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Aggiornato: 1 ora 51 min fa

La prima auto elettrica italiana è del 1891

Sab, 10/06/2018 - 02:41

Le prime automobili erano lente, difficili da mettere in moto, ingombranti, oggetti di lusso non accessibili alle masse, almeno fino all’affermarsi della produzione in catena di montaggio, del motore a scoppio e del petrolio estratto dai giacimenti come carburante. Eppure già nel 1891 qualcuno aveva immaginato un’auto elettrica. Era il conte Giuseppe Carli di Castelnuovo Garfagnana, che insieme all’ingegner Francesco Boggio realizzò la prima auto elettrica italiana. E’ ancora possibile vederne una riproduzione: noi di People for Planet ve la mostriamo negli ultimi minuti di questo video girato durante EcoFuturo Festival a Padova a luglio.

Il conte Carli era uno sperimentatore, amante dell’innovazione, tra i fondatori del Club Alpino Italiano della Garfagnana e del Corriere di Garfagnana, nonché deputato alla Camera (anche se la sua elezione fu poi dichiarata nulla). La prima auto elettrica fu creata nello stabilimento dell’allora Fabbrica dei tessuti, anch’essa in piedi grazie agli investimenti del conte e affiancata da un impianto di produzione di energia elettrica. Quell’auto sembrò a Carli e all’ingegner Boggio talmente vincente che si iscrissero alla Parigi-Rouen del 1894 (Carli sarebbe stato il pilota in gara). Alcune questioni amministrative impedirono loro di superare la dogana.
In seguito, l’importanza dell’invenzione fu decretata anche dall’Enciclopedia dell’automobile, che nel 1967 la inserì nella parte storica.

Secondo le cronache del Corriere di Garfagnana del 1 ottobre 1891, l’auto del conte era leggera ma solida, realizzata con tubi d’acciaio verniciati e fissati sull’asse di 3 ruote di ferro. A bordo potevano salire 2 persone. Era lunga 1,80 m, larga 1 m, alta 1,20 m. Pesava 140 kg, batterie incluse. Il motore da 1 cv faceva 3 mila giri al minuto ma poteva arrivare a 15 mila e l’auto era dotata di un commutatore-regolatore da 8-12-16 e 20 volt. Le batterie erano formate da 10 accumulatori da 25 ampere-ore chiusi in cassette d’ebanite con potenziale accumulato di circa 2.000 watt. Sulla durata della batteria i numeri non sono concordi, si parlava all’epoca di 10 ore ma sembra irragionevole: è più probabile che alla Parigi-Rouen il conte Carli non sarebbe arrivato a tagliare il traguardo. O almeno non contando sulla carica elettrica. Un meccanismo a manovella avrebbe però consentito di convertire il motorino in dinamo; ricaricate nuovamente le batterie, il conte sarebbe arrivato a destinazione. Ma guai a immaginare gare come quelle attuali! L’auto del conte Carli viaggiava a 18 km/h.

Gli ultimi anni del conte Carli lo videro subire un tracollo finanziario e la vendita dei beni all’asta a seguito della sentenza di fallimento emessa dal tribunale. Ma agli annali resta la figura di un visionario, che contribuì a elettrificare le attività della sua valle, fabbriche e illuminazione stradale comprese. La sua auto viene esposta con orgoglio, simbolo di una mobilità primordiale ma modernissima, quella alla quale aspiriamo oggi noi, viaggiatori del 2018.

(Fonte:“Auto elettrica del conte Carli (1891)”
Ipsia “Simoni” e Iti “Vecchiacchi” di Castelnuovo di Garfagnana

Le auto elettriche in Italia oggi

La Fiat realizza il primo di una serie di prototipi di auto elettriche nel 1963. Bisogna attendere gli Anni Novanta per l’uscita sul mercato della Panda Elettra. Ma chi se la ricorda?

Secondo i dati del ministero delle Infrastrutture, in Italia il tasso di penetrazione delle auto elettriche a dicembre 2017 si attesta ad un poco convincente 3,5% sul totale dei veicoli, meno di 68 mila unità. Ma mese dopo mese aumentano le immatricolazioni di auto elettriche o ibride.

A dicembre 2016 si contavano 1.199 colonnine. Non molte. Enel X Mobility ha in cantiere di realizzarne 14 mila in 5 anni grazie ai 115 milioni di euro di finanziamento della Banca europea per gli investimenti.

Intanto un sondaggio di Lorien Consulting per Legambiente mostra che il 33% del campione comprerebbe un’auto elettrica se i costi di ricarica diminuissero, il 29% se fossero stanziati incentivi a copertura del 15-20% del valore, il 23% se fosse più semplice trovare punti di ricarica nelle città e il 21% se potesse ricaricare il proprio veicolo a casa.

Riforestare il mondo

Sab, 10/06/2018 - 02:24

Si tratta anche di una pratica che sta prendendo piede nelle attività di utilizzo della biomassa, come l’uso della legna da ardere, l’estrazione della polpa di cellulosa per la carta e altre attività che prevedono lo sfruttamento del legno.
In Svezia, per esempio, dove vi sono imponenti foreste utilizzate a livello industriale, la legge impone la piantumazione di tre alberi ogni volta che se ne abbatte uno; in Italia, grazie a misure di protezione che vanno avanti da decenni, nell’ultimo secolo la superficie boschiva è raddoppiata (dati Ispra) e il 33% del nostro territorio è coperto da boschi. Si tratta di un quadro positivo che coinvolge anche altri paesi industrializzati e che tuttavia non è ancora sufficiente a invertire la tendenza inversa a livello mondiale: la diminuzione dei territori boschivi interessa quattro miliardi di ettari di foreste: nel solo 2016 sono stati abbattuti 29,7 milioni di ettari di foreste (quanto tutto il territorio italiano) con gravi effetti sulla biodiversità, sui cambiamenti climatici (le foreste sono uno dei grandi “sequestratori” di CO2 dall’atmosfera), e sull’inquinamento anche a livello locale (le piante sono in grado, in parte, di assorbirlo e renderlo innocuo). A livello mondiale la deforestazione avanza e uno studio del 2017 sulla rivista Science Advances ha verificato che, solo tra il 2000 e il 2013, la superficie delle foreste primarie è diminuita del 7,2% in tutto il Pianeta.
In Italia si abbattono meno piante ma sussiste il problema degli incendi, e anche alla luce di ciò che è successo nel Nord Europa durante l’estate 2018, dove vi sono stati incendi di vaste proporzioni a ridosso del circolo polare Artico a causa delle alte, e inusuali, temperature, dobbiamo correre ai ripari. Nel solo 2017 sono andati distrutti 150 mila ettari di boschi, in massima parte nel Sud Italia e nelle isole, zone che saranno sempre più a rischio, visti gli effetti già evidenti dei cambiamenti climatici a livello mondiale.

Fermare gli abbattimenti
Di fronte a questa situazione gli imperativi sono due.
Il primo: fermare la deforestazione alla radice scardinandone le cause; e il secondo: provvedere alla riforestazione per ripristinare le foreste.
Tropical Forest Alliance 2020, un’istituzione creata da Olanda, Norvegia e Regno Unito, punta su piani integrati per arginare la deforestazione indotta dalla produzione di materie prime d’origine vegetale quali l’olio di palma, la carne, la soia e la polpa di cellulosa. Un argomento che però è da utilizzare con attenzione. Se infatti è necessario limitare il consumo di olio di palma, specialmente nel settore della mobilità – visto che la soluzione esiste ed è l’auto elettrica -, una posizione troppo spinta potrebbe portare a limitare la bioeconomia fondata sulle materie prime vegetali che oggi stanno arrivando a una buona maturità tecnologica e di mercato.
Secondo la Fao per mettere a punto tutto ciò serve una pianificazione integrata del territorio nella quale si faccia sistema tra i vari attori. E in questo quadro è necessario mettere a punto politiche e tecniche di riforestazione. A parte il nord Europa, dove si utilizza l’imposizione legislativa per un utilizzo sostenibile degli alberi e i paesi dell’Europa meridionale, come l’Italia, dove l’aumento delle foreste è dovuto alla protezione del territorio attraverso le aree protette e all’abbandono dei terreni da coltivazione, sono diverse nel mondo le esperienze di riforestazione. Vediamone alcune.

