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Aggiornato: 2 ore 52 min fa

La Sea Watch, il giorno dopo.

Dom, 06/30/2019 - 12:44

I giornali italiani di oggi hanno quasi tutti in prima pagina la Sea Watch 3. Diversi i giudizi sull’accaduto, come potete leggere qui di seguito

Corriere della Sera: “Sea Watch, scontro con Berlino. La Germania protesta. Salvini: niente lezioni”

La Repubblica: “L’Europa sta con Carola. Parigi e Berlino: liberatela, chi soccorre non è un criminale”

La Stampa: “Arrestata capitan Carola. Parigi e Berlino: liberatela”

Il Messaggero: “Capitana arrestata, lite con la UE”

L’Avvenire: “Naufraghi a terra. A picco la ragione”

Il Mattino: “Arrestata la capitana Carola. L’UE accusa ma non aiuta”

Il Tempo: “Pure i parroci sono stufi dei migranti. Capitana PD sperona la GdF che la arresta”

Il Giornale: “Buonismo criminale. Arrestata la Capitana”

La Verità: “La ritirata dei disonorevoli. Via i pirati PD dal Parlamento”

Fonte immagine: https://sea-watch.org/it/

Gli strani casi dell’animo umano: “Le mutande da mani”

Dom, 06/30/2019 - 09:39

E già questo giustificherebbe l’oggetto di cui stiamo andando a parlare. Ma perché liquidare – ops – le “Mutande da mani” a semplice oggetto demenziale?

Vediamone i possibili usi, anche per ricostruire i percorsi mentali di chi ha ben pensato di creare, perfezionare e commercializzare tale capo.

1. È leggero, ergonomico, elegante. Lo slip da mani accompagna la linea delle dita, coprendo falange e falangina, ma lasciando scoperta una maliziosa falangetta. Il tutto, in un “si vede – non si vede” che di certo piacerà alle donne. #InUnUomoGuardoPrimaDiTuttoLeMani #CertoComeNo

2. Le mutande da mani sono un oggetto irrinunciabile per chi tiene particolarmente alla propria privacy o ha un destino oscuro da nascondere. Coprono, infatti, i palmi, contenendone i segreti. 
La vostra linea della vita è brevissima? Avrete 18 figli? Perché far fuggire un possibile partner già dal primo appuntamento?
#SiConsigliaSpogliarelloSoloDopoIlMatrimonio

3. Cenni etimologici: mutande deriva dal gerundivo latino “mutandae”, ovvero “da cambiarsi”. Così: volevo approfittare per ricordarvelo. #IlFineGiustificaGliIntermezzi

4. Ma quanto è eccitante per una donna notare che avete i calzini che fanno pendant con la maglietta? Immaginate il suo stupore, notando il coordinato mano – mutanda. #LaClasseNonÉAcqua #ForseÉMeglioCheSiaAcqua

5. Nel caso vi trovaste improvvisamente a camminare sulla mani, quanto sarebbe fastidioso doverle trascinare nude sul pavimento? Strofinereste le vostre parti più nobili al suolo senza alcuna protezione? Ah, e le mani sì? E chi sono, le figlie di nessuno? L’ultima ruota del carro?
#AttentiAParlareDiCarri #L’argomentoÉScivoloso #ConLeMutandeDaManiMagariSiScivolaMeno

6. Siamo riusciti, fin qui, a non fare alcuna allusione al fatto che le mani di molti indugino spesso all’interno delle mutande vere e proprie, già di loro. Continueremo a resistere; anche perché se il 95% delle suddette “HanderWear” è composto da Cotone, il restante 5% è di tale Spandex. #IlNomeZozzoDellElastame #Davvero #VaiAControllareAllora

La spiegazione reale sulle funzioni dell’oggetto, ovviamente, la dà il sito che lo vende. E che – sempre per il valido principio di Sant’Alfonso – riporteremo nella fedele traduzione di Google Translate: 

MUTANDE PER LE MANI

Sei davvero nude sotto quei guanti? 
Per amor del cielo, mettere su alcuni Handerpants! 
Questi 95% cotone, 5% spandex, 
guanti senza dita hanno l’aspetto di riassunti degli uomini. 
Trasferirle su sotto i guanti 
per calore supplementare e protezione da sfregamento! 
Li indossano in proprio come una dichiarazione di moda vagamente inappropriato. 
Centinaia di usi! Ottimo per nightblogging! 
Misura le mani più adulte. 
Il regalo perfetto per quella persona cui mani sono sempre fredde.

