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Aggiornato: 1 ora 14 min fa

Ora a Istanbul si può comprare il biglietto della metro portando plastica da riciclare

Dom, 10/21/2018 - 11:17

Il comune di Istanbul, in Turchia, ha installato nuovi distributori automatici che permettono di ricaricare le tessere dell’abbonamento dei mezzi pubblici in cambio di bottiglie di plastica e lattine di alluminio, che verranno riciclate. Una bottiglietta di plastica da 330 ml accredita due centesimi turchi, una da mezzo litro ne accredita tre, una da 1,5 litri ne accredita 9 centesimi. Un biglietto costa 2,6 lire turche, circa 0,4 centesimi di euro, quindi ci vogliono 28 bottiglie da un litro e mezzo per comprarne uno. Le lattine di alluminio valgono di più: 9 centesimi turchi per una lattina da mezzo litro.
Il biglietto può essere usato per la metro, il tram, l’autobus e i bagni pubblici.

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Terapie più efficaci con le pillole stampate in 3D

Dom, 10/21/2018 - 00:10

Cosa sono le tecnologie di “biological fabrication”? E’ la possibilità, ad esempio, di stampare in 3D capsule farmaceutiche personalizzate. I principi attivi vengono rilasciati nei dosaggi e nei tempi studiati per il singolo paziente. E le terapie diventano più efficaci.
La stampante esiste e si chiama Galeno.
Per maggiori informazioni clicca qui.

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Le donne fanno la pace

Sab, 10/20/2018 - 11:11

Mentre gli uomini fanno la guerra in migliaia di donne israeliane e palestinesi terminano a Gerusalemme una marcia per la pace durata due settimane attraverso Israele e la Cisgiordania occupata. Il movimento “Women Wage Peace” (“Le donne fanno la pace”) ha organizzato questa marcia per “chiedere un accordo di pace e far ascoltare la voce di queste decine di migliaia di donne israeliane, ebree e arabe, di sinistra, centro e destra”, ha spiegato una delle organizzatrici, Marie-Lyne Smadja.

Guarda i video su Globalist.it

Influenza, al via la campagna per la vaccinazione

Sab, 10/20/2018 - 02:35

E’ partita pochi giorni fa e andrà avanti fino alla fine di dicembre la campagna per la vaccinazione antinfluenzale. I vaccini saranno disponibili sia nelle farmacie che negli studi dei medici di famiglia, al fine di garantire una copertura vaccinale il più ampia possibile: l’influenza e la polmonite sono classificate tra le prime 10 principali cause di morte in Italia, e per questo motivo raggiungere la copertura vaccinale della popolazione fissato al 75% dal Ministero della Salute rimane un obiettivo prioritario.

Gratuito per le categorie a rischio

Il vaccino sarà gratuito per anziani e malati cronici, ma anche per i familiari di soggetti fragili o immunodepressi, ovvero per tutte quelle persone a rischio di maggiori complicazioni in caso di contagio. “La vaccinazione contro i virus influenzali è raccomandata soprattutto alle categorie a rischio come anziani e malati cronici, per le quali è gratuita – spiega Tommasa Maio, responsabile dell’area vaccini della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) -. Va però ricordato che è gratuita anche per altre categorie sensibili quali, ad esempio, i familiari di soggetti fragili o immunodepressi”.

Malattia da non sottovalutare

Marco Bacchini, presidente di Federfarma Verona, spiega che “l’influenza è una malattia respiratoria che si manifesta in forme di diversa gravità e non può essere sottovalutata perché può avere conseguenze anche molto gravi” e che la vaccinazione è l’arma più efficace per tutti i soggetti di qualsiasi età (salvo precise indicazioni mediche) e che quindi tutti i cittadini, anche quelli che non hanno diritto alla vaccinazione gratuita perché non rientrano nelle fasce di “soggetti a rischio”, possono acquistare il vaccino dietro presentazione di ricetta medica in farmacia, dove possono ricevere le informazioni necessarie. E precisa infine che, non potendo prevedere quando avverranno i picchi di massimo contagio, sarebbe bene vaccinarsi il prima possibile perché la protezione indotta dal vaccino si attiva dopo un paio di settimane dalla sua somministrazione.

Barriera per sé e per gli altri

Vaccinarsi significa non solo interrompere il contagio per se stessi, spiega Bacchini, ma anche fungere da “barriera” per gli altri – colleghi, amici, parenti – e “soprattutto per coloro che per motivi di salute non possono vaccinarsi e che godono quindi indirettamente della protezione vaccinale messa in atto dai cittadini sani”.  Per quanto riguarda i bambini, spiega Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, “la decisione può essere condivisa con il pediatra. Non si deve però dimenticare che, vivendo spesso in comunità differenti, la vaccinazione rappresenta non solo uno strumento di protezione, ma una barriera contro la diffusione del virus influenzale”.

La previsione

La scorsa stagione influenzale con 8 milioni e 677mila casi e 160 decessi (numero triplicato rispetto alla stagione influenzale precedente, ovvero 2016-2017) è stata la peggiore degli ultimi 15 anni. Secondo le previsioni la stagione influenzale che sta per iniziare dovrebbe essere di intensità media, 4-5 milioni di casi oltre agli 8-10 milioni dovuti a forme derivanti da altri virus respiratori, le cosiddette sindromi simil-influenzali.

