bilanci di riferimento” (ovvero panieri di prodotti e servizi – assistenza sanitaria e personale, alloggio, abbigliamento, mobilità, istruzione, tempo libero, relazioni sociali, cultura, ecc. Adattati allo standard di vivere in tutti gli Stati membri)». Standard, appunto, con tutte le approssimazioni e i rischi del caso.

Non tutti sono d’accordo con il parere approvato dal Cese di sottoporre alla Commissione Europea la proposta di una direttiva per il reddito minimo. Qualcuno, come Jacek Krawczyk, presidente dell’Employers’ Group, ritiene che l’unico strumento attualmente in grado di ridurre la povertà in Europa rimanga la sussidiarietà nazionale:

«Affrontare il reddito minimo a livello nazionale non è solo appropriato, ma anche più efficiente in quanto i sistemi di reddito minimo saranno adattati alle caratteristiche specifiche di ciascuno Stato membro».

Con le elezioni europee ormai prossime, non resta che attendere e vedere come i nuovi compomenti del Parlamento europeo intenderanno confrontarsi con il parere del Cese depositato in Commissione europea. Uniti nella buona e nella cattiva sorte, finché povertà non ci separi.

Atto contrario, ribellarsi al razzismo

Mar, 02/26/2019 - 12:00

Sì, è vero, la tormenta imperversa e l’angoscia ci opprime, ma dove sta scritto che dobbiamo vivere in un tempo di cui potremo solo vergognarci? Abbiamo pensato di dedicare tre giornate, dal 15 al 17 di marzo, ad affermare con evidenza il contrario. Chiediamo di promuovere ovunque iniziative di ogni tipo contro il razzismo e le narrazioni tossiche che alimentano un sistema nefasto e incarognito. Non canteremo il buio dei nostri giorni ma la bellezza della resistenza e il piacere della ribellione che filtrano da ciascuna (anche piccola) apertura che fa entrare la luce.

Possiamo mettere in discussione gli orrendi abusi del potere istituzionale ma anche l’apatia e l’indifferenza verso la xenofobia e il razzismo che crescono intorno e dentro di noi? Possiamo trasformare l’angoscia che ci assale di fronte a quanto accade nel Mediterraneo, nei lager libici e in tutta l’Africa, in Turchia e nelle nostre città dove migranti e rifugiati hanno sempre più paura? Possiamo rovesciare quell’angoscia, restando ben ancorati alla realtà, nel suo stato opposto? Bruno Tognolini, grande maestro di piccole rime, dice che se ci opprime l’angoscia, dobbiamo fare “attu contrariu”, come vuole la sapienza popolare, per esempio in Sardegna. Non dobbiamo cantare, dunque, dei tempi bui, “ma della luce, della gioia e della bellezza, della speranza, (…) che sono sempre disciolte in tutti i tempi”.

Molti, in realtà, quegli atti contrari verso chi detesta l’affermazione della libertà di movimento (per chiunque abbia il desiderio o la disperata necessità di partire), li fanno da tempo e in tanti modi diversi. Chi avrebbe immaginato, nel 1998, che a causa della sua capacità di accogliere un paesino dell’Aspromonte sarebbe diventato famoso nel mondo quanto i Bronzi? E chi avrebbe detto che a Roma, solo con l’autogestione dei cittadini, sarebbe nato un non-luogo fantastico come il Baobab, dove sono stati accolti 80 mila “migranti transitanti”, cioè diretti verso altre città europee o del Nord Italia? C’è poi quell’altro gruppo di stravaganti personaggi, diventati nientemeno che armatori di una nave, Mediterranea, solo con il sostegno di un pugno di associazioni, centri sociali, parrocchie, singoli cittadini e di una strana banca che sostiene che l’interesse più alto sia quello di tutti: adesso vanno in mare per raccontare quel che molti preferirebbero non si sapesse e, insieme ad altri, a salvare la gente che annega.