Rinverdire Amazzonia e Africa
La principale riguarda il progetto brasiliano della Ong statunitense Conservation International che prevede nel giro di sei anni la piantumazione di 73 milioni di alberi in Amazzonia. L’operazione si svolgerà nella zona dove si è presente il 50% della deforestazione mondiale e dove la foresta pluviale è stata abbattuta per far posto a coltivazioni e pascoli. Una degli elementi più interessanti del progetto è il fatto che sarà utilizzata una nuova tecnica di piantumazione chiamata “muvuca” – dal portoghese “molte persone” – che prevede la semina di oltre cento semi nativi di varie specie per ogni metro quadrato. Si tratta di una tecnica che riproduce il meccanismo della selezione naturale, perché sarà la natura e non l’uomo a selezionare quale specie sia la più adatta a quella singola porzione del terreno. Con i sistemi tradizionali si riescono a piantare circa 200 piante per ettaro, mentre con la “muvuca” si arriva nella fase iniziale a 2.500 piante e dopo dieci anni a 5.000, mentre le specie vegetali seminate con questo metodo possono resistere fino a sei mesi di siccità. Una migliore copertura del terreno oltretutto a costi inferiori.
Non scherza nemmeno il governo del Kenia che vuole riforestare il paese, specialmente nelle zone montane, con venti milioni di nuovi alberi. L’iniziativa è stata presa dopo che si è calcolato che l’8% delle foreste keniote era andata perduta nel giro di un paio di decenni a causa dell’utilizzo energetico del legname. Cosa abbastanza comprensibile se si pensa che nel paese il 50% della popolazione è priva di elettricità. Gli alberi, tutti di specie autoctone, saranno piantati coinvolgendo le comunità locali, privilegiano i siti più degradati.

India da record
L’India invece punta al Guinness dei primati in tema riforestazione. Il 2 luglio 2017, in un solo giorno, il paese asiatico ha piantato 66.750.000 alberi, grazie alla straordinaria mobilitazione di 1,5 milioni di cittadini, nello stato di Madhya Pradesh. E’ stato così battuto il proprio precedente record, stabilito nel 2016, che era di “soli” 50 milioni di alberi, sempre in un giorno e con l’ausilio di “soli” 800 mila cittadini, nello stato dell’Uttar Pradesh. Totale: 116,75 milioni. Con questa cifra totale l’India rispetta uno degli impegni presi nel 2015 durante l’Accordo di Parigi: piantare 95 milioni di alberi al 2030. Obiettivo raggiunto con largo anticipo, che indica al paese asiatico quale sia la strada da seguire sul fronte del clima, visto che l’India produce oltre l’80% dell’elettricità utilizzando carbone. E se pensate che una mobilitazione di questa vastità sia stata semplice visto il numero di persone che popolano l’India – 1.324 milioni di persone – immaginate di mobilitare nel concreto 70 mila persone per la riforestazione in Italia nello stesso giorno.

Vichinghi abbattitori
Ma l’esperienza più particolare in materia di riforestazione arriva dall’Islanda, luogo che è stato quasi interamente disboscato dai vichinghi per questioni energetiche e dove non sono più ricresciute le piante a causa delle pecore, introdotte sempre dai vichinghi. All’arrivo di quel popolo, infatti, il 40% del territorio islandese era coperto da boschi mentre oggi lo è solo al 2%, nonostante sia quasi un secolo che si stia riforestando. Ora il governo islandese intende dare una svolta e ha deciso di intensificare l’opera rimboschimento con l’obiettivo del 12% di territorio boschivo entro il 2100, e lo fa piantando tre milioni di alberi ogni anno. Il processo sta andando a rilento perché le piante autoctone non sono più adatte al territorio a causa dei cambiamenti climatici; verranno quindi piantate specie non native, come gli abeti rossi, i pini e i larici, selezionati in regioni dai climi simili come l’Alaska. Il progetto, infine, è lo strumento che consentirà di abbattere le emissioni di CO2 dell’Islanda assorbendo il 15% residuo delle emissioni dovuto alla produzione di energia da fossili. Percentuale bassa visto che la nazione dei ghiacci produce da oggi l’85% dell’energia che usa da rinnovabili.

Imm: fotomontaggi di Armando Tondo, settembre 2018

Cancro al seno: torna l’ottobre della prevenzione. Visite gratuite

Sab, 10/06/2018 - 02:02

E’ la neoplasia maligna più frequente nelle donne (25% di tutti i cancri) ed è responsabile del 14% dei decessi per tumore nel sesso femminile. In Italia vengono diagnosticati circa 50.200 nuovi casi all’anno, ovvero circa 138 casi al giorno: grazie ai progressi nella ricerca oggi la possibilità di guarigione del cancro al seno è attestata intorno all’80-85% dei casi, ma si può ancora fare molto per sconfiggere il cancro al seno: basta pensare che una diagnosi precoce in grado di scovare un tumore di pochi millimetri comporterebbe una guaribilità superiore al 95% dei casi.

La Campagna Nastro Rosa LILT

Proprio per sensibilizzare un numero sempre più ampio di donne sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce dei tumori della mammella torna anche quest’anno nel mese di ottobre la Campagna Nastro Rosa promossa dalla LILT, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, alla XXVI edizione.

L’importanza della diagnosi precoce

“Nell’ultimo quinquennio l’incidenza del tumore al seno è aumentata del 15%, soprattutto tra le giovani donne tra i 35 e i 50 anni – spiega Francesco Schittulli, senologo-chirurgo oncologo e presidente nazionale LILT. – Fortunatamente, però, si registra anche una lenta ma progressiva diminuzione della mortalità per questo tipo di tumore”.

E il merito è proprio della prevenzione: non a caso, lo slogan della Campagna Nastro Rosa 2018, che quest’anno tocca quota ventisei edizioni, è “La prevenzione non è solo un accessorio“.

“Per questo LILT ogni anno con la sua Campagna Nastro Rosa, nel mese di ottobre, ribadisce il ruolo della cultura della prevenzione come metodo di vita, affinché tutte le donne si controllino e si sottopongano a visite senologiche a partire dai 30 anni di età“. Oggi la guaribilità del cancro al seno è attestata intorno all’80-85% dei casi: “Sappiamo però che una diagnosi precoce di cancro al seno, quando il tumore è di pochi millimetri, comporterebbe una guaribilità superiore al 95% dei casi”, precisa il senologo.

Visite gratuite

Per diffondere la cultura della prevenzione anche quest’anno per tutto il mese di ottobre sarà possibile sottoporsi a visite senologiche gratuite presso le 106 sezioni provinciali LILT e gli oltre 350 ambulatori, dove si potranno anche avere consigli e trovare materiali informativi, l’opuscolo dedicato e partecipare alle molte iniziative che ogni Sezione sta preparando. Per farlo è necessario prenotarsi al numero verde SOS LILT 800 998877, dove si possono anche ottenere informazioni e indicazioni riguardo le proprie necessità.

Parla Mimmo Lucano, Sindaco di Riace

Ven, 10/05/2018 - 08:14

Mimmo Lucano, Sindaco di Riace, famoso per la politica di accoglienza ai migranti grazie alla quale è ripartita la vita economica e sociale di Riace, è agli arresti domiciliari disposti dal Giudice delle Indagini Preliminari di Locri. Dopo che le accuse più pesanti avanzate contro di lui sono venute meno, resta l’accusa di aver assegnato in modo irregolare l’appalto della pulizia urbana della città (nella foto dell’agenzia La Presse, la caratteristica raccolta porta a porta con gli asini a Riace).

 

Ecco cosa ha detto all’uscita dell’interrogatorio a Locri.