#RiassuntiDegliUomini #VagamenteInappropriato #Capito?

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

Il suicidio dei coralli: preferiscono le microplastiche al loro cibo naturale

Dom, 06/30/2019 - 09:00

Una recente ricerca condotta negli Stati Uniti ha dimostrato per la prima volta che una particolare specie di corallo si nutre di microplastiche, che trasportano batteri e portano gli animali alla morte. Un fenomeno che, secondo gli esperti, potrebbe interessare anche i coralli che formano la barriera corallina.

La bellezza dei coralli ti toglie il fiato, ma adesso a togliere il fiato letteralmente a queste straordinarie creature della natura potrebbero essere le microplastiche. Uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Università di Boston e pubblicato di recente sulla rivista Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences ha messo in evidenza per la prima volta che alcuni coralli si nutrono di piccolissimi frammenti di plastica, preferendoli al loro cibo naturale.
Questa dieta è particolarmente dannosa per loro dal momento che la plastica ingerita trasporta batteri in grado di ucciderli.

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«Così nel 2050 la civiltà umana collasserà per il climate change»

Sab, 06/29/2019 - 21:15

Un’allarmante analisi dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano delinea uno scenario in cui entro il 2050 il riscaldamento globale supererà i tre gradi centigradi, innescando alterazioni fatali dell’ecosistema globale e colossali migrazioni da almeno un miliardo di persone. Ecco cosa potrebbe avvenire anno dopo anno.

Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi. L’ultima occasione viene clamorosamente bruciata.

Il risultato è che nel 2030, come avevano ammonito tredici anni prima gli scienziati Yangyang Xu e Veerabhadran Ramanthan in una pubblicazione scientifica che aveva fatto discutere, le emissioni di anidride carbonica raggiungono livelli mai visti negli ultimi due milioni di anni. Nel ventennio successivo si tenta di porre rimedio alla situazione, ma è troppo tardi: nel 2050 il riscaldamento globale raggiunge tre gradi, di cui 2,4 legati alle emissioni e 0,6 al cosiddetto “carbon feedback”, la reazione negativa del pianeta al riscaldamento globale.

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Giochi verdi: ecco perché Milano-Cortina non dev’essere la solita olimpiade dell’inquinamento e dello spreco

Sab, 06/29/2019 - 15:00

Nella gara per le Olimpiadi invernali la tutela dell’ambiente era requisito essenziale. Milano-Cortina ha vinto anche per le sue proposte sul tema, ma resta ancora molto da fare: tra riscaldamento globale, turismo e alti livelli di CO2, l’impatto ambientale di questo grande evento resta alto.

Nella gara per ospitare le Olimpiadi invernali 2026 hanno vinto Lombardia e Veneto, insieme a Trentino-Alto Adige. A perder però potrebbe non essere stata solo la Svezia. Il grande evento, che indubbiamente avrà un impatto positivo sull’occupazione a medio termine, 8500 posti di lavoro previsti, potrebbe non essere così sostenibile e potrebbe incontrare più di una difficoltà a causa delle mutazioni del clima. Per il comitato organizzatore l’Olimpiade italiana risponde alle linee adottate dal Cio con la sua ultima riforma, la quale impone come requisito indispensabile per le candidature l’organizzazione di eventi a impatto ambientale contenuto e l’ottimizzazione di infrastrutture e sfruttamento del suolo. Ma il piano attuale di sostenibilità potrebbe non essere sufficiente a vincere la medaglia “verde”.

Uno dei principali problemi potrebbe essere lo scarso innevamento a causa del climate change. Secondo il climatologo Luca Mercalli, raggiunto da Linkiesta, «lo scenario climatico non può che essere ostile a questo evento. Passeranno altri 7 anni e le temperature medie aumenteranno. Certamente non farà più freddo di oggi. Sotto i 2000 metri la carenza di neve è già oggi un problema reale». Nel 2017, 57 delle 666 località sciistiche alpine non hanno potuto contare sui 30 centimetri minimi di neve per i tre mesi necessari ad assicurare la sopravvivenza nella stagione invernale.

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Ecofuturo 2019, quinto giorno

Sab, 06/29/2019 - 10:18

Sessione del mattino (Per un mondo senza plastica, dalle stampanti 3D ai biopolimeri)

Caldo torrido: come affrontarlo con 10 efficaci rimedi naturali

Sab, 06/29/2019 - 09:00

Dall’attività fisica all’alimentazione, dall’idratazione alla specifica cura della pelle: ecco come affrontare le alte temperature. Senza soffrire. Poche bevande zuccherate e pochi caffè. Ma molta acqua.