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Intesa Sanpaolo, al via “Per Merito”, il prestito per gli studenti

Mar, 02/26/2019 - 09:11

Per accedervi basterà essere in regola con gli studi e aver completato almeno l’80% degli esami nella sessione. Il Ceo Messina: “Investiamo per colmare il gap con gli altri Paesi Ue”

Da oggi oltre 1,6 milioni di studenti italiani potranno chiedere un prestito fino a 5mila euro all’anno (3mila se si studia in sede). Durerà cinque anni e servirà per pagare i propri studi. Si chiama “per Merito”, ed è il finanziamento di Intesa Sanpaolo. Per richiederlo basterà andare suk sito Non servono garanzie personali o familiari, ma una sola condizione: essere in regola con gli studi. Lo studente dovrà sostenere almeno 20 crediti formativi a semestre. Tradotto: l’80% degli esami previsti nel piano ogni sei mesi. Il problema del prestito d’onore è anche capire quando restituirli, specie se dopo la laurea si fatica a trovare lavoro. La restituzione partirà da due anni dopo la laurea. Un periodo ponte in cui lo studente potrà trovare lavoro. E dopo 24 mesi potrà restituire la somma nell’arco di 15 anni con una rata mensile bassa e un tasso fisso concordato durante la sottoscrizione del prestito.

«Questa è la prima iniziativa che fa capo al fondo d’impatto creato nell’ambito del nostro Piano di Impresa», ha spiegato Carlo Messina, CEO e Consigliere Delegato di Intesa Sanpaolo. «Con uno stanziamento di 250 milioni di euro, mettiamo 1,25 miliardi di nuove risorse a disposizione di realtà con una minore capacità di accesso al credito come giovani famiglie, ricercatori, nuova imprenditoria, studenti. Siamo convinti che in Italia si debba investire di più nell’educazione e colmare un ritardo che ci separa da altri grandi economie europee. Questo è il contributo di Intesa Sanpaolo affinché l’istruzione torni ad essere un fattore chiave per la crescita economica e sociale del nostro Paese». Si tratta del primo progetto finanziato con il Fund for Impact, il fondo creato da Intesa Sanpaolo per le categorie con difficoltà di accesso al credito.

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Lunga vita alla rivalità tra Sofia Goggia e Federica Brignone

Mar, 02/26/2019 - 09:00

Non è l’ottimismo il sale della vita, come recitava Tonino Guerra in un celebre spot pubblicitario. Ma è la rivalità. Almeno così è nello sport. E a metterlo nero su bianco, in un libro uscito qualche anno fa, fu Mario Cotelli, artefice della celebre valanga azzurra di sci. Quella di Gustav Thoeni e Piero Gros, per capirci.

Nel suo libro, intitolato ovviamente “La valanga azzurra”, scrive: «Ogni giorno crescevano le rivalità e l’antagonismo tra atleti. Nello sci, sport individuale in cui ognuno si batte contro il cronometro, la motivazione è rappresentata soprattutto dalla rivalità che si genera tra gli atleti che appartengono allo stesso team e che moltiplica la determinazione per battersi a vicenda. Questo a differenza degli sport di squadra nei quali il risultato dipende dalla capacità dei singoli di fare sistema aiutandosi l’un l’altro da buoni amici o passandosi la palla, come nel calcio per esempio».

Una lezione di psicologia dello sport. Cotelli prosegue: «Difficile gestire un gruppo in cui gli atleti non sono “amici” ma concorrenti e dove la situazione di rivalità costante e continua funge da acceleratore per risultati sempre più importanti. Come dimostra la vera storia della Valanga Azzurra e soprattutto la forte rivalità agonistica dapprima tra i cugini Thoeni, Rolly e Gustavo, iniziata fin dalle prime gare da bambini, e poi tra Thoeni e Gros. Le più esaltanti performance di Gustavo, che non accettava di perdere nemmeno a briscola, sono state fortemente motivate dalla volontà di riuscire a sopravanzare Pierino. Come quando Thoeni, dopo la prima manche chiusa all’ottavo posto (St. Moritz 1974 e Sun Valley 1975) con un distacco apparentemente incolmabile, oltre un secondo e 70 centesimi da un Pierino saldamente in testa, sfoderò nella seconda manche una prova magistrale motivata solo dalla determinazione di non farsi battere dal compagno di squadra».