È stanco, provato, ma il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, al termine dell’interrogatorio di garanzia dinanzi al gip di Locri che per lui ha disposto gli arresti domiciliari, ribadisce l’ integrità delle sue azioni a favore dei cittadini di Riace e dei tanti immigrati che nel corso degli anni hanno trovato ospitalità presso il piccolo borgo della provincia jonica reggina. Anche sul presunto affidamento illegale per il conferimento del servizio di raccolta differenziata Lucano rispedisce le accuse al mittente.
“Per quanto riguarda la raccolta differenziata: ci sono ecomafie, inquinamento dei mari, c è una mafia che controlla il ciclo dei rifiuti e io ho che invece ho cercato di fare luce qua, di coinvolgere le cooperative sociali, devo pagare per questo? È assurdo. Dicono che ci doveva essere l’iscrizione all’albo dei gestori ambientali calabresi. Ma non era operativo”.
“Le cooperative sono nate in seguito ad avviso pubblico del Comune. In queste cooperative – ha detto Lucano – lavorano le persone più svantaggiate di Riace insieme ad alcuni rifugiati. Questa amministrazione ha portato una normalità in paese. Quando sono diventato sindaco c’erano ancora i contenitori esterni con il percolato con un danno ambientale immenso, ammassati a volte in estate e qualcuno gli dava anche fuoco. Alla fine noi abbiamo portato luce e pulizia a Riace, con il porta a porta e lo spazzamento”
(Fonte: Askanews)

Consultazione pubblica su rinnovabili, accumulo e autoconsumo per le imprese

Ven, 10/05/2018 - 06:23

(Da Ecquologia.com)

La nostra petizione su Change.org ha raggiunto quasi 30.000 firme che consegneremo il 26 di ottobre proprio nelle mani del Presidente della Commissione Industria del Senato Gianni Girotto, il quale ha promosso una serie di consultazioni ufficiali con i protagonisti del settore presso la Commissione e che, con questa iniziativa, intende ascoltare le idee di tutti, non solo quelle dei rappresentanti ma, evidentemente, anche dei rappresentati.
Per questo come Ecquologia riteniamo giusto e doveroso darne la massima diffusione possibile, sollecitando tutti a partecipare a questa consultazione e, che lo desidera, a fornirci contributi pubblicabili sul nostro sito.
Vi preghiamo di dare la massima diffusione alla consultazione lanciata dal Sentore Girotto, linkando questo articolo sui vostri strumenti social per dare la spinta definitiva alla realizzazione di un grandissimo cambiamento che al paese non costa nulla, portando beneficio a tutti noi, realizzandolo nel miglior modo possibile.
La Commissione Industria, commercio, turismo del Senato ha deciso di avviare una consultazione pubblica per acquisire informazioni e valutazioni delle parti interessate in relazione all’affare assegnato n. 59 sul “sostegno alle attività produttive mediante l’impiego di sistemi di generazione, accumulo e autoconsumo di energia elettrica“.

CONTINUA A LEGGERE SU ECQUOLOGIA

Si può studiare e imparare dormendo?

Ven, 10/05/2018 - 02:49

Addormentarsi con le cuffie alle orecchie e un corso di inglese in sottofondo, e in questo modo imparare una lingua straniera dormendo… è il sogno di tutti…

Secondo uno studio dell’Uni-Ulb Neurosciences Institute, in Belgio, pubblicato su Scientific Reports, l’ipnopedia, cioè la capacità di apprendere informazioni e concetti durante il sonno, sarebbe una cosa impossibile.

Il cervello è in grado di registrare i suoni mentre dormiamo ma non è capace poi di usare queste informazioni per l’apprendimento.
Lo studio è stato svolto su 26 partecipanti, monitorati durante la fase non Rem del sonno e stimolati con un flusso di suoni “casuali o strutturati in modo da poter essere raggruppati in gruppi di tre elementi distinti”, scrive l’Ansa, che riporta: “Durante il sonno, le risposte del cervello a un esame detto magnetoencefalografia hanno dimostrato che potevano rilevare i singoli suoni, ma non vi era evidenza di alcun rilevamento della categorizzazione in gruppi distinti. Al contrario, da svegli i partecipanti non hanno mostrato problemi in questo compito.”

Sul tema relativo all’apprendimento durante il sonno, o apprendimento subliminale, la bibliografia è molto ampia.
Dalla Treccani: “La sperimentazione nel secondo dopoguerra sembrava confermare la sua efficacia: ad esempio nel 1955 alcuni marinai, esposti nel sonno all’alfabeto Morse, in un corso successivo riuscirono ad apprenderlo più velocemente dei loro commilitoni. La spiegazione del fenomeno è arrivata negli ultimi decenni, allorché gli esperimenti condotti con l’elettroencefalografia rivelarono che i soggetti che apprendevano durante il sonno erano quelli che a causa degli stimoli verbali venivano svegliati: la rilevazione delle onde cerebrali dimostrò che chi non era stato svegliato dalle frasi non presentava alcun apprendimento di funzioni complesse.”

Sarebbe una delle più longeve false credenze psicologiche della storia.

 

Come ridurre lo spreco di cibo: i consigli di Andrea Segrè

Ven, 10/05/2018 - 02:31

Torniamo a chiacchierare con Andrea Segrè, professore universitario di Economia Circolare e fondatore del Last Minute Market. Questa volta parliamo dello spreco di cibo in casa, dal campo alla tavola, in Italia, perdiamo (sprechiamo) circa l’1% del Prodotto Interno Lordo. Una follia!
Ecco alcuni pratici consigli su come ridurre lo spreco di cibo in casa.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

Tutti i video con Andrea Segrè http://www.peopleforplanet.it/tag/andrea-segre/

Energie rinnovabili: il vero successo arriva con l’interesse della finanza

Ven, 10/05/2018 - 02:16

Per la prima volta, nella prima metà di quest’anno, gli operatori di fotovoltaico ed eolico nel loro insieme hanno superato i mille miliardi di watt installati. Lo riporta una recente ricerca di Bloomberg New Energy Finance. Come è facile intuire, spiega lo studio, per i prossimi “mille miliardi” bisognerà aspettare molto meno, verosimilmente solo altri cinque anni. Se, inoltre, per i primi mille miliardi sono stati investiti 2.300 miliardi di dollari, per il prossimo trillion saranno sufficienti 1.230 miliardi di dollari, per via del calo dei costi dei pannelli solari e per lo sviluppo delle tecnologie che renderanno pale e turbine sempre più efficienti. Non da ultimo intervengono i cambiamenti climatici, che stanno massimizzando l’irraggiamento solare e questa per una volta è una buona notizia.

Tuttavia la situazione delle energie rinnovabili è altalenante: miglioriamo, globalmente e anche nel nostro Paese, come tendenza generale ma tantissimo resta da fare, e l’ultimo anno, complice la politica di Trump e quella cinese, pare esser stato un brutto anno. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) che definisce “preoccupante” il trend, gli investimenti mondiali nelle rinnovabili sono calati del 7% nel 2017 rispetto al 2016, e c’è il rischio che calino ancora nel 2018. Gli investimenti in fonti fossili invece sono saliti nel 2017 per la prima volta dal 2014, a 790 miliardi di dollari, contro i 318 miliardi per le rinnovabili. La crescita è dovuta al gas naturale, mentre il carbone continua a calare.

Il calo del carbone sembra confermare che il trend resta oltremodo positivo. Il think-tank internazionale Carbon Tracker  ha calcolato che il 2020 sarà il decennio della caduta libera della fonte fossile che, verosimilmente intorno al 2023, diventerà meno vantaggiosa economicamente e dunque inizierà a morire. Il monito è per chi ci investe: sono migliaia i miliardi  a rischio per chi non si adegua in tempo investendo in rinnovabili, ma il problema investe anche la geopolitica, con forti rischi di instabilità e guerre per i paesi esportatori di petrolio che potrebbero risentirne tantissimo, se non si adeguano: in testa Iraq, Emirati e Arabia Saudita.

Il rapporto della Iea attribuisce comunque il recente calo delle rinnovabili alla riduzione del sostegno del governo cinese al fotovoltaico: Pechino rappresenta oltre il 40% degli investimenti nel solare e ha ridimensionato anche gli investimenti in efficienza energetica. Il risultato, spiega il rapporto, è che l’anno scorso le fonti fossili sono salite al 59% del mix energetico mondiale, mentre dovrebbero scendere al 40% nel 2030, secondo l’Accordo di Parigi sul clima. Attenzione però: il distacco della politica dalle rinnovabili, cioè la fine degli incentivi, non è qualcosa di negativo nel medio periodo: prima o poi deve avvenire e, dopo il contraccolpo iniziale, se il mercato è sano, sa procedere da solo.