Gli antibiotici non servono

In attesa dell’arrivo dei primi casi di influenza (il monitoraggio InfluNet è stato attivato lo scorso 15 ottobre), qualche informazione in più sull’influenza può aiutare a gestire meglio la malattia. Come spiegano i medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, l’influenza è la malattia invernale più diffusa. Si manifesta solitamente tra dicembre e marzo, il periodo di incubazione è in media di 2 giorni e la durata di circa 5 – 7 giorni, anche se stanchezza e malessere possono permanere per oltre due settimane dopo la guarigione. Per la cura di questa malattia i farmaci da utilizzare sono quelli cosiddetti “sintomatici”, ovvero gli antipiretici e gli antinfiammatori (paracetamolo e ibuprofene) che servono per ridurre l’alterazione delle temperatura corporea e rendere più sopportabili i dolori alla testa (cefalea) e a livello osteo-muscolare. L’uso degli antibiotici, invece, va riservato solo in presenza di complicanze batteriche, e dietro consiglio e monitoraggio del proprio medico curante.

Gli errori da evitare nella dieta vegana

Sab, 10/20/2018 - 02:25

Quali sono gli errori più comuni che si commettono scegliendo un regime alimentare vegano? People for Planet torna a intervistare la Dottoressa Chiara Di Gianvittorio, nutrizionista.
In una dieta vegana bisogna fare attenzione alle possibili carenze di nutrimenti e bisogna sapere che non è una dieta adatta a tutti.

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Si può volare con aerei 100% elettrici?

Ven, 10/19/2018 - 02:47

A giugno 2018, a Oslo, il ministro dei Trasporti norvegese Ketil Solvik-Olsen è salito a bordo di Alpha Electro G2, un piccolo aereo monomotore 100% elettrico, realizzato dall’azienda slovena Pipistrel.

Il volo dimostrativo è durato pochi minuti ma l’idea del governo della Norvegia è di “elettrificare” i trasporti aerei locali, quelli di corto-medio raggio (cioè poche centinaia di km) entro il 2040, iniziando l’introduzione dei primi modelli già dal 2025. Si tratterà di aerei piccoli, con una capienza di 20 passeggeri.

“Sia Boeing che Airbus stanno pensando ad aerei elettrici che potranno far viaggiare 50-100 passeggeri per un migliaio di chilometri intorno al 2030.” scrive Qualenergia.it.

Qualche dato tecnico sull’aereo utilizzato per la dimostrazione: motore da 50 kilowatt abbinato a una batteria da 21 kWh, praticamente l’allestimento di una normale auto utilitaria full electric. 130 km (o un’ora) di autonomia in volo. Il velivolo è piccolo, 350 kg di peso e soli due posti, ma è il primo passo… Non bisogna dimenticare che la Norvegia è il Paese del mondo con più auto elettriche.

Scrive Rinnovabili.it: “I vantaggi di un passaggio dell’aviazione civile a motori elettrici non sono soltanto climatici: si dimezzerebbe l’inquinamento acustico e si abbasserebbero i costi operativi, con conseguente riduzione del prezzo dei biglietti.”

Fonti:

https://www.qualenergia.it/articoli/la-norvegia-e-il-primo-paese-a-scommettere-sullaereo-elettrico/
https://motori.corriere.it/motori/anteprime/18_giugno_20/dopo-addio-carburanti-norvegia-testa-anche-aerei-elettrici-91a76dc6-749d-11e8-81dd-83d63cdbe41e.shtml
http://www.rinnovabili.it/mobilita/norvegia-aerei-elettrici-voli-interni-333/


Immagine:
disegno di Armando Tondo

A Napoli la grande notte dell’Hack Night Museum

Ven, 10/19/2018 - 02:27
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Per maggiori informazioni sull’iniziativa clicca qui

 

“Dietro gli incendi di Milano, tutto un sistema sbagliato”

Ven, 10/19/2018 - 02:11

Troppa burocrazia, troppa ideologia del riciclo, pochi controlli e pochi fondi. E una stupida guerra ai termovalorizzatori.

Da domenica 14 ottobre, la capitale europea d’Italia è ammantata da una coltre fitta e puzzolente, a causa di due incendi scoppiati in impianti di gestione dei rifiuti, e forse il fatto che colpisce di più è che i giornali ne abbiano parlato poco e in ritardo. Solo mercoledì c’è stata una certa reazione, a seguito dell’ondata di indignazione social. Una tranquillità perseguita anche dalla politica: sebbene i dati sulla diossina non siano ancora disponibili, Arpa e sindaco hanno subito e più volte tranquillizzato sulla non tossicità dei fumi, mentre le indagini proseguono per accertare il dolo di questi atti. Ma che di dolo si tratti, pare una formalità. La Lombardia è la nuova terra dei fuochi, ha detto il ministro dell’Ambiente. Una ventina i roghi a depositi di rifiuti o centri di smaltimento nella regione negli ultimi mesi, contro un centinaio in tutta Italia nell’ultimo anno, secondo quanto ha calcolato Il Sole 24 Ore.