Sono poche righe eppure è una sorta di trattato. Vero negli anni Settanta. Vero negli anni Duemila, quasi cinquant’anni dopo. Stesso sport, lo sci alpino. Stavolta non si tratta di uomini. Sono due donne che nutrono una rivalità che le spinge a migliorarsi. Federica Brignone, figlia d’arte: sua madre Ninna Quario era una slalomista dei primi anni Ottanta, vinse quattro gare di Coppa del mondo. Un’atleta completa, molto tecnica ma che non disdegna la velocità. Stilisticamete ineccepibile. L’altra è Sofia Goggia una forza della natura, irruenta, spericolata, coraggiosa. Lindsey Vonn l’ha nominata sua erede. Un uragano che è esploso due anni fa mettendosi di prepotenza al centro della scena. Quella scena che in Italia aveva fondamentalmente una reginetta: Federica appunto.

Inevitabile la nascita di una rivalità. Condita anche da qualche frase velenosa, apparentemente fuori luogo. Che invece rilevava l’umana sofferenza e anche lo stimolo a migliorarsi, come scriveva Cotelli. Non c’è nulla di male nel punzecchiarsi, nel soffrire la compagna di squadra. Anzi.

È e sarà una rivalità che farà bene allo sci italiano e ad entrambe le atlete. Ne abbiamo avuto dimostrazione anche nell’ultimo week-end a Crans Montana. Il sabato, Sofia Goggia ha vinto la discesa libera specialità nella quale lo scorso anno vinse una storica medaglia d’oro alle Olimpiadi. L’indomani Federica Brignone è arrivata prima nella combinata. Non può essere un caso e infatti non lo è. La competizione interna – più o meno sana, non è importante (nei limiti della sportività, ovviamente) – spinge a migliorarsi e ad andare oltre i propri limiti. L’Italia dello sci preservi questa conflittualità sportiva e non la trasformi mai in una melensa amicizia. Altrimenti addio vittorie. Cotelli docet.

Il Green New Deal, una speranza per gli USA e per il pianeta

Lun, 02/25/2019 - 15:00

Nei prossimi tempi è probabile che sentiremo parlare spesso di Alexandria Ocasio-Cortez e del Green New Deal, che i media statunitensi per brevità chiamano GND. E, come spesso succede, ciò che prima accade negli USA poi arriva in Europa.

Alexandria Ocasio-Cortez, la stella nascente della politica USA

Alexandria è una politica statunitense trentenne. È stata eletta al Congresso statunitense nel 2018 diventando, a 29 anni, la più giovane parlamentare nella storia statunitense.

Ocasio-Cortez è nata nel Bronx, da padre nato anche lui nel Bronx e madre nata a Porto Rico. Ocasio-Cortez sin dai tempi del liceo si è distinta, vincendo un premio nella Intel International Science and Engineering Fair con un progetto di microbiologia; a seguito di questo riconoscimento, le è stato dedicato un asteroide, 23238 Ocasio-Cortez.

Morto il padre, dopo la laurea è ritornata nel Bronx dove ha lavorato come cameriera in un negozio di tacos.

Nell’elezione presidenziale del 2016 Ocasio-Cortez ha fatto l’organizzatrice nella campagna di Bernie Sanders. Nel 2018, incoraggiata dal gruppo di Sanders, ha deciso di sfidare il senatore uscente Joseph Crowley alle primarie democratiche. In totale, ha speso 194.000 dollari per la sua campagna mentre il suo avversario Crowley 3,4 milioni.

Crowley, senatore vicino a Hillary Clinton, era così potente nel Partito Democratico che nei 18 anni precedenti nessuno aveva osato sfidarlo alle primarie. La ventottenne Ocasio-Cortez alla fine ha prevalso con il 57% dei voti. Crowley si è congratulato con lei dedicandole la canzone di Bruce Springsteen Born to Run, Nata per Correre. Dopo Crowley, Ocasio-Cortez ha battuto il candidato repubblicano ed è stata eletta al Congresso.