RIMEDI NATURALI CALDO

Si può affrontare il caldo torrido con l’aiuto dei rimedi naturali? E quali sono i migliori? Sono domande alle quali è facile dare una prima risposta generale: certo, ci sono difese semplici ed efficaci per resistere bene, senza soffrire e senza lamentarsi, alle alte temperature. Difese che vanno dall’attività fisica al cibo, da alcuni accorgimenti domestici ai ritmi da seguire durante le giornate torride.

COME COMBATTERE IL CALDO

Oltre all’utilizzo di ventilatori e impianti di climatizzazione, esistono diversi rimedi naturali che possiamo applicare per non farci sopraffare dal caldo africano di questi giorni. Li abbiamo raccolti per voi in un decalogo.

  • Non sottovalutate l’alimentazione: evitate i cibi che fanno aumentare la temperatura corporea: fra questi ci sono spinaci, radicchio, barbabietola rossa, cipolle e aglio, frutta secca e cibi fritti. I pasti devono essere composti in primo luogo da frutta e verdura. Non devono mai mancare nell’alimentazione quotidiana pescheciliegie, melone: sono dissetanti e donano energia.
  • Idratate l’organismo bevendo almeno due litri d’acqua al giorno e consumando tisane, ideali quelle a base di carciofo, betulla o tarassaco. Evitate le bevande industriali e zuccherate.
  • Non abusate con il caffè: l’uso eccessivo abbinato al caldo può causare tachicardia e disturbi del sonno. Optate invece per altre soluzioni naturali che hanno effetti simili alla caffeina, ossia piante come guaranàginseng o eleuterococco, sempre abbinati a una buona idratazione che si traduce nel bere molto!

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Immagine Pixabay

Anatomia umana: mi manca un pezzo!

Sab, 06/29/2019 - 08:00

Innanzi tutto vorrei ringraziarti per il fatto che stai leggendo questo articolo. La possibilità di incontrare su questo sito persone interessate a ragionare su temi strani è quel che mi dà la voglia di raccontare. Il ristorante di Alcatraz è un posto dove si fanno conversazioni straordinarie e nascono idee, ed è già un lusso enorme… Avere poi chi ha voglia pure di leggerle queste idee è il massimo. Grazie.

La questione che vorrei sottoporti oggi nasce dalla constatazione di una situazione curiosa e stupefacente.
Solo negli ultimi decenni è iniziata a circolare una domanda: ma come fa il corpo a regolare l’enorme varietà di funzioni fisiologiche?
A rigor di logica ci dovrebbe essere una centrale operativa globale che tiene sotto controllo temperatura, pressione sanguigna, respirazione, digestione, produzione di enzimi, proteine, funzioni depurative, espulsive, eccetera.
In ogni minuto le variazioni del mondo intorno a noi, le emozioni che proviamo, quel che pensiamo, interagisce alla velocità della luce con tutte le funzioni organiche.
Costantemente il nostro corpo compie un numero spropositato di regolazioni di sistemi che si influenzano reciprocamente. È un compito veramente notevole che richiederebbe una quantità di computer. Un lavoro che verrebbe da pensare sia svolto da un organo bello grosso.
La questione diventa ancora più affascinante proprio se si considera che non c’è da nessuna parte nel nostro corpo un organo di controllo e ottimizzazione globale. Né piccolo né grande.
Alcuni pensano che questo lavoro lo svolga una parte del cervello. Ma in effetti non è così. Alcune funzioni vengono espletate dalla materia grigia ma non abbiamo nessun elemento che ci faccia pensare che sia nel cranio il sistema di controllo globale.
Quella che sto ponendoti non è solo una questione scientifica. L’idea che hai in proposito può incidere in modo determinante sulle tue scelte quotidiane, sulle tue strategie e sull’idea che hai del futuro del mondo.
Se io vedo il corpo umano come una serie di organi che lavorano ognuno per i fatti suoi e non riconosco l’esistenza di una intelligenza fisiologica sarò portato a vedere allo stesso modo la mia famiglia. Quando litigo con mia moglie posso concentrarmi su quello che lei ha fatto e che mi ha offeso, oppure posso vedere quello che succede tra di noi non in termini di scontro tra due individui ma come risultato di un’interazione. Guardo la questione ampliando il mio orizzonte. Lei mi ha detto una frase scortese ma dietro questa azione c’è magari il fatto che sto lavorando troppo e sono stanco e spesso sono incapace di relazione e mi chiudo mettendomi a fare un videogame… Se inizio a guardare in questo modo la mia relazione vedo aspetti che prima non vedevo. Effetti di atteggiamenti reciproci. E magari scopro che la soluzione non è discutere ogni singola colpa e ogni singola causa ma inventarsi qualche cosa di nuovo da fare assieme che porti a superare il momento di difficoltà di comunicazione.
E se credo che il mio corpo abbia un’intelligenza fisiologica magari posso essere più ottimista sui destini dell’Italia e pensare che un popolo dove un cittadino su 10 fa volontariato solidale e una famiglia su 5 ha adottato un’altra famiglia che è in difficoltà e l’aiuta in modo continuativo, un popolo presso il quale è diffusa la sensibilità e la dimestichezza con il bello (abbiamo arte ovunque) possa trovare una botta di intelligenza collettiva tale da uscire da questa fase disastrosa. E magari un evento che mi pare negativo apre a sviluppi positivi che non riesco a immaginare.