“L’ipotesi più realistica per giustificare questi episodi è che quando il gestore di un deposito di rifiuti si sente sotto il tiro degli investigatori, appicchi un incendio per far sparire le prove. Magari sono scadute le autorizzazioni, magari ha stoccato tanti rifiuti pericolosi e non poteva farlo. Ecco che il metodo più veloce per tutelarsi è appiccare un incendio”, mi dice Carlo Ruga Riva, docente di diritto penale ambientale all’Università Bicocca di Milano. È un’ipotesi, ma sembra molto accreditata. “Questi centri di stoccaggio hanno dei sistemi di sicurezza all’avanguardia che riescono a impedire il propagarsi di un eventuale incendio. Se questo invece divampa con la forza che abbiamo visto, per giorni, è verosimile che qualcuno non abbia volutamente rispettato le regole per la gestione e l’impiantistica. Se l’incendio è doloso è perché si eludono i sistemi di sicurezza”, rincara Riccardo Beltramo, docente di Management all’università di Torino ed esperto di sistemi sostenibili nella gestione dei rifiuti.

Quando un privato decide di gestire un’attività di stoccaggio o smaltimento dei rifiuti, deve avere un’autorizzazione dalla provincia, che si rilascia secondo precise garanzie, anche economiche, con una fideiussione bancaria, per esempio per rimettere a posto un’area che dovesse aver subito dei danni ambientali a causa di una eventuale cattiva gestione.

“Potrebbe quindi essere che la fideiussione sia scaduta, o che non sia più valida, e se i titolari capiscono di essere osservati, danno fuoco a tutto, perché così è più difficile dimostrare quanto e cosa c’era”, continua Ruga Riva. La soluzione? “Si potrebbe iniziare sveltendo la burocrazia ad esempio, rendendo meno oneroso in termini di tempo e denaro avere un’autorizzazione. In questo modo si renderebbe più facile e più economico gestire i rifiuti, si faciliterebbe il compito di chi lavora onestamente. Si potrebbe anche agevolare fiscalmente chi lavora bene. Lo smaltimento legale costa molto di più di quello illegale: se si livella questa differenza, diminuisce la tentazione di trovare scorciatoie”.

In più, Arpa e provincia “notoriamente non hanno grandi risorse ed è anche probabile che i controlli non siano cosi frequenti o strutturati”, osserva Ruga Riva.

Tra l’altro, che si appicchi un incendio alla carta o alla plastica, e che dunque ci sia una differenza notevole nelle emissioni inquinanti, non cambia di molto la pena quando si accerta il dolo: “Il tipo di inquinante rilasciato non modifica la tipologia di reato, c’è solo un aggravante in caso di rifiuti pericolosi, ma che non incide molto sulla pena”.

Ma la questione è anche un’altra. “Stiamo raccogliendo i frutti criminali di determinati approcci politici e ideologici. C’è stata e c’è una sorta di isteria collettiva a fare la raccolta differenziata, a riciclare tutto, che ha portato a una stortura della gestione dei rifiuti. Si spinge il cittadino a separare e raccogliere e il risultato è che si sposta il problema, perché l’industria non è pronta, offre ancora imballaggi troppo misti, il cittadino nel dubbio ricicla tutto e più aumenta la raccolta differenziata, più aumentano le componenti non riciclabili. Finché dalla Cina si prendevano i materiali misti che noi scartavamo, andava tutto sommato bene. Ora che la Cina ha chiuso le frontiere a questi materiali, i nodi vengono al pettine. Numerosi consorzi che si occupano di riciclo hanno grandi quantità di scarto di difficile collocazione. La Lombardia è un piccolo regno di 10 milioni di abitanti, e quantità mostruose di rifiuti. Gli sbocchi sono in difficoltà, gli impianti saturi. Quello che noi separiamo alla fine viaggia da un impianto all’altro su gomma, con enorme impatto e poi magari finisce in discarica. Tutto questo per permettere agli amministratori dei Comuni di fare a gara per vantarsi delle loro percentuali di riciclo. Ma finché non si cambia sistema produttivo – cosa molto complessa e forse neanche la priorità nelle tematiche ambientali – il problema rientrerà dalla finestra”, ci spiega Mario Grosso, docente di Solid Waste Management and Treatment al Politecnico di Milano.

Quali sono, tra l’altro, queste priorità? “La nostra priorità ambientale oggi è il cambiamento climatico. Basta vedere l’ultimo rapporto dell’Ipcc: la priorità sono i cambiamenti climatici. E su questo la gestione dei rifiuti impatta solo per un 2%. E’ importante, ma non quanto la gestione delle emissioni veicolari, che pesano tra il 25 e il 30 per cento. Ed è il trend che spaventa di più: più o meno tutti i settori inquinanti scendono come previsto dalle strategie internazionali: l’unico settore che resta fuori controllo è quello dei trasporti”.