Ocasio-Cortez è a favore di una sanità pubblica aperta a tutti, della gratuità dell’università pubblica, dell’aumento del salario minimo orario a 15 dollari, dell’eliminazione delle prigioni a gestione privata e della regolamentazione della detenzione di armi da fuoco. È per la semplificazione dell’iter che conduce alla cittadinanza per gli immigrati irregolari e ha proposto una tassa del 70% da applicare ai redditi superiori ai dieci milioni di dollari annui, sulla quota superiore ai dieci milioni, per finanziare politiche di riduzione dei gas serra.

Il Green New Deal

Ma ciò per cui sentiremo spesso parlare di Ocasio-Cortez è una sua risoluzione rivoluzionaria, il cosiddetto “Green New Deal” (GND), presentato da lei ufficialmente il 7 febbraio, volto a stimolare lo sviluppo dell‘economia verde e blu, la creazione di nuovi posti di lavoro e la riconversione dei lavoratori attualmente impiegati in settori non ecosostenibili.

Il GND è rapidamente decollato, ottenendo numeri enormi nei sondaggi USA e “costringendo” i parlamentari democratici, anche a quelli vicini alle lobby del carbone, a dirsi almeno formalmente d’accordo.

Il GND descrive in dettaglio la catastrofe climatica in arrivo, dall’esposizione di 350 milioni di persone a un aumento dello stress da calore alla perdita di quasi tutte le barriere coralline del mondo. Richiede di mantenere l’innalzamento della temperatura a 1,5 ° C – lo standard approvato dal rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) di ottobre – e di arrivare a zero emissioni globali nette entro il 2050.

Riconosce che gli Stati Uniti sono responsabili di una quantità sproporzionata di emissioni e chiede agli Stati Uniti di essere un leader mondiale nell’azione per il clima oltre che il produttore numero uno della tecnologia verde: soddisfare le richieste di energia con energia rinnovabile e a emissioni zero.

Collega anche in modo esplicito le questioni climatiche a quelle economiche che spesso non entrano nella discussione sul clima: decenni di stagnazione salariale, mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e assenza di acqua pulita per milioni di individui, stupefacenti livelli di disuguaglianza, decimazione del potere contrattuale dei lavoratori. Attraverso il Green New Deal disegna un prossimo futuro in cui tutti possano avere accesso a posti di lavoro buoni, salari ragionevoli, aria e acqua pulite, cibo sano e natura. Richiede investimenti in un sistema agricolo più sostenibile e un trasporto pubblico accessibile. Appoggia lo scambio internazionale di tecnologie e finanziamenti. Propone una visione rivoluzionaria dell’economia e del ruolo dello Stato in essa.

La risoluzione di Ocasio-Cortez sembra a molti l’unica proposta che si avvicini alla dimensione delle ambizioni di cui abbiamo bisogno per affrontare la realtà indicata dalla scienza. È chiaro dall’ultimo rapporto dell’IPCC che la migliore opportunità di mantenere il riscaldamento vicino a 1,5 C è di dare la priorità non solo allo sviluppo della tecnologia verde, ma anche a politiche sociali egualitarie e ad una crescente cooperazione globale.

La destra statunitense contrattacca bollando il GND come “socialista”, perché il Green New Deal sottolinea che il cambiamento climatico, l’inquinamento e altri danni ambientali sono stati scaricati innanzitutto su “popolazioni indigene, comunità di colore, comunità di migranti, comunità deindustrializzate, comunità rurali spopolate, poveri, lavoratori a basso reddito, donne, anziani, persone con disabilità e giovani.

In effetti gli oppositori al GND non la toccano leggera. Il presidente Trump ha affermato che il Green New Deal porterà via il suo “diritto di viaggiare in aereo“. Il senatore Tom Cotton, repubblicano dell’Arkansas, ha detto che la proposta porterebbe alla confisca delle auto e imposto agli americani di “cavalcare mezzi di locomozione presumibilmente alimentati da lacrime di unicorno.” E il senatore John Barrasso, repubblicano del Wyoming e presidente della commissione per l’ambiente e i lavori pubblici, ha avvertito che “gelato, cheeseburger e frappé sarebbero una cosa del passato perché sotto il Green New Deal il bestiame sarà bandito.

Nonostante il forte appoggio dell’opinione pubblica e il sostegno di buona parte dei democratici la vita della risoluzione GND non si prospetta facile a causa della forte opposizione della lobby del carbone, profondamente radicata negli Usa.