Ma torniamo alla domanda iniziale: dov’è il centro di controllo globale umano?
Per affrontare questa questione dobbiamo innanzi tutto partire da due libri fondamentali.
Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi sono gli autori di Vita e natura, una visione sistemica edito da Aboca, un libro fondamentale perché mette insieme tutte le ricerche sul modo utilizzato dalla natura per autoregolarsi.
In sostanza si è scoperto che non si riesce a capire la natura se la si spezzetta in singoli fenomeni.
Il mare, una foresta, l’intero pianeta sono sistemi sinergici dominati dal principio della cooperazione.
Ad esempio, la Teoria di Gaia parte dall’osservazione del fatto che il clima terrestre risente meno di quel che si potrebbe pensare dell’aumento periodico del calore del sole. Gli scienziati da tempo hanno osservato che è come se la Terra reagisse all’aumento dell’insolazione mettendosi gli occhiali scuri.
I sostenitori della teoria sistemica osservano che l’aumento della capacità dell’atmosfera terrestre di filtrare dei raggi solari, che avviene grazie al cambiamento della composizione chimica, comporta una serie enorme di modificazioni che coinvolgono batteri, piante e una serie di reazioni chimiche che a loro volta innescano altre modifiche comportamentali nelle creature viventi. In pratica, per aumentare la capacità di filtro dell’atmosfera tutto il Sistema Terra deve cooperare, a tutti i livelli.
La teoria sistemica si basa sull’idea che questi cambiamenti non avvengano grazie all’azione di una supercoscienza planetaria ma grazie a una serie complessa di reazioni automatiche.
Tutta la scuola sistemica è oggi impegnata principalmente a capire la natura di questo automatismo.
Si tratta infatti di un fenomeno molto raffinato.
Possiamo dire che se sotto una pentola piena d’acqua accendo un fuoco l’acqua si scalda in modo automatico.
La questione diventa complicata quando osserviamo reazioni automatiche molto complesse che non prevedono solo azione e reazione ma la necessità di compiere misurazioni, valutazioni, e scelte tra diverse possibilità di reazione.
Parla in modo affascinante di questo tema la prima parte del libro Biologia delle Credenze di Bruce Lipton. Qui si spiega che è errata l’idea che le decisioni prese dalla cellula siano frutto delle conoscenze contenute nelle sequenze di aminoacidi del Dna.
Il Dna fornisce le informazioni che permettono di costruire gli elementi della cellula e ne determinano la natura. Ma non decide cosa la cellula deve assorbire o espellere né quando è ora di replicarsi. Non decide neanche quali proteine produrre. Anzi le produce in un numero di varietà molto limitato ed è poi qualche altro meccanismo a determinare tutte le varietà di proteine necessarie, momento per momento; e provoca modificazioni nelle proteine di base che danno loro particolari proprietà. E questo avviene sulla base di valutazioni molto complesse delle situazioni interne ed esterne alla cellula.
L’idea è che questo lavoro avvenga sulla base di un sistema di azione-risultato-valutazione del risultato. Gruppi di risultati relativi a una funzione si interfacciano con risultati ottenuti da altre funzioni e azioni e controreazioni determinano in modo meccanico ma estremamente complesso una serie di scelte finali.
Il fatto che gli organismi viventi e addirittura le singole parti delle cellule, siano capaci di produrre azioni che potremmo giudicare in qualche modo intelligenti è affascinante e sta all’origine del mistero della vita.
Per spiegare perché le decine di componenti complesse necessarie a formare una cellula elementare si siano prima assemblate e abbiano cominciato a esistere e poi si siano fuse in un unico organismo è necessario ipotizzare un disegno divino oppure meccanismi insiti nella natura degli atomi e delle molecole che spingono naturalmente a scambiare segnali e reagire reciprocamente. Questa seconda ipotesi in realtà non è in contraddizione con la prima: potremmo benissimo dire che Dio ha agito per creare l’universo non costruendolo pezzo per pezzo ma creando particelle che contengono l’impulso a interagire. Questo impulso, agendo come un frattale, ha determinato lo sviluppo di sistemi di relazione sempre più complessi.
Bruce Lipton, andando alla ricerca del centro decisionale della cellula, arriva a formulare l’ipotesi, molto credibile, che questa funzione risieda nella membrana cellulare.
Essa è formata da un tessuto cosparso da fessure. Attraverso questi orifizi la cellula assorbe tutte le sostanze di cui necessita ed espelle gli scarti. Quindi, ogni volta che una molecola si avvicina alla cellula, la membrana valuta i segnali che le giungono da questa molecola, decide se si tratta di una sostanza di cui ha bisogno in quel momento e se la risposta è positiva apre un orifizio e la risucchia. La stessa complessa operazione la svolge rispetto alle sostanze interne: decide cosa non deve uscire dalla cellula e cosa deve essere buttato fuori. Ed è la membrana che decide quali e quanti tipi di proteine si devono sviluppare provocando le mutazioni necessarie al benessere del sistema.