E’ quello che sta accadendo in Italia e lo sanno bene gli operatori finanziari del settore come Ciro Mongillo, fondatore e Ceo di Eos IM, una società di investimenti con sede a Londra che ha lanciato anni fa un primo fondo energia (Efesto) e ne sta per lanciare un secondo, ancora più ambizioso, e primo ad operare in grid parity (ovvero nel momento in cui l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili ha lo stesso prezzo, o addirittura meno, dell’energia prodotta tramite fonti convenzionali).

“Grazie agli incentivi, agli investimenti degli operatori e ai progressi tecnologici, il fotovoltaico ha vissuto in questi ultimi anni un drastico crollo dei prezzi, oltre il 70% rispetto al 2010”, spiega Mongillo. In particolare, in Italia, il 2017 è stato l’anno di svolta per il fotovoltaico, con l’inaugurazione a Montalto di Castro (VT) di un gruppo composto da 5 impianti produttivi capaci di generare 64 MW complessivi di energia. Lo ha realizzato Octopus Investments con Giuseppe La Loggia, oggi Managing Director del secondo fondo energetico di EOS. “Questo ha rappresentato un passo decisivo e di rilievo nel settore – continua Mongillo – in quanto era dai tempi dei conti energia che non veniva realizzata un’installazione di queste dimensioni e, a differenza di quanto avveniva in passato, in assenza di incentivi”. Insomma, la grande novità introdotta da questo evento è stata quella di riuscire a far progredire un modello economico basato sull’installazione di un impianto fotovoltaico di grandi dimensioni avendo, come unica remunerazione economica, la “vendita” dell’energia sul mercato elettrico: si sancisce per la prima volta, in altre parole, che il fotovoltaico è diventato “grande”, indipendente e affidabile anche dal punto di vista economico e finanziario. Una pietra miliare per l’ambiente.

Ad oggi, tuttavia, il sole riesce a coprire ancora solo il 3% del fabbisogno energetico mondiale. Ogni italiano ottiene dall’energia solare solo 318 watt: l’energia che accende 5 lampadine a incandescenza da 60 watt, e questo nonostante teoricamente il sole ci regali in un minuto l’energia consumata dall’umanità in un anno. Ogni anno l’Italia installa più o meno 400MW di potenza ma per raggiungere gli obiettivi dell’Unione europea e ottenere il 32% di energia da rinnovabili entro il 2030, dovremmo andare 7 volte più veloci di così, secondo un calcolo del Politecnico di Milano. E quindi, cosa dovrebbe fare l’attuale governo per sostenere questa corsa così cruciale per il nostro futuro?

“Per esempio detassare gli investimenti istituzionali, cioè quelli di banche e fondi pensione” continua Mongillo. “Anche perché, per centrare gli obiettivi al 2030 e quindi triplicare la potenza installata di fotovoltaico e più che raddoppiare quella eolica, serviranno investimenti complessivi dell’ordine dei 60 miliardi di euro, che sarà una ventata di ottimismo e un nuovo slancio allo sviluppo. Le fonti energetiche rinnovabili hanno un ruolo di primo piano nella Strategia Energetica Nazionale e sono al centro dell’agenda di governo del nostro Paese: quel che serve è, in primo luogo, una governance forte e una cabina di regia che permetta di adeguare strumenti applicativi e obiettivi per completare la transizione verso un mercato “subsidy-free”. Occorre dare impulso al mercato dei PPA (Power Purchase Agreements) – come già accade nel resto del mondo – che consentono di ottenere garanzie di lungo periodo e dunque promuovere gli investimenti. Ma soprattutto, quello che gli investitori chiedono a gran voce è un quadro regolatorio chiaro e stabile: creare condizioni di business favorevoli e certezza delle regole. Questo ha un ruolo chiave per i fondi di investimento. Ma siamo più che ottimisti: se dal Regno Unito la nostra società guarda all’Italia, come anche ad altri paesi d’Europa, è perché crediamo che il Sistema-Paese Italia possa promuovere e valorizzare le proprie risorse e attrarre sempre più investitori internazionali”.

Anche perché l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica galoppano veloci e danno ulteriori garanzie. Mentre l’agenzia spaziale giapponese ha in progetto una centrale solare nello spazio, l’Università di Milano Bicocca ha iniziato a lavorare alle finestre che producono energia, grazie a vetri speciali che renderanno 50 watt al metro quadro. Seconda solo a Svezia e Germania, l’Italia ospiterà presto la sua prima autostrada elettrificata sulla A35 Brebemi, che sarà dotata di una linea elettrica sospesa che consentirà l’alimentazione degli autocarri Scania in entrambe le direzioni, alimentandosi da pannelli fotovoltaici installati in un secondo momento lungo il percorso.

Parlando di piccoli impianti, invece, un aiuto normativo importante sarebbe anche il “solare di comunità”, ovvero una regolamentazione che permetta a un condominio, per esempio, di spartirsi spese e benefici di un impianto privato.

Su larga scala invece, una notizia potenzialmente rivoluzionaria arriva da Science, dove è stato pubblicato uno studio dell’Università del Maryland che ha notato un effetto positivo in più dei pannelli solari e delle pale eoliche: aumentano la piovosità. Disporli nel deserto del Sahara, ha calcolato la ricerca, su almeno il 20% della superficie, non solo rifornirebbe teoricamente tutta l’umanità, ma potrebbe trasformare l’intera area in campi coltivabili. Il settore è fruttuoso e maturo, insomma, ma allo stesso tempo in costante sviluppo.

L’interesse mostrato dalla finanza potrebbe rappresentare una chiave di volta per realizzare un sogno, magari poco alla volta? “Gli investitori puntano sulle energie rinnovabili in un orizzonte di lungo termine, grazie alla bassa volatilità e a una generazione di cassa stabile e prevedibile. Tutto lascia pensare che cresceranno, e già ormai da diversi anni gli investimenti in rinnovabili sono una soluzione solida e rassicurante, ben superiore ad altre asset class dal profilo di rischio comparabile. Per quanto riguarda la prospettiva, stiamo vivendo la più grande transizione del settore, e le infrastrutture energetiche di alta qualità tecnologica saranno fondamentali per la crescita economica, la progressione sociale e la protezione dell’ambiente di un Paese, e in generale del mondo”.

Vale a dire: il cuore etico della finanza. Qualcosa che potrebbe lasciare perplessi? “Si chiama “investimento sostenibile” proprio perché alla base ci sono motivazioni etiche importanti, – continua Mongillo -. La nostra visione è sempre stata quella di fungere da ponte tra economia reale e mondo finanziario, trasformando quindi la finanza in uno strumento eco-sostenibile che coniughi ritorni economici con esternalità positive per l’intera collettività. Solo per citare alcuni esempi concreti, il nostro attuale portafoglio rinnovabile ha permesso di risparmiare oltre 130mila tonnellate di CO2. Ma non solo: il progetto di riqualificazione ed efficientamento che portiamo avanti con il gruppo Conad del Tirreno e Unicredit ha prodotto ricadute positive sull’occupazione e ridotto del 50% i consumi energetici. Non poco direi”.

E’ chiaro che la protezione dell’ambiente diventerà veramente significativa quando – e in parte sta già succedendo – proteggere l’ambiente sarà anche un business. “Secondo gli addetti ai lavori l’LCOE (Levelised cost of energy) del fotovoltaico si è ridotto di addirittura 10 volte solo negli ultimi 8 anni e oggi il solare fotovoltaico (utility scale) ha costi competitivi rispetto a quelli delle fonti fossili convenzionali” conclude Mongillo. “Sebbene questo fenomeno abbia tempi diversi nei vari Paesi, si tratta di un trend globale inarrestabile. Ciò si accompagna a un contesto favorevole che vede gli istituti di credito sempre più propensi a fornire finanziamenti a medio-lungo termine per questo tipo di progetti. Per questo guardiamo con interesse, certamente anche su base opportunistica, anche ad altri ambiti che riguardano la protezione dell’ambiente: ho già citato alcuni progetti di efficientamento energetico, ma anche la mobilità elettrica è molto interessante, a partire dalle colonnine di ricarica fino al più ampio tema delle reti e dell’energy storage. Sono settori ancora poco maturi, ma con promettenti prospettive di sviluppo per la finanza”.