Tornando alla questione incendi e rifiuti, in definitiva il paradosso è che ci si pulisce la bocca con le percentuali di differenziata raggiunte da un Comune, mentre poi questi materiali viaggiano da una regione all’altra, su gomma, per finire negli inceneritori dopo aver largamente impattato: “Quindi si chiede ai cittadini di differenziare, per alimentare un sistema che alla fine probabilmente inquina di più, oltre a portare i problemi che sta vivendo Milano. In parallelo, i termo-valorizzatori, che una certa politica ha voluto inquadrare come il Male, restano a secco e devono importare – sempre su gomma – rifiuti dalle altre regioni o nazioni, in special modo proprio le plastiche miste, che, producendo molto calore, rendono al massimo. E attenzione: il termo-valorizzatore produce energia, mentre ha filtri d’abbattimento innovativi dal punto di vista delle emissioni, al contrario ad esempio dei filtri delle auto”, aggiunge Beltramo. “Inoltre dal residuo della combustione, nei termo-valorizzatori si recuperano metalli altrimenti impossibili da riciclare. L’incenerimento può essere una forma di recupero, di riciclo. Ma per motivi ideologici si è stabilito – al di là della realtà – cosa sia il bene e cosa il male. Così si è creato un nuovo problema”, aggiunge Grosso. Mentre, da ultimo, la popolazione fa resistenza alla costruzione di nuovi termo-valorizzatori. “Copenhagen ha costruito recentemente un termo-valorizzatore dentro la città – racconta Ruga Riva -, lo ha ricoperto di verde e fornito di una palestra di arrampicata e un’area verde dove i danesi fanno le passeggiate. Da noi le opposizioni acutizzano il fenomeno nimby, o “non-lo-voglio-vicino-a-me”, e un certo tipo di comunicazione aiuterebbe il cambiamento”.

Fonte immagine: IlCambiamento.it

Angola: le cacciatrici di mine del “100 Women in Demining Project”

Gio, 10/18/2018 - 02:55

Era il 1997 quando Lady Diana venne fotografata, con elmetto e giubbotto antiproiettile, mentre camminava in un campo minato appena bonificato. Si trovava in Angola, nell’Africa meridionale, uno dei Paesi al mondo con il sottosuolo più ricco di ordigni inesplosi.
Le immagini fecero il giro del pianeta e contribuirono ad attirare l’attenzione pubblica su una delle conseguenze più tragiche della guerra civile che sconvolse il Paese per quasi trent’anni. E che diede all’Angola il triste primato di avere la più alta percentuale di persone amputate al mondo. Dati alla mano, come spiegò alla BBC la principessa del Galles, una persona su 333 senza più un arto.
Da quando il conflitto è finito, nel 2002, si stima siano 80.000 le persone rimaste ferite in Angola dalle mine antiuomo. The HALO Trust, la più grande organizzazione umanitaria del mondo dedicata allo sminamento, dal 1994 a oggi ha distrutto 95.000 ordigni nel Paese, bonificando oltre 840 campi minati grazie all’impegno del personale impiegato localmente.
L’obiettivo? Rendere l’Angola un Paese libero dalle mine entro il 2025…

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Second Hand Economy, l’economia dell’usato

Gio, 10/18/2018 - 02:54

Quanto vale il mercato dell’usato? Nel 2017 il 48% degli italiani ha comprato e/o venduto un prodotto usato, per un giro di affari di 21 miliardi di euro. Scopriamo tutti i segreti “dell’economia della seconda mano”, l’ultimo anello dell’economia circolare.

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Incarcerate i senzatetto!

Gio, 10/18/2018 - 02:11

La polizia ungherese da alcuni giorni sta dando la caccia ai senzatetto che dormono nei sottopassaggi e nei parchi per applicare la legge che sanziona chi vive senza fissa dimora nei luoghi pubblici. Il parlamento ungherese, su proposta del governo presieduto da Viktor Mihàli Orbàn ha fatto inserire anche nella Costituzione una norma in base alla quale i poliziotti devono intimare ai barboni – circa 30 mila nella sola Budapest – di allontanarsi da dove sono. Dopo il terzo avvertimento scatta l’incarcerazione. I beni – coperte, sacchi a pelo, borse – sono bruciati o distrutti. A meno che gli homeless siano in grado di pagare una forte multa che, naturalmente, non sono in grado di pagare.
Attila Fulop, segretario di Stato ungherese per gli Affari Sociali, ha dichiarato alle agenzie di stampa che “l’obiettivo è assicurare che i senzatetto spariscano dalle strade e che i cittadini possano fare uso dello spazio pubblico”.
Secondo il governo ungherese tutti i senzatetto dovrebbero trovare riparo nei rifugi statali ma secondo le organizzazioni umanitarie i posti disponibili in Ungheria sono in tutto solo 11.000 contro i 30.000 homeless della sola capitale.
Questa nuova iniziativa segue le precedenti del governo ungherese contro i migranti, le ONG e la repressione degli organi di informazione indipendenti.
Il governo Orbàn è stato sanzionato a settembre dal Parlamento europeo che ha votato a favore di un’azione contro Budapest “per il rischio evidente di minaccia ai valori dell’Unione europea“.
Nel giugno scorso, quando questa legge ora diventata operativa era stata approvata, l’esperta delle Nazioni Unite per lo housing, Leilani Farha, aveva definito la legge “crudele e incompatibile con le norme e gli accordi internazionali per i diritti umani”.
Ricordiamo che il governo Orbàn gode di simpatie anche al di fuori del proprio Paese, in particolare in alcuni ambienti politici italiani.