Ora credo sia più chiaro il senso della mia domanda iniziale.
Per spiegare come funziona la fisiologia umana dobbiamo ipotizzare che esista una parte anatomica che svolge una funzione regolatrice simile a quella che nella cellula è espletata dalla membrana esterna.
In effetti io non ho una risposta. Ma credo che sapere che è questa domanda la linea di confine sulla quale sono impegnati molti scienziati, ed è interessante perché ci spinge a mettere in crisi alcune idee che derivano da modelli della natura che ormai sono antichi. È la scienza stessa che mette in crisi il nostro modo di pensare.

Oggi grazie agli studi della Margulis sappiamo che non è vero che la cellula è un organismo unitario, come abbiamo studiato a scuola.
In realtà è una cooperativa, l’unione tra elementi che esistevano separatamente, infatti il mitocondrio c’era già prima della cellula, esisteva in modo indipendente. La cellula non nasce dal casuale fondersi di molecole semplici ma dall’unione di sistemi complessi, agglomerati di molecole che pur non potendo essere definiti creature viventi erano comunque in grado di generare modificazioni della realtà. Questo fatto genera stupore. Non c’era ancora la vita ma già la materia tendeva ad auto-organizzarsi in sistemi molecolari capaci, ad esempio, di convertire lo zucchero in calore. 
Perché lo facevano? Cosa ci ricavavano? Non erano esseri viventi, non mangiavano, non dovevano replicarsi, non avevano la possibilità di desiderare di muoversi.
Eppure tendevano ad assemblarsi, generare cambiamenti intorno a loro, creare tessuti sistemici. È come se la capacità di produrre azioni fosse un prerequisito della materia stessa, uno sviluppo inevitabile insito delle componenti più primitive e minute dell’universo. Un fenomeno che si sviluppa in modo frattale.

La società capitalista ha generato un modello dell’universo basato sulla divisione e la competizione. Ha letto come frutto di scontro (la lotta per la sopravvivenza) il processo evolutivo e ha spezzettato tutti i fenomeni andando a descriverli come entità separate. La rivoluzione culturale che ha sconvolto il nostro modo di vivere a partire dal 1968, ha generato invece un’idea del mondo che spiega le galassie e la vita con l’esistenza di una universale qualità cooperativa, un impulso alla relazione basata sul mutuo scambio di segnali ed energie. L’esistenza di diverse polarità nelle particelle elementari è la qualità che rende possibile e inevitabile il formarsi di aggregazioni. Senza questa qualità delle particelle più minute e dell’insieme dell’universo, non avremmo stelle, pianeti e galassie ma uno sterminato pulviscolo indifferenziato.
Comprendere questo fenomeno è per la fisica è come comprendere dov’è il centro di coordinamento per la fisiologia.