Del resto la risoluzione non dà risposte, né potrebbe dare, a tutte le domande: come dovrebbero essere create le istituzioni finanziarie pubbliche e in che modo lavoratori, movimenti e comunità potranno contribuire a guidare gli investimenti pubblici? Come faremo a garantire che la “tecnologia pulita” sia effettivamente pulita, che i pannelli solari non trasudino tossine nei fiumi che sfiorano le fabbriche in cui sono costruiti e non finiscano la loro vita trentennale in cumuli di rifiuti tossici nelle baraccopoli ghanesi? È necessario un forte coordinamento e cooperazione internazionale e aiuto ai Paesi che ne hanno bisogno, come richiesto dalla risoluzione GND, accordi di green fair trade con Paesi come la Bolivia, dove verrà estratto il litio per le batterie ricaricabili.

Il cambiamento radicale è una strada accidentata ma la visione del Green New Deal sembra un inizio necessario. Non si tratta solo di applicare un programma di giustizia sociale a un programma di energia pulita, indica anche che la disuguaglianza astronomica, il patriarcato duraturo e la supremazia bianca negli Usa, il caos climatico incombente, lo sbocco verso la domanda di “un uomo forte” fanno tutti parte dello stesso sistema a cui non si può rispondere con provvedimenti parziali ma solo con un grande disegno che dia nuova energia e speranza ai giovani, alle donne, agli oppressi.

Gli scienziati climatici prevedono che il 2020-2030 sarà un decennio cruciale, in cui occorreranno “sforzi erculei” per contenere l’aumento della temperatura del pianeta. Il GND dice che siamo già in ritardo. Dobbiamo muoverci.

Il nuovo stadio del negazionismo climatico non negherà che il cambiamento climatico stia accadendo, ma negherà l’urgenza di agire in fretta o ambiziosamente.

Alexandria Ocasio-Cortez ci dice che è troppo tardi per la moderazione. Essere seri sul clima significa essere seri nel trasformare questo “sogno verde” in realtà.

Fonti:
The New York Times
https://jacobinmag.com/https://jacobinmag.com/
wikipedia.org

Foto:
WashingtonTimes

Migranti, a Parma fronte dei sindaci contro la prefettura e il decreto Sicurezza

Lun, 02/25/2019 - 12:00

… e apre al ritorno degli speculatori privati”.

Uno schieramento trasversale di sindaci per chiedere alla prefettura di Parma di rivedere radicalmente i contenuti del nuovo bando di accoglienza dei migranti.

Parole chiare, spedite all’indirizzo del prefetto Giuseppe Forlani, che evidenziano un giudizio “fortemente critico” di fronte a “un’operazione verticale che rischia di esasperare nuovamente gli animi e di rinfocolare un clima non più sostenibile”.

I sindaci di Collecchio, Fidenza, Langhirano, Medesano, Montechiarugolo, Noceto, Parma e Salsomaggiore, che rappresentano 314.875 cittadini del territorio, individuano sostanzialmente alcune “novità impattanti” così riassunte: “Si riapre la stagione delle grandi concentrazioni alberghiere (con più di 12 persone per unità), il bando sarà dedicato solo ai Comuni che hanno una popolazione superiore ai 10mila abitanti e l’arrivo sul territorio di altre 300 persone che si andrebbero a sommare alle poco meno di mille già presenti nelle varie strutture diffuse in provincia”. 

Sul primo punto i sindaci ritengono l’ipotesi “totalmente impercorribile perché provocherebbe il venir meno di un sistema diffuso di accoglienza, che rende più affrontabile l’impegno delle comunità e, non di meno, responsabilizza cittadini e amministratori”.

I primi cittadini non intendono “riaprire la fase delle grandi concentrazioni in pochi luoghi e in pochi territori” il che significa di fatto “istituire enclave completamente estranee ad ogni logica di pacifica convivenza con la popolazione residente (non solo nell’intorno delle strutture)”.

L’unico vantaggio di questa operazione “sarebbe quello per i profitti dei soggetti privati che lucrano sul business dei migranti”.

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