Immagine: Fotomontaggio di Armando Tondo

Perché l’allattamento al seno è meglio!

Gio, 10/04/2018 - 02:49

L’allattamento al seno aiuta lo sviluppo del neonato e lo protegge da tantissime malattie, con benefici anche per la mamma. Cosa che il latte artificiale non fa.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

Addio stoviglie monouso: anche Pachino è plastic-free

Gio, 10/04/2018 - 02:43

Anche Pachino è un comune “plastic free”. Il sindaco Roberto Bruno ha firmato un’ordinanza con cui vieta dal primo novembre l’uso e la commercializzazione di contenitori, di stoviglie monouso ed altro materiale non biodegradabili. «Abbiamo preso questa decisione – ha dichiarato il sindaco, Roberto Bruno – al fine di orientare e sensibilizzare la comunità verso scelte e comportamenti consapevoli e virtuosi in campo ambientale. L’eliminazione graduale della plastica ci donerà una città più pulita, contribuirà ad aumentare la percentuale di raccolta differenziata e a ridurre i costi sia per i cittadini che per le casse comunali. Si tratta di una vera e propria rivoluzione ecologica, conseguenza della strada della sostenibilità ambientale ed economica su cui abbiamo improntato la nostra azione amministrativa in questi anni».

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Musica ed Economia Circolare

Gio, 10/04/2018 - 02:15

 

Quanto spende lo Stato per i suoi parchi?

Gio, 10/04/2018 - 02:05

A rivelarlo è una nuova indagine del WWF Italia, recente e molto ben fatta, condotta sui ventitré parchi nazionali attualmente operativi e su ventisei delle ventinove aree protette marine attualmente istituite, per una superficie complessiva di circa 9.474.343 ettari, il 21% della superficie terrestre nazionale, che nel solo 2015 è stata visitata da circa 30,5 milioni di persone.

Il solito report allarmista pseudo-indagativo? Niente affatto. I dati sono ufficiali, e l’indagine è stata realizzata mediante la Prioritizzazione Rapida della gestione delle Aree protette (RAPPAM), un metodo introdotto nel 2003 da WWF Internazionale e riaggiornato nel 2017, preso a modello e utilizzato su scala mondiale perché attendibile e in grado di ridurre i margini di approssimazione dei report “vecchia maniera”.

Il rapporto, reso pubblico qui, mette in luce questioni all’italiana sia vecchie che inedite. A stupire, neanche a dirlo, è un dato prettamente economico:  l’Italia ogni anno destina alle sue aree verdi 81 milioni di euro, ossia 1 euro e 35 centesimi per ogni abitante, che equivalgono a un cappuccino. All’anno. A dispetto dei progressi avuti da quando è stata introdotta dalla legge quadro sulle aree protette (la l.n.394/91), infatti, la gestione dei fondi non basta a garantire un adeguato numero di personale qualificato e di strumenti indispensabili alla conservazione del verde.

Ben quindici parchi nazionali su ventitré non hanno nemmeno un presidente o un direttore stabile, ma vengono gestiti da figure terze di “facenti funzioni”. La gestione dei parchi rimane ostaggio della politica, resiste ancora, infatti, il vizietto dell’assegnazione arbitraria di ruoli tecnici ed esecutivi in base all’appartenenza politica dei candidati, senza passare da concorsi che invece premino la competenza dei candidati. Uno stigma, quello dei manager politici e politicizzati a capo dei parchi, che non sfugge al ministro dell’Ambiente Costa, il quale ha espresso l’intenzione di “agire subito, a cominciare dalle nomine, scegliendo i migliori profili a disposizione, attraverso un’ampia selezione di curricula evitando indicazioni di quelle persone che, a volte ‘un po’ troppo politicizzate’, non sono interessate a una vera svolta dei luoghi più importanti per la biodiversità”.

Fra gli attuali enti gestionali a capo dei parchi italiani meno il 10% è dotato di un regolamento, solo il 50% dispone di un Piano per il Parco che sia stato adottato anche dalla Regione competente, e solo il 30% dei parchi ha approvato un piano definitivo. Il 22% dei parchi è inoltre sprovvisto della figura di un naturalista o biologo, nel 22% manca un agronomo o un forestale, e addirittura l’83% non dispone di un veterinario e un geologo. Tutto ciò si traduce in una sola cosa: tirare a campare.

E per quanto riguarda il controllo della fauna selvatica?

Oltre il 60% dei parchi è impegnato in attività di controllo del cinghiale, mentre meno del 10% svolge un controllo sulle altre specie (cervo, corvidi, muflone, trota atlantica). Il metodo utilizzato principalmente è la cattura e l’abbattimento dell’animale (38% dei casi), il 35% mediante cacciatori autorizzati. Un altro 35%, invece, si affida a metodi ecologici come dissuasori e similari.

La perimentazione, intesa come capacità di salvaguardia degli ecosistemi all’interno del perimetro, rimane un tasto dolente, soprattutto in ambito marino. In oltre il 50% delle Aree Marine Protette (AMP), infatti, habitat e specie godono delle stesse condizioni, o addirittura peggiori, delle zone non protette. Le Aree Marine Protette, che coprono pochissimo della costa italiana, solo 700 km, lo 0,08% del totale, nonostante la crescente pressione (in ordine di incidenza) di turismo, specie aliene, smaltimento di rifiuti, inquinamento idrico, pesca e bracconaggio, ricevono 7 milioni di euro all’anno dallo Stato.

Circa le pratiche di censimento ai sensi delle Direttive Habitat ed Uccelli i monitoraggi sono in crescita, specie nei Parchi Alpini, dell’alto Appennino centrale, dalla pianura padana alle coste del nord Adriatico, ad est e a ovest del crinale appenninico. Al primo posto delle specie più investigate troviamo il lupo, monitorato in oltre quattordici parchi, seguito dall’ululone appenninico, dallo scarabeo eremita e dalla cerambice del faggio.

Decisamente promettente il quadro relativo alle attività di comunicazione e di partecipazione con privati ed enti pubblici, quali università, enti di ricerca, cooperative, Carabinieri, associazioni e ONG.

Si sa, l’essere umano è una specie che è sempre meglio monitorare.

Le ricette di Angela Labellarte: composta di pesche, zenzero e peperoncino

Gio, 10/04/2018 - 02:02

Ingredienti

Pesche gialle: 1 kg
Aglio: 2 spicchi
Cipolla rossa: 100 gr.
Zenzero fresco: 10 gr.
Aceto di mele: 5 cucchiai
Zucchero semintegrale: 3 cucchiai
Menta: 1 cucchiaio
Sale: q.b.
Peperoncino Carolina Reaper: 1/4*

Preparazione:
Tagliare in modo grossolano la cipolla, l’aglio, lo zenzero e le pesche. Mettere tutto in una pentola alta e a fondo spesso, aggiungere lo zucchero, il sale, il peperoncino e l’aceto di mele. Lasciare cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. Aggiungere la menta e con un frullatore a immersione frullare il tutto creando così una composta omogenea.

* Questa varietà di peperoncino è molto saporita e anche molto piccante. Scegliete voi che tipo di peperoncino usare anche a seconda del vostro gusto. In tutti i casi inseritelo in questa ricetta perché dona una nota piccante indispensabile all’armonia della salsa.

Ph. Angela Prati

Proibire la caccia la domenica? Di’ la tua

Mer, 10/03/2018 - 07:50

Ci riferiamo al recente incidente che ha visto la morte di un ragazzo ma anche a molti altri comunque gravi. Sicuramente bisogna rivedere una normativa obsoleta ma può servire anche proibire la caccia al cinghiale la domenica?

La storia del ragazzo ucciso da una fucilata si è ammantata di mistero. Secondo la procura lui stesso non era a spasso col cane, ma era in perfetta tenuta da cacciatore: con fucili, munizioni e tuta mimetica, senza avere però la licenza. Resterebbe da capire perché non ha risposto ai richiami del cacciatore che gli ha sparato, che cercava di capire se si trattasse veramente di un cinghiale, come pure restano vaghi molti altri dettagli di una storia fino a ora parecchio intricata. Ma non è di questo che vogliamo parlare. La questione sicurezza durante i periodi di caccia resta una questione alta. “La domenica qui da noi sembra il Libano. Si alternano camionette per la caccia al cinghiale: per un esemplare si muovono in 40. Non dico che ci chiudiamo in casa… ma quasi…non ci sentiamo affatto sicuri… figuriamoci nei boschi”, racconta Lucia, 45 anni, che vive e lavora nella campagna umbra, vicino Gubbio.