Intanto che aspettiamo che qualcuno dimostri di aver scoperto dove si trova il centro di coordinamento fisiologico nell’essere umano possiamo però segnalare che esistono ipotesi.

La medicina cinese antica descrive il corpo come un insieme di organi e funzioni collegati tra loro da una serie di canali nei quali scorre l’energia vitale. Quando in un organo c’è troppa energia o ce n’è troppo poca esso non funziona bene. Questa energia viaggia da un organo all’altro, genera il lavoro fisiologico… Ogni organo si nutre di una certa energia e a sua volta la fornisce all’organo successivo in una catena che può anche essere vista come un sistema di ottimizzazione energetica reciproca. 
Questo modello potrebbe essere usato per immaginare un sistema di autoregolazione dell’organismo.
Per decenni la scienza ufficiale non ha riconosciuto l’esistenza fisiologica dei canali cinesi. Solo negli anni ’90 un gruppo di ricercatori (tra i quali l’amico Saudelli) hanno fotografato, grazie a un liquido di contrasto, l’esistenza di una rete sottocutanea chiaramente visibile, corrispondente ai canali antichi e non assimilabile a nulla che fosse allora presente nell’inventario delle parti anatomiche umane.
 
Un’altra idea affascinante è che il luogo della coscienza fisiologica sia nella parte meno considerata del corpo umano: la sostanza che si trova tra una cellula e l’altra e che è quindi presente in tutte le parti del corpo.
E potremmo pensare che le linee di tensione polarizzata che scorrono nel corpo e che i cinesi chiamano canali energetici, siano  le dorsali appenniniche della fibra ottica lungo le quali viaggiano le connessioni tra le aree della sostanza intracellulare.
Sarebbe anche un’ipotesi divertente per la sua risonanza con le ultime scoperte della fisica.
Negli anni ’80 frequentavo alcuni fisici fanatici che sostenevano che la maggior pare della materia è invisibile ed è questa parte invisibile all’origine dei fenomeni strani che la fisica quantistica rileva. A distanza di 20 anni questi deliri sono diventati scienza ufficiale e in tutte le università del mondo si insegna che la materia oscura è addirittura il 90% dell’universo e ovviamente determina in modo potente la natura delle cose.
Un vero schiaffo per la scienza che per decenni era prigioniera di un’idea del mondo nella quale le cose più importanti sono quelle più grosse, i grandi generali fanno la storia e nel rapporto sessuale la parte attiva è quella che entra, mentre la parte ricettiva, quella che prende, viene considerata passiva. Eppure prendere è un verbo che implica anche un significato estremamente attivo (prendo i soldi e scappo).
Troverei divertente se si scoprisse che la vile sostanza intracellulare, considerata alla stregua di un semplice riempitivo, con una funzione paragonabile a quella delle palline di polistirolo per l’imballaggio, sia in realtà il luogo della coscienza fisiologica… Siamo su questo pianeta per stupirci.

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Da grande farò il gestore delle acque!

Sab, 06/29/2019 - 02:37

Partner della FAO nell’ambito del programma WASAG, e sostenuta anche dal mondo dell’Arte con aste dedicate di Christie’s, la Water Academy SRD è un master online unico nel suo genere, che vanta un comitato scientifico eccellente e offre una specializzazione del tutto particolare a studenti di tutto il mondo, «alcuni dei quali hanno assunto già ruoli di responsabilità nelle istituzioni e nei centri di ricerca dei rispettivi Paesi di origine», spiega Alessandro Leto, direttore di WASRD. «Il progetto è stato lungamente meditato assieme a Giancarlo Olgiati, che lo ha co-fondato con me. L’idea è quella di radicare una nuova cultura dell’acqua, basata su principi di sviluppo sostenibile, ma in modo “olistico”, orizzontale, capace cioè di fondersi nei vari campi disciplinari, fornendo ai nostri studenti una “cassetta degli attrezzi” intellettuale, che li aiuti a comprendere e analizzare l’insieme della realtà, per risolvere problematiche così complesse».

Attivi nell’alta formazione con un master on line in inglese da 60 crediti, realizzato insieme all’Università Internazionale Telematica UniNettuno, WASRD organizza ogni anno anche convegni dedicati a temi specifici riguardanti le risorse idriche, con pubblicazioni scientifiche e progetti multimediali.