 

Fonte immagine: TheOrangeFiles

Un viaggio nei comuni virtuosi

Mer, 10/17/2018 - 02:52

Raccontare è (anche) riuscire a dare speranza, far sognare, coinvolgere
Documentare delle esperienze di buon governo è la sfida che ci piacerebbe vincere: il contesto in cui nascono e prendono forma, l’energia che sprigionano, l’azionariato diffuso degli agenti del cambiamento.
Testimoniare pratiche virtuose è un modo per raccontare il nostro Paese, o perlomeno parte di esso, un modo per condividere le buone notizie camminando verso un futuro più sostenibile.
Ecco allora un documentario che testimonia il buon governo. Non importa di quale colore politico sia l’amministrazione, o l’area geografica di appartenenza, importa solo l’impegno e l’ingegno delle persone che danno vita ad un’alchimia sociale in grado di modificare il corso della storia di quella comunità locale.

L’idea è quella di raccontare le storie nella forma di un viaggio
A velocità sostenibile, ponendo attenzione al paesaggio sia naturale che antropologico. Verrà tracciata un’ideale itinerario delle comunità virtuose.
Il film racconterà le storie in modo autentico, cercando di mettere in luce le buone pratiche, tracciando la via di un’Italia poco raccontata, che difficilmente fa notizia, ma che è il vero motore del nostro paese.

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Cosa diavolo è Skoby Skin?

Mer, 10/17/2018 - 02:49

Seconda puntata del nostro viaggio all’interno di Biologic, il primo FabLab del Sud Italia. Questa volta scopriamo “Scoby Skin”, un tessuto di cellulosa estratta dal tè Kombucha, fatto fermentare da batteri e lieviti. Quello che si ottiene è un tessuto 100% naturale. Un’altra bella invenzione italiana!

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Caporalato, prima passata di pomodoro NoCap

Mer, 10/17/2018 - 02:47

Dare al consumatore la possibilità di scegliere un prodotto certificato per il suo valore etico, contribuendo allo stesso tempo a sensibilizzare compratori e produttori e, dall’altra parte, a mettere pressione sulla grande distribuzione, “quella che oggi decide i prezzi di mercato”. Con questi obiettivi Yvan Sagnet ha fondato, nel 2017, l’associazione NoCap che oggi ha eseguito la sua prima attività di controllo e apposto il suo primo bollino sulla prima passata di pomodoro etica in Italia. Sei mani, questo il simbolo, ognuna delle quali rappresenta uno dei principi cari all’associazione: etica, utilizzo di energie rinnovabili, limite alla produzione dei rifiuti, principio della filiera corta, lotta ai maltrattamenti sugli animali e quello che hanno ribattezzato “il valore aggiunto”, ossia la capacità dell’azienda di commercializzare anche i derivati dei prodotti che coltivano.
Sagnet ha alle spalle anni di militanza a sostegno dei diritti degli immigrati sfruttati nei campi del sud Italia, ma non solo, da quando nel 2011, lui stesso vittima del caporalato, ha guidato la rivolta dei braccianti di Nardò.

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Il Partito Comunista attacca Alberto Angela

Mer, 10/17/2018 - 02:40

La puntata di “Ulisse – Il Piacere della scoperta” condotta da Alberto Angela e andata in onda il 13 ottobre su Rai1 con tema la Shoah ha fatto arrabbiare il Partito Comunista italiano. Oggetto della polemica, l’accordo Molotov-Ribentropp stipulato fra la Germania e la Russia che “aveva stabilito una specie di pace tra le due nazioni” prima dello scoppio della guerra e che prevedeva che fossero anche i russi a “consegnare ai tedeschi, ai nazisti, migliaia di ebrei”.

Alberto Angela è stato accusato dalla pagina Facebook del Partito Comunista di non avere:

“resistito alla tentazione della falsificazione storica anticomunista, affermando che l’URSS consegnò propri cittadini ebrei ai nazisti. La discriminazione razziale in Unione Sovietica non è mai esistita, basti ricordare che una parte rilevante dei dirigenti bolscevichi erano di origine ebraica, anche tra i più stretti collaboratori […]”.

Il ministro Molotov fu scelto proprio perché il suo predecessore Litvinov era un ministro ebraico pro-occidentale, le discriminazioni nei confronti degli ebrei non mancarono nemmeno nell’URSS, dove sovente venivano accusati di essere capitalisti. Il patto Molotov-Ribbentropp prevedeva il trasferimento non soltanto di prigionieri, ma di residenti all’estero, come i Volksdeutsche di origine tedesca che vivevano nei Balcani e nell’Europa danubiana o centrorientale, oltre i confini del Reich. E tra “patto di non aggressione” e “patto di alleanza” corre una differenza sottile, non soltanto nominalistica, piuttosto difficile da spiegare in un format televisivo di poche ore, perciò,  forse, Alberto Angela ha detto che l’accordo Molotov-Ribbentropp “aveva stabilito una specie di pace tra le due nazioni”. Perché è un divulgatore. E un buon divulgatore rende semplice e attraente ciò che è infinitamente complesso e disturbante. Sta al (buon) pubblico del divulgatore, eventualmente, approfondire.