E difatti gli episodi di cui parlare sono purtroppo molti, in crescita, nonostante il numero dei cacciatori sia diminuito negli ultimi anni. Per questa stagione autunnale, ricordiamo tra gli altri il bimbo colpito alla schiena nel giardino di casa sua. La cosa ha scatenato una sollevazione contro una vecchia legge – anche da noi ampiamente contestata in questo articolo – che consente l’ingresso nei terreni privati anche senza il permesso del proprietario. E poi c’è stato anche il caso del giovane colpito a un occhio mentre pedalava su una pista ciclabile: anche qui, la responsabilità sembra stare nelle norme. I cacciatori hanno l’obbligo di indossare giubbini ad alta visibilità e segnalare con cartelli la propria presenza, ma anche di operare a distanza di sicurezza da case, animali da compagnia o greggi, sentieri e strade. La pista ciclabile dove è avvenuto il fatto però – teatro già altre volte di simili sciagure – dal punto di vista amministrativo è catalogata “Percorso storico naturalistico” e non pista ciclabile: quindi è aggirato il divieto dei 150 metri della fascia di rispetto.

Infine, il giovane morto. Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, generale di brigata dei Carabinieri scelto da Luigi Di Maio, ha lanciato una proposta: chiudere la caccia la domenica, per permettere a tutti una scampagnata serena nei boschi.

Ha scritto cosi:

Voglio lanciare un appello alle Regioni affinché modifichino fin da subito il calendario in corso e blocchino almeno le battute di caccia (quelle ai cinghiali, le più pericolose e a rischio incidenti) la domenica, quando boschi e monti sono popolati ancora di più di escursionisti, da chi va a funghi, a castagne o semplicemente vuole godersi la Natura senza correre il rischio di morire. Per adesso, con le competenze date al Ministero dell’Ambiente, è quanto si può fare”.

E’ vero: si può rimanere bersaglio in qualsiasi giorno (e la normativa già prevede lo stop nei giorni di martedì e venerdì, anche se festivi). Ma sembra chiaro che il giorno festivo per eccellenza, la domenica, per chi lavora è ideale sia per cacciare sia per fare passeggiate nei boschi, anche se – a chi non fosse addentro al mondo venatorio – sorgono dei dubbi.

Ci sono moltissimi spazi dove fare escursioni, boschi interi liberi dai cacciatori già adesso, ogni domenica. Le aree in cui si può cacciare, infatti, sono ben precise: quindi non è come si vuol far credere. Fare passeggiate in massima sicurezza è oltremodo possibile anche la domenica”, mi dice Luigi, 37 anni, agente immobiliare milanese, cacciatore da due anni (il nome è di fantasia, ndr). “Le zone di caccia sono come cantieri: sono delimitate e chiuse, rese visibili dalle bandiere, e si suona la tromba prima di cominciare. Il capocaccia dà regole precise, e prima di sparare bisogna guardare dove è il proprio compagno, e salutarlo”, rincara Luca Gottardi, cacciatore trentino e autore del libro “Il cacciatore in favola”, una discussa opera per bambini che spiega perché è giusto “uccidere Bambi” (e anche noi qualche cosa a proposito la sappiamo: leggi qui l’intervista al conservazionista Spartaco Gippoliti che spiega perché il male peggiore per l’ambientalismo è stato Bambi e Walt Disney)

Come tutte le cose che vengono fatte sull’orlo dell’emergenza … a caldo… e non ragionate, anche questa sembra un’idea balzana, basata su episodi sporadici e ancora da chiarire … se si fa legge si fa per tutti…” conclude Gottardi.

Dunque da un lato si fa pressione per ampliare i periodi di caccia, visto la preoccupante emergenza ungulati – cioè cinghiali, in primis – che devastano i raccolti e arrivano a invadere i centri abitati, anche spesso caricando gli abitanti (vedi i centri abitati di Genova o Roma, qui la nostra gallery). Dall’altro la paura di essere impallinati. Nel mezzo, sicuramente, tante lacune normative, oltre a una legge vecchia e inappropriata, che forse andrebbero riviste prima di fermare la caccia al cinghiale la domenica. O forse no?

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Tutti gli articoli dell’Inchiesta sulla Caccia

Il Ministero dell’Ambiente diventa “plastic free”

Mar, 10/02/2018 - 04:42

Sono iniziati i cambiamenti che renderanno entro il 4 ottobre 2018 il ministero dell’Ambiente Plastic Free.  Il Ministro Sergio Costa lo avevo annunciato il 5 giugno scorso e adesso, attraverso un post pubblicato la scorsa domenica su Facebook, comunica l’avvio concreto al cambiamento green. Così si scrive:

“L’avevamo promesso subito, fin dal primo giorno, e ci siamo: il 4 ottobre il ministero dell’Ambiente diventa #plasticfree! Inizia domani una settimana di cambiamenti in quella che per me è la Casa di Tutti: l’installazione dei dispense di acqua alla spina, la sostituzione dei prodotti all’interno dei distributori.
Ed è una piccola grande rivoluzione che non riguarda solo il Ministero. Se così fosse, sarebbe davvero limitata. Da quando abbiamo lanciato la “sfida”, ed era il 5 giugno, durante la Giornata internazionale dell’Ambiente, ci sono arrivate centinaia di adesioni: comuni, regioni, università, prefetture, associazioni, catene di supermercati, piccole isole… un’onda che si sta propagando anche nelle case di ciascuno di voi. Continuate a raccontarci la vostra trasformazione #plasticfree sia qui che su Twitter, taggandomi.
Contemporaneamente, stiamo lavorando a due grandi leggi per la riduzione della plastica monouso e degli imballaggi. Una sarà pronta entro un paio di settimane e ci piacerebbe chiamarla “SalvAmare” e di fatto anticipa la direttiva europea contro la plastica monouso.
L’altra prevede agevolazioni sia per gli imprenditori che scelgono di ridurre gli imballaggi sia per i consumatori che riempiranno il carrello con prodotti più sostenibili, e per questa abbiamo già trovato i fondi.
Serve l’aiuto di tutti, di ciascuno di noi, a tutti i livelli, perché l’Ambiente non ha colori e non ha steccati politici.
#IosonoAmbiente
Ad maiora semper”

Quindi, in arrivo due leggi contro plastica monouso e imballaggi e un reale cambiamento in corso da parte di un’istituzione che deve fungere da esempio non solo per i singoli cittadini, ma anche e soprattutto per le altre istituzioni italiane. Nel suo video pubblicato sul sito ufficiale del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro Costa non manca di sollecitare apertamente il Presidente della Camera, l’Onorevole Roberto Fico e il Ministro dello sviluppo economico e del lavoro, l’Onorevole Luigi di Maio, affinché prendano d’esempio il Ministero di via Cristoforo Colombo e si assumano l’impegno di liberarsi una volta per tutte dalla plastica.

Ricordiamoci che ognuno di noi è motore del cambiamento. Sarebbe anche solo sufficiente porre più attenzione alle nostre azioni quotidiane per fare molto: scegliere con cura i nostri acquisti, modificare i consumi, ridurre gli sprechi

Puoi cominciare subito a essere parte del cambiamento! Leggi e sottoscrivi il Manifesto di People For Planet dove sono proposte 3 leggi facili per un mondo di domani migliore.

Più bici che auto private: Copenaghen capitale europea del traffico green

Mar, 10/02/2018 - 02:24

Ogni paese ha i suoi primati, i paesi più civili di solito vantano primati positivi. E’ il caso della Danimarca, giudicato da anni dall’Onu la società più felice del mondo. Copenaghen, la bella capitale del regno, è diventata la prima metropoli dove nel vasto centro circolano più biciclette che non automobili private. La prima almeno in Europa, aggiungiamo, perché non sono a disposizione dati precisi sulle megalopoli asiatiche o africane, dove però moto e motorini sono preferiti alle bikes.