La sfida più importante? «Si stima che nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà 9 miliardi di persone, e lo sforzo che il nostro pianeta dovrà sopportare per sfamare tutti sarà sostanzialmente insostenibile, almeno ai ritmi attuali. Se a questo aggiungiamo che circa il 70% dell’acqua dolce disponibile è sfruttata a uso agricolo, allora comprendiamo l’importanza di pratiche irrigue innovative, l’importanza di poter disporre di politiche di contrasto all’abuso, alla dissipazione e alla contaminazione delle acque. Si tratta di una sfida epocale che, assieme alla Fao, che ci ha incluso nella sua task force, portiamo avanti con orgoglio”.

Leto mi parla da Pechino, dove è stato chiamato in questi giorni per contribuire ad affrontare la questione sostenibilità rispetto al progetto della Nuova Via della Seta, all’International Conference on Silk-road Disaster – Risk Reduction and Sustainable Development, organizzato tra gli altri dall’Onu. «Il governo cinese sta dimostrando – anche con questo impegno preso con le Nazioni Unite – un interesse serio e programmatico a rispettare un bene così prezioso per l’umanità: l’ambiente naturale e le sue risorse».

Il master “Water Awareness, Consciousness, Knowledge and Management” è giovane. Giunto quest’anno al suo 2° anno accademico, ha al momento circa 30 iscritti. «Si tratta soprattutto di studenti dall’Africa, dal Vicino e Medio Oriente – continua Leto – tutti molto motivati e impegnati nel fare la differenza all’interno delle loro comunità di appartenenza. Si impegnano per garantire un futuro alle loro società, con dinamismo e grande determinazione, resistendo alla tentazione della migrazione. Molti sono anche gli studenti europei e asiatici interessati alla nostra offerta formativa, attratti dalla consapevolezza che le competenze sui temi ambientali hanno oggi una valenza generale, nelle relazioni internazionali come nelle aziende, nella pubblica amministrazione, o ne i media, nel settore privato come in quello pubblico». Grazie alle aste organizzate da Chritstie’s, tra l’altro, sono previste borse di studio agli studenti più meritevoli.

Basta analizzare i Sustainable Development Goals dell’ONU per capire che qualunque attività antropica ha un impatto diretto o indiretto con, per e sull’acqua. «La rigida verticalizzazione del sapere, negli ultimi decenni, ha sostanzialmente impedito l’osmosi del sapere stesso – conclude Leto – e l’ibridazione delle conoscenze, portando a una difficoltà di dialogo reciproco fra i diversi settori scientifici e di ricerca. L’obiettivo che ci siamo proposti è quello di superare questa impostazione e di rivitalizzare il dialogo orizzontale fra le scienze, consentendo alla ricerca di espandere i propri effetti anche al di fuori degli ambiti in cui nasce. C’è bisogno di una nuova classe dirigente, adeguatamente formata, consapevole dell’importanza dell’acqua in ogni aspetto della nostra vita quotidiana».

Basta analizzare i Sustainable Development Goals dell’ONU per capire che qualunque attività antropica ha un impatto diretto o indiretto con, per e sull’acqua. «La rigida verticalizzazione del sapere, negli ultimi decenni, ha sostanzialmente impedito l’osmosi del sapere stesso – conclude Leto – e l’ibridazione delle conoscenze, portando a una difficoltà di dialogo reciproco fra i diversi settori scientifici e di ricerca. L’obiettivo che ci siamo proposti è quello di superare questa impostazione e di rivitalizzare il dialogo orizzontale fra le scienze, consentendo alla ricerca di espandere i propri effetti anche al di fuori degli ambiti in cui nasce. C’è bisogno di una nuova classe dirigente, adeguatamente formata, consapevole dell’importanza dell’acqua in ogni aspetto della nostra vita quotidiana».

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Il gusto amaro delle nocciole

Ven, 06/28/2019 - 21:30

L’odore si sente prima ancora di entrare: un miscuglio di cacao e nocciole tostate che risveglia ricordi d’infanzia. Dentro il capannone, un macchinario fa scivolare su un nastro pannelli di cialde concave, che vengono riempite una a una di crema di cioccolato. Su un nastro parallelo scorrono altre cialde, su cui sono fatte cadere delle nocciole intere. Il processo è totalmente meccanizzato. Ma a ogni fase due operai controllano che non ci siano sbavature: che la crema di cacao non tracimi, che le nocciole siano della giusta dimensione, che le forme siano perfette. Poi le cialde sono chiuse e i gusci sono inondati da due colate di cioccolato fuso e granella di nocciole. Alla fine del percorso, confezionati nel tipico incarto color oro, compaiono i Ferrero Rocher. […]