Nello specifico i dettagli storici sono complessi, e andrebbero approfonditi con un buon libro, per esempio quello di Andrea Graziosi, storico italiano fra i massimi conoscitori al mondo dell’URSS: nel suo celebre manuale, fra le varie cose, scrive che fino al 1941 ci furono scambi di prigionieri fra Germania e Russia e che la tolleranza nei confronti degli ebrei non fosse esattamente sempre un diktat di Stalin, nonostante alla vigilia dell’insurrezione bolscevica nel 1917 dei sette uomini considerati al vertice, quattro fossero proprio ebrei.

Vale la pena ricordare che prima e durante la seconda guerra mondiale furono tante le nazioni che strinsero patti di non aggressione con la Germania: Inghilterra (30 Settembre 1938), Danimarca (31 Maggio 1939), Lituania (7 Giugno 1939), Turchia (18 Giugno 1941).Tuttavia a fare discutere è sempre quello stipulato tra Germania e Russia, vale a dire tra Hitler e Stalin, protagonisti dell’eterna dialettica comunismo-nazismo.

L’equiparazione tra il comunismo e il nazismo è la tipica argomentazione che si usa nelle discussioni per demolire gli estremismi e per mostrare i risvolti possibili di qualunque ideologia. Ma è anche l’argomentazione preferita di negazionisti, semplificatori di realtà, dispensatori di verità, populisti, -isti. Non è escluso che gli imperituri ritornelli “E allora Stalin?”, “E allora Hitler?” siano antenati dell’attuale “E allora il PD?”.

In un’Italia sempre più barricata in fazioni opposte e insensibili a ciò che sta nel mezzo, episodi come l’accusa di falsificazione storica (senza entrare nel merito dando torti e ragioni) mossa ad Alberto Angela e l’abolizione del tema storico agli esami di maturità rimarcano una sostanziale sfiducia verso le istituzioni del sapere, un irrigidimento della propensione all’ascolto di punti di vista diversi e una certa fretta nel dimenticare.

Se non si riesce a discutere apertamente sul passato, come si può credere di discutere civilmente sul presente?

Fonte immagine di copertina: Logo della trasmissione Ulisse di Rai1 (screenshot riprodotto da Wikipedia)

Anche i motori si convertono… si chiama retrofit elettrico

Mer, 10/17/2018 - 02:16

Basta dare un’occhiata ai modelli disegnati dalle case automobilistiche per il prossimo futuro per rendersi conto che le auto elettriche sono effettivamente destinate a sostituire quelle tradizionali. Ma sulle nostre strade non circolano soltanto auto. Che ne sarà di camion, tir, furgoni e di tutti quei mezzi che solitamente utilizziamo per il trasporto delle merci? Sarebbe assurdo pensare di buttarli via da un momento all’altro in una mega discarica senza valutare alternative alla rottamazione.

Proprio a questo proposito, per portare a fine vita i veicoli attuali, negli anni si sono fatte largo soluzioni interessanti come quella del “retrofit elettrico”, valido sia per le auto che per furgoni e camion. Serve a convertire il motore in elettrico e a portare quindi a termine il ciclo vitale di un veicolo senza sbarazzarsene prima del tempo, mantenendolo in strada finché risulta utilizzabile. Può essere la soluzione ideale nel caso di veicoli piuttosto vecchi, il cui motore sarebbe comunque da cambiare a breve, che così vengono “riciclati” e riutilizzati ancora una volta grazie ad un cambio di look sostanzioso.

Tutte le auto (e non solo) si possono trasformare… per legge!

Abbiamo già dedicato un approfondimento a quanto previsto dal decreto del Ministero dei Trasporti del 1 dicembre 2015, n. 219 (in vigore dal 26 gennaio 2016). E’ già possibile da qualche anno trasformare in elettrico qualsiasi veicolo a benzina o diesel e, appunto, il procedimento si chiama “retrofit elettrico”.

Ovviamente la mutazione interesserà non la carrozzeria ma il vecchio motore: al suo posto ne sarà installato uno elettrico. Al nuovo veicolo non occorrerà più un serbatoio per il carburante, al suo posto compariranno delle batterie, a cui verrà associato un sistema elettronico di gestione con un meccanismo utile alla ricarica. Con il retrofit elettrico il nuovo mezzo sarà anche più leggero, visto che spariranno i pezzi inutili, dal radiatore ai tubi di scarico.

Qualche altra operazione burocratica e il gioco è fatto. Non occorre una nuova immatricolazione a patto che il kit utilizzato sia omologato e il lavoro sia svolto presso un’officina autorizzata. Un aggiornamento alla carta di circolazione alla Motorizzazione Civile e l’operazione è terminata.

Se sono i costi a scoraggiare (10-15 mila euro), bisogna comunque tenere presente che: non saranno più necessari i rifornimenti di carburante; eventualmente i pezzi del vecchio motore si potranno rivendere; il nuovo motore può vivere per oltre 2 milioni di km (quelli tradizionali attorno a 100 mila); la manutenzione sarà pochissima; si guadagna comunque un motore nuovo che permette di transitare in tutte le zone a traffico limitato. E poi ci sono risparmi o esenzioni al momento di rinnovare il bollo e le assicurazioni sono più generose con chi ha un veicolo elettrico. La legge vale appunto per tutti i “sistemi destinati ad equipaggiare autovetture, autobus e autocarri, dotati in origine di motore tradizionale, consentendone la conversione in trazione esclusiva elettrica”.