E’ un successo sui cui allori Copenaghen non vuole dormire, anzi: progetta di continuo nuove iniziative per incoraggiare sempre più pendolari a usare la bicicletta e non l’auto privata per il percorso casa-lavoro. Attualmente scelgono le due ruote a pedali 41 pendolari su cento, l’obiettivo è di raggiungere entro il 2025 un numero del 50 per cento e oltre dei ‘commuters’ che lasciano l’auto in garage o davanti casa e vanno a lavorare in bici.

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Vade retro Var, gli arbitri celebrano la rivincita del luddismo

Mar, 10/02/2018 - 02:17
Ned Ludd

Ned Ludd è un misterioso personaggio sulla cui esistenza esistono forti dubbi. Avrebbe vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, e in piena rivoluzione industriale si sarebbe reso protagonista della distruzione di un telaio meccanico. Ha così incarnato nell’immaginario mondiale la resistenza alla meccanizzazione del lavoro, all’avanzare della tecnologia che avrebbe via via ridotto gli spazi occupazionali per l’uomo.

La resistenza passiva

Cosa c’entra col calcio, direte voi? C’entra, c’entra. Nonostante le belle parole che ogni tanto ci propinano alti dirigenti del calcio italiano e internazionale, è quel che sta avvenendo con la resistenza all’introduzione dell’uso della tecnologia nel mondo del pallone. A differenza del luddismo, questo movimento politico sta raggiungendo i propri obiettivi. Gli arbitri – che a parole sono tutti compatti nell’affermare che il Var è una manna dal cielo – di fatto hanno attuato una sorta di resistenza passiva, uno sciopero bianco. E hanno progressivamente e lentamente depotenziato la tecnologia. In Italia, ma non solo. E non lasciatevi abbindolare dalle promesse dell’uso del Var in Champions o in altri campionati.   

Gli arbitri sono figure sacrali

Non ci vuole Machiavelli per arrivare alla conclusione che la delega al mezzo televisivo costituisce la perdita di un potere. Non più arbitro in terra del bene e del male, per dirla alla De Andrè che parlava di un giudice ma va bene lo stesso. Bensì al massimo addetto al videoregistratore, intento a premere i pulsanti per la visione rallentata dell’azione. Sarebbe un po’ come se le sorti della Festa del ringraziamento fossero affidate ai tacchini. Voterebbero all’unanimità per l’abolizione, ovviamente. Gli arbitri – e i dirigenti – stanno facendo lo stesso. In maniera più dissimulata. E approfittando della cortina sovietica che da sempre avvolge il mondo del calcio. Un sistema di potere impermeabile a qualsiasi agente esterno. E così nessuno domanda, nessuno indaga, nessuno si informa. L’arbitro è una figura sacrale che non può essere disturbata.

Loro ce l’hanno fatta

Mentre in tanti sport l’uso dello strumento televisivo è pacificamente accettato, nel calcio ci si scontra con un muro di gomma di un’efficacia straordinaria. L’arbitro resta il giudice supremo della partita. E poco importa se in tv sia possibile guardare e individuare qualcosa che è sfuggito al direttore di gara. È come se non fosse mai esistito se non è lo stesso arbitro ad accettarne l’intervento. È meraviglioso. È l’arbitro che decide se aprire le porte del calcio alla realtà. Come se noi avessimo il potere di impedire a una brutta notizia di entrare nelle nostre vite.

C’è anche tanta innegabile invidia sia per i tecnocrati del pallone sia per questi signori – un tempo in giacchetta nera – che per novanta minuti detengono le chiavi delle emozioni di milioni di persone. Invidia perché ormai la nostra vita è quasi tutta legata all’uso della tecnologia. Il luddismo è stato travolto più che sconfitto. Eppure infonde speranza sapere che c’è una piccola regione battagliera che continua fieramente a resistere. E che nel proprio territorio detiene la maggioranza assoluta. Un fortino inespugnabile che è riuscito a smentire la profezia di Orwell con il suo 1984, che ha fatto marameo a Popper e la sua “cattiva televisione”. E che ti inchioda quando ti sfida ad affermare che possa esistere una e una sola verità. Non può esistere, e allora è meglio la loro.

Ned Ludd è stato vendicato

Un mondo, il loro appunto, dove si cucina ancora con la bombola. Ci si lava con l’acqua calda riscaldata col fuoco. Zero frigoriferi. Non ci sono bancomat né carte di credito. Niente Telepass, ma che diciamo: niente automobili. Non ci azzardiamo a citare gli i-pad o gli smart-phone. Non sanno nemmeno che cosa siano. Google tutt’al più è un calciatore dalla provenienza misteriosa, probabilmente di origine armene. Gli arbitri comunicano col telefono a gettone. I mega direttori galattici dell’universo del pallone scrivono direttamente nel cielo i loro pensieri. Come in Fantozzi.

Il caro vecchio calcio non si è piegato. Meglio non ingrandire l’immagine, come ci mostrò Antonioni col suo Blow-up. “Stiamo bene così – ci sembra di ascoltarli -. E quando le polemiche superano il livello di guardia, riaccendiamo la tv per qualche partita. Giusto il tempo di far placare le acque”. Ned Ludd è stato vendicato.

Auto elettriche: produrle in Ue costa caro, mantenerle anche. La Cina sorride

Lun, 10/01/2018 - 12:46

A lanciare l’allarme è Herbert Diess, Chief Executive Officer di Volkswagen, che avverte: mantenere la promessa di proporre al mercato una versione elettrica di ogni modello di auto costerà più del previsto. Non basteranno i 20 mld di euro immaginati, almeno alla luce di nuovi dati che spingerebbero Diess a pressare l’azienda verso una riduzione delle spese funzionale ad investire su nuove tecnologie e fronteggiare eventuali crisi.

Le dichiarazioni sono estratte da un’intervista Diess ha realizzato per una newsletter interna, in cui appunto ammette che i costi della transizione verso l’elettrico sono più alti di quanto ci si aspettasse. La ragione è anche che i competitor hanno fatto progressi maggiori, ma si tratta di una preoccupazione comune che unisce tutte le case produttrici. Anche la Daimler (Mercedes-Benz) ha recentemente ammesso che la prospettiva di presentare una gamma di 10 veicoli elettrici entro il 2022 significa oltrepassare le stime di 10 mld di euro previsti inizialmente come investimento. Da parte sua, VW ha in programma di aggiungere 300 versioni ibride plug-in e elettriche al 2030, di conseguenza la questione costi diventa fondamentale.
Servono profitti per finanziare il nostro futuro”, sentenzia Diess. Ma non sono soltanto slogan allarmistici, si parla di numeri. “Il 4% è il minimo, il 5-6% ci consente alcuni investimenti, il 7-8% ci rende a prova di crisi”. Detto questo, la crisi di cui parla Diess non è comunque imminente: la strategia del gruppo al 2025 ha come obiettivo un utile operativo sulle vendite che si attesti proprio tra il 7 e l’8%, con sviluppi particolari nel comparto della mobilità sostenibile.

Costruire auto elettriche significa oggi vedersela con l’elevato costo delle componenti, batterie in primis. In generale, l’Europa è partita in ritardo rispetto a Paesi come la Cina che invece concede crediti per i produttori di veicoli elettrici e nell’ultimo anno ha investito 21,7 mld di euro in questo settore (l’Ue 3,2 mld). Le cifre vengono dal rapporto “Auto elettrica: investimenti e nuovi posti di lavoro in Cina. E l’Europa?” diffuso da Greenpeace, Legambiente, WWF, Kyoto Club, Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Cittadini per l’Aria, che nei mesi scorsi si erano rivolti al ministro Sergio Costa perché venissero introdotti obiettivi di vendita per i produttori. Si legge:

“La politica cinese in materia di veicoli puliti – il ‘mandato per i veicoli a energia nuova’ – prevede che i costruttori di automobili ottengano crediti per la produzione di veicoli elettrici equivalenti al 10% del mercato complessivo delle autovetture nel 2019 e al 12% nel 2020. Considerando la struttura del credito, l’obiettivo per il 2020 si tradurrebbe in veicoli a zero emissioni pari a circa il 4% dei veicoli venduti. Nel novembre dello scorso anno, la Commissione europea ha proposto nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 delle autovetture del 15% e del 30% rispettivamente nel 2025 e nel 2030, ma non ha posto nessun obiettivo significativo sulle vendite di veicoli a zero emissioni”.