Quella della Ferrero è la storia di una famiglia di pasticcieri diventati proprietari di un’azienda che nel 2018 aveva un fatturato di 10,7 miliardi di euro, 94 società e 25 impianti produttivi sparsi in cinque continenti. Un’azienda che, nonostante le dimensioni e le ambizioni crescenti, rimane a gestione familiare: non si quota in borsa e vuole mantenere, per quanto possibile, un profilo basso e una discrezione quasi ossessiva. Rarissime sono le visite allo stabilimento concesse ai giornalisti. All’interno è vietato fare foto. Alcune linee di produzione non sono visitabili. “Gli impianti sono progettati e brevettati da personale interno alla ditta, in modo da impedire al massimo la diffusione di segreti industriali”, sottolinea all’inizio della visita un responsabile della comunicazione. […]

Lavoro e sfruttamento
Oggi si direbbe che la Nutella è un prodotto glocal, capace di mescolare sapientemente il locale con il globale. La fabbrica principale è ad Alba, ma le materie prime con cui la si confeziona vengono da mezzo pianeta: olio di palma dal sudest asiatico (Indonesia e Malesia), cacao dall’Africa occidentale e dall’Ecuador, zucchero da barbabietola europeo e da canna sudamericano. E poi le nocciole. Oggi la richiesta da parte dell’azienda è diventata gigantesca. “Usiamo nocciole che provengono da diverse aree del mondo”, sottolinea Marco Gonçalves, amministratore delegato della Ferrero Hazelnut company, la divisione dedicata alla nocciola. “La nostra politica è diversificare le fonti di approvvigionamento, ma il principale mercato di rifornimento rimane la Turchia”.

Con circa il 70 per cento della produzione mondiale, la Turchia è la leader del mercato. Lungo le rive del mar Nero, a partire dalle zone a poca distanza da Istanbul fino al confine con la Georgia, i noccioleti dominano incontrastati il paesaggio. Sono 700mila ettari, fatti per lo più di appezzamenti di dimensioni ridotte, gestiti da piccoli proprietari che vendono a intermediari, i quali a loro volta rivendono agli esportatori e alle industrie di trasformazione.Continua a leggere su INTERNAZIONALE.IT

Brasile, emergenza febbre dengue: +163% di morti in sei mesi

Ven, 06/28/2019 - 17:00

Dal 30 dicembre all’8 giugno le persone decedute a causa della malattia sono state 366. Alla diffusione del morbo hanno contribuito le pesanti piogge e le temperature sopra la media degli ultimi mesi.

In Brasile continua l’emergenza legata alla febbre dengue, la malattia infettiva tropicale causata dalla zanzara Aedes. Secondo il ministero della Salute locale le morti negli ultimi sei mesi sono aumentate del 163% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In tutto le persone decedute a causa della malattia dal 30 dicembre all’8 giugno sono state 366. Gli esperti del dicastero brasiliano hanno registrato inoltre un totale di 1,1 milioni di probabili casi di dengue, con un aumento del 561% rispetto ai primi sei mesi del 2018. Già lo scorso maggio lo stato di Minas Gerais aveva dichiarato lo stato di emergenza sanitaria a causa del moltiplicarsi di casi legati alla malattia.

Le condizioni climatiche hanno favorito la diffusione

Il ministero della Salute brasiliano ha spiegato che alla diffusione della malattia hanno contribuito le pesanti piogge e le temperature sopra la media degli ultimi mesi, che hanno permesso la proliferazione delle zanzare. La febbre dengue infatti, come spiega l’Istituto superiore di sanità, viene trasmessa agli esseri umani mediante le punture di questi insetti che hanno, a loro volta, morso precedentemente una persona infetta. 

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EcoFuturo 2019, quarto giorno

Ven, 06/28/2019 - 15:14

Sessione del mattino (Dal dual fuel all’elettrico, l’energia duale)

"DAL DUAL FUEL ALL’ELETTRICO – L’ENERGIA DUALE".Le rottamazioni precoci sono un crimine climatico: come riconvertire ad elettrico o dual-fuel i vecchi motori circolanti (auto, camion, navi).

Pubblicato da EcoFuturo Festival su Venerdì 28 giugno 2019

Sessione del pomeriggio (