Aziende italiane in prima fila

La nostra normativa sull’elettrificazione dei veicoli a combustibili fossili ha persino anticipato quella Ue e le nostre aziende guidano l’innovazione. Della SMRE di Umbertide (Pg) si è parlato persino come di diretta concorrente di giganti come Tesla e c’è molta verità in quest’affermazione. Nata come produttrice di macchine a controllo numerico e utensili, la SMRE oggi esporta moltissimo in Cina uno dei suoi prodotti di punta: ha infatti deciso di concentrarsi non sulla realizzazione di interi veicoli quanto sulla costruzione del loro cuore, la motorizzazione, inserendosi nel passaggio verso il mondo dell’elettrico. Tutto prezioso per mezzi aziendali, tanto per quelli utilizzati nelle cave quanto per i mezzi che i comuni utilizzano nelle nostre città, che con il retrofit non devono più essere sostituiti ma solo trasformati. E le batterie si possono ricaricare in deposito programmando un numero massimo di corse prima della sosta.

I nostri pacchi viaggiano già su mezzi green

Le soluzioni per rendere i veicoli più eco-friendly dunque esistono, in Italia per giunta la legge si è già adeguata. Basta decidere di sperimentare da subito questa nuova soluzione e anche le modalità per farlo non sono complicate.
Nel mondo intanto molte aziende stanno svecchiando il proprio parco veicoli. Chi opera nel comparto della logistica e delle spedizioni avverte sicuramente più degli altri la necessità di avere mezzi che possano transitare in tutte le aree cittadini senza problemi, così come avverte la necessità di abbattere i costi legati al carburante. E poi presentarsi sul mercato forti del proprio impegno sul fronte della sostenibilità è sempre un vantaggio competitivo.
Tra i leader, UPS ha attirato l’attenzione anche grazie al design dei furgoncini pensati per le consegne a Parigi e Londra. Entro fine anno, secondo gli annunci, 35 veicoli elettrici dalle linee futuristiche entreranno infatti in marcia. Avranno un’autonomia di 250 km circa, sistemi di guida assistita innovativi per alleggerire la pressione psicologica, touch screen e parabrezza avvolgenti per meglio accorgersi della presenza di ostacoli o altri veicoli. A New York invece si è pensato di agire su 1.500 veicoli esistenti a diesel: i furgoni saranno riconvertiti entro il 2022 (è il 66% della flotta che percorre le vie cittadine). Interverrà in questa operazione la Unique Electric Solutions, che monterà sui veicoli un motore da 225 kW messo a punto ad hoc immaginando gli spostamenti quotidiani e l’attività dei corrieri. Sempre negli Usa, Ups insieme a Thor Trucks intende anche realizzare un camion elettrico a Los Angeles, dotato di una batteria progettata e costruita in house, capace di garantire un’autonomia di circa 160 km.

Magari non ci facciamo caso, ma da qualche anno viaggiano moltissimi veicoli del tutto elettrici o comunque meno inquinanti di quelli del passato. Citiamo soltanto qualche esempio rapido proveniente dallo stesso comparto. Nel 2016 Poste Italiane ha stretto una partnership con Nissan per la fornitura di una nuova flotta di 70 furgoni full electric, in aggiunta a 1.000 veicoli elettrici Free Duck che già erano utilizzati nelle consegne nei centri urbani e a 1.700 veicoli a metano, oltre 1.000 veicoli gpl e 41 mezzi ibridi.
GLS ha varato un programma ambientale denominato ThinkGreen nel 2008, che punta all’ottimizzazione continua dei processi e a un uso più efficiente delle risorse: tra le eco-attività promosse all’interno del gruppo, figura anche il cambiamento in elettrici dei mezzi di consegna. Con tanto di corsi di guida sicura.

Spagna: Il governo elimina l’imposta solare e riconosce il diritto all’autoconsumo condiviso

Mer, 10/17/2018 - 02:06

Il Consiglio dei Ministri spagnolo ha approvato il 5 ottobre scorso un decreto-legge che abroga gli addebiti per i consumatori-produttori (prosumers) riguardo l’energia prodotta e consumata nei propri impianti, la c.d. “impuesto al sol”, la controversa tassa solare creata nel 2015 dall’ex esecutivo Rajoy. Il governo ha deciso di eliminare, inoltre, altri ostacoli che avevano reso difficile e scoraggiato l’introduzione dell’auto-consumo elettrico in Spagna.

Tra le misure delineate dal Ministro per la transizione ecologica, Teresa Ribera, si registra la semplificazione delle procedure burocratiche e tecniche per le strutture per l’autoconsumo e l’eliminazione dell’obbligo di iscrizione nel registro amministrativo degli impianti di produzione di energia elettrica sotto i 100 KW. Viene anche riconosciuto il diritto all’auto-consumo condiviso da uno o più consumatori, che potranno usufruire di economie di scala, nonché il diritto ad auto-consumare elettricità senza tassazione.

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È in funzione la centrale solare nata dalla ceneri di Chernobyl

Mar, 10/16/2018 - 02:46

A Chernobyl è entrata in funzione la prima centrale solare fotovoltaica. Un impianto per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che ridà dignità a una terra devastata dal il più grande incidente della storia dell’energia avvenuto nel 1986 e di cui oggi si sta registrando l’inizio degli effetti a lungo termine sulla salute delle persone. L’impianto sorge sui terreni all’interno della zona di esclusione di Chernobyl, un’area che si estende fino a 30 chilometri in tutte le direzioni intorno ai reattori della centrale nucleare e che rimarrà contaminata e abbandonata almeno – secondo i calcoli degli studiosi – per i prossimi 24mila anni, per sempre.

Una centrale solare da 1 gigawatt
Il progetto della centrale solare è stato promosso dal Governo ucraino che, nel 2016, ha adottato un disegno di legge apposito per realizzare nell’area intorno a Chernobyl progetti legati al settore energetico che trasformino il sito in una centrale elettrica diffusa da 1 gigawatt di potenza, sufficiente per alimentare 100 milioni di lampade a led.

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In Danimarca lavorare fino a tardi fa una brutta impressione su capi e colleghi

Mar, 10/16/2018 - 02:42

Una cosa molto importante, per la quale ogni tanto guardiamo a nord con invidia, è la Work-Life-Balance. Ufficialmente l’orario di lavoro settimanale è di 37 ore, ma una nuova indagine dell’OCSE mostra che il danese medio lavora appena 33 ore circa alla settimana.

Si stacca alle quattro
Che corrispondono più o meno alla tipica giornata lavorativa danese dalle otto del mattino fino alle quattro del pomeriggio; e al venerdì si torna a casa ancora prima.
Quasi nessuno fa gli straordinari, che in Danimarca praticamente non esistono. A nessuno verrebbe in mente di restare sul posto di lavoro più a lungo del necessario solo per fare bella figura.

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Prosecco e pesticidi vanno a braccetto

Mar, 10/16/2018 - 02:24

Elegante, fresco e frizzante il prosecco italiano sta letteralmente spopolando nel mondo distanziando di gran lunga il classico champagne. Tra il 2011 e il 2016 nell’area Doc, sita nel nord est dell’Italia e comprendente le 4 provincie del Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine) e le 5 venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza), si è registrata una produzione triplicata del Prosecco: un giro economico importante, ma non senza un prezzo ecologico da pagare. Una produzione impressionate che rischia però di sfumare e perdere di credibilità. La causa? Troppi pesticidi presenti nel processo produttivo.

La notizia arriva dalla rivista Il Salvagente, leader nei Test di laboratorio contro le truffe ai consumatori, che pone l’attenzione sul tema portando in laboratorio 12 bottiglie di prosecco e riscontrando, in ognuna di esse, una verità allarmante: in tutte le bottiglie è presente almeno un residuo di pesticida, con una media di sei a testa e un picco di ben 7 sostanze in uno dei prodotti testati. Neanche il prosecco bio ne è uscito pulito, ma sono stati riscontrati residui microscopici (0,004 mg) di folpet, un pesticida vietato nell’agricoltura biologica in cima alla classifica di sospetta tossicità insieme al Glifosato (ma vista la quantità minima rilevata, potrebbe anche trattarsi di una contaminazione involontaria).

Il Veneto, patria delle bollicine, è la regione italiana con i livelli più alti di consumo dei pesticidi: quasi 12 kg per ettaro, contro una media italiana di 5 kg. Secondo uno studio condotto dal WWF elaborando i dati ArpavAgenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto nel 2016 nella Regione sono state vendute 16.920 tonnellate di pesticidi, con un record di 4.085 nella sola provincia di Treviso.

Numeri che non sono di gradimento né all’Unesco, che boccia la candidatura delle colline di Conegliano e Valdobbiadene a patrimonio dell’umanità, né ai cittadini e associazioni ambientaliste che, da tempo, attraverso petizioni, manifestazioni e marce per lo stop ai pesticidi, cercano di sensibilizzare sugli effetti negativi dovuti alla contaminazione di tali sostanze dannose alla salute dei cittadini, all’ecosistema e all’acqua.

Importante sottolineare che in nessun caso i residui trovati superano il limite massimo di residuo (Lmr) consentito, ma questa non è garanzia di tranquillità. Come spiega Roberto Pinton, segretario dell’Associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione dei prodotti biologici e naturali, AssoBìo: “Cinque, sei, persino sette residui sotto il limite consentito, si sommano comunque nell’organismo umano”. Dall’altra parte, i produttori si difendono affermando la necessità di una varietà di pesticidi per rendere la pianta più resistente nel tempo e sostenere la domanda del mercato, ma a questa affermazione il segretario di AssoBìo risponde: “Noi del biologico siamo la prova vivente che non è vero. I vigneti coltivati senza pesticidi sono più salutari senza bisogno di questi trattamenti, usati solo per semplificare la procedura”. 

Se la salute dei cittadini e la tutela delle nostre terre non sono stati argomenti sufficienti per stimolare una ragionevole attenzione all’uso di sostanze tossiche nella produzione del Prosecco, ci auguriamo che l’obiettivo mancato per un soffio di rientrare a far parte dell’Unesco sproni nella giusta direzione i coltivatori interessati ad aggiudicarsi non solo un eventuale riconoscimento mondiale ma anche il ringraziamento dei propri consumatori.