Se l’Europa non schiaccerà l’acceleratore, insomma, si potrebbe verificare un’invasione di componenti provenienti dal mercato cinese, gli stessi produttori peraltro si stanno affrettando ad aprire stabilimenti in Cina o a stringere partnership con realtà locali, basti pensare alla joint venture tra BMW Group e Brilliance China Automotive Holdings o alla megafactory che la stessa VW possiede in Cina, a Foshan, entrambi siti destinati allo sviluppo della e-mobility attraverso la fabbricazione di batterie.

Va meglio dal punto di vista dei potenziali acquirenti di veicoli elettrici, ma non in Italia. Secondo i dati pubblicati da LeasePlan, nel nostro Paese possedere un’auto elettrica costa più che altrove.
Lo studio annuale Car Cost Index mostra che i veicoli elettrici sono già più economici rispetto alle auto con motore tradizionale in Norvegia e nei Paesi Bassi, mentre in Belgio e nel Regno Unito, il gap nel costo totale di proprietà si sta rapidamente riducendo. Ma in Italia, rispetto ad una media Ue di costo medio di possesso di 616 euro mensili, si arriva al primato di 761 euro mensili come media delle 3 alimentazioni (benzina a 667 euro, diesel 628 e elettrico a 986 euro). Si spende meno che altrove in Polonia: 448 euro.
I costi di proprietà considerati sono quelli del segmento auto di piccole e medie dimensioni di 21 Paesi Ue e vengono presi in esame tutti i costi sostenuti dagli automobilisti, compresi carburante, ammortamento, imposte, assicurazione e manutenzione.
Rapportato al PIL dei vari paesi, i conducenti in Italia, Finlandia e Belgio devono sostenere il costo di proprietà più elevato, mentre gli automobilisti di Irlanda, Polonia e Svizzera quello più basso. Soltanto la Norvegia presenta un costo medio totale di proprietà per un veicolo elettrico – 670 euro al mese – inferiore al costo da sostenere sia per un’auto a benzina (731 euro) che a diesel (722 euro).

Non dimentichiamo poi che i proprietari di veicoli elettrici pagano più tasse: in media 131 euro al mese in tasse di circolazione e IVA per via dei costi di acquisto elevati, contro i 104 euro spesi in media per le auto alimentate a benzina e i 108 euro per quelle a diesel. Ma risparmiano in termini di alimentazione: 39 euro in media al mese per l’energia elettrica contro i 110 euro della benzina e i 78 euro del diesel. La benzina resta ancora la soluzione più economica per i guidatori in Romania, dove il costo totale mensile di proprietà per un veicolo è di 353 euro in media e le imposte si paga 50 euro al mese di IVA e una tassa di circolazione inferiore del 48% rispetto alla media europea.

 

 

Fonte img di copertina: Flickr

Il bilancio di una piccola impresa: una fotografia sfuocata

Lun, 10/01/2018 - 02:33

Si tratta di un fenomeno che assomiglia al meccanismo della roulette russa dove la rivoltella da puntare alla testa viene offerta dall’arbitro ma a spararsi e’ lo stesso giocatore.
In questo caso quella pistola assume le sembianze del bilancio dell’azienda.
Il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare dovrebbe prevedere (il condizionale non è usato a caso) tre semplici voci.
– «Attivo»: il denaro contante; il saldo creditore presso le banche; le fatture non ancora incassate nonché beni come veicoli, macchinari, immobili eccetera.
– «Passivo»: i saldi debitori presso le banche (affidamenti); fatture non ancora pagate; le tasse da regolare; il capitale sociale ossia i soldi messi dai soci per far partire e vivere l’azienda.
– «Patrimonio netto»: la differenza tra «attivo» e «passivo» che ci dice la sostanza netta, l’effettiva ricchezza della società.
Bene, in buona parte dei casi, in Italia, il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare (dove i soci sono legati da vincoli familiari) non esprime nulla di tutto questo.
Non rappresenta mai o quasi mai l’esatta fotografia dell’azienda.
Di solito il «capitale sociale» è di 10 mila euro e, per di più, viene solo deliberato e mai interamente versato; il magazzino è sovrastimato per motivi fiscali; gli immobili (quando si possiedono) sono iscritti in bilancio a valori più bassi rispetto a quelli di mercato; i crediti verso clienti e i debiti verso i fornitori contengono perdite conclamate e contenziosi ormai accertati; compaiono ammortamenti ancora in essere di beni ormai logori e superati; gli utili risultano annacquati: questa è la vera istantanea della stragrande maggioranza delle imprese italiane.
Una realtà che le banche conoscono da sempre (i rating erano negativi anche prima del 2008), ma sulla quale hanno lasciato correre per anni.
Almeno fino a quando non hanno deciso, obtorto collo per le decisioni di Bruxelles (e con gli stessi rating), la stretta del credito, dimenticandosi del passato e della loro complicità nell’affossare i clienti.
Oggi, quindi, sono necessarie, per la sopravvivenza dell’azienda, alcune accortezze fondamentali che deve prendere per primo l’imprenditore.
La prima cosa che deve fare è capire che il bilancio della azienda e il bilancio familiare dei singoli soci sono due cose differenti.
Nelle imprese familiari si commette sistematicamente l’errore di non ripartire gli eventuali utili alla fine dell’esercizio, ma di considerare gli stessi come degli anticipi sui probabili redditi.
La maggior parte dei piccoli imprenditori (sistematicamente nelle imprese familiari), infatti, ha la percezione che la finanza di un’azienda altro non sia che un cassetto dal quale attingere soldi per fini personali: pagare la retta scolastica dei figli, mettere la benzina all’auto o comprare il regalo per il matrimonio di un parente.
Dovrebbe essere la norma che solo al 31 dicembre di ogni anno un imprenditore possa sapere se ha realizzato utili o perdite.
E solo a quel punto possa capire quanto spendere per le proprie esigenze personali oppure quanti soldi debba mettere, nel caso sia andato in perdita, di tasca propria per ripristinare il capitale.
Quelli familiari sono dei costi che molto spesso determinano degli scompensi finanziari e liti tra eventuali soci.
Da lì, se non se ne ha consapevolezza, il default è a un passo.
Ecco il motivo per cui è necessario che tutte le piccole imprese predispongano il budget familiare attraverso un programma Excel (ce ne sono tanti gratis sul web) che prenda in considerazione tutte le spese possibili e immaginabili cui va incontro la famiglia nel corso dell’anno: statisticamente sono i costi più difficili da tenere sotto controllo.
Spesso ho avuto a che fare con imprenditori che si lamentavano di aver chiuso l’esercizio in perdita salvo “scoprire” (dopo che li avevo sottoposti alla “violenza” del bilancio familiare) che, al lordo delle spese correnti dei familiari non espresse nel bilancio aziendale, quella impresa aveva prodotto utili che erano stati “anticipati” ai singoli soci.
Siamo all’anno zero e bisogna ripartire dalle basi per far crescere la cultura manageriale.
Se non facciamo maturare questa consapevolezza, siamo (consulenti e associazioni di categoria) corresponsabili del genocidio pensato e attuato dal sistema bancario.

La generosità? E’ contagiosa

Lun, 10/01/2018 - 02:14

È UNA delle caratteristiche che più ci distingue, nonché una delle chiavi di successo della nostra specie: la capacità di cooperare, e di farlo in maniera flessibile, a seconda del contesto e delle esigenze. Lo facciamo persino quando apparentemente non guadagniamo nulla in cambio, per esempio donando sangue o contribuendo a cause benefiche.
Ma più che un comportamento ereditato appare piuttosto come qualcosa che facciamo in virtù di quello che fanno gli altri membri del gruppo in cui viviamo. In altre parole è come se la cooperazione, ma anche la condivisione e persino la generosità, fossero contagiose, poco legate alle predisposizioni individuali.
A suggerirlo, alzando un velo su una caratteristica così umana ma difficile da spiegare, è oggi uno studio apparso sulle pagine di Current Biology, che ha analizzato il comportamento di alcuni membri degli Hazda, in Tanzania.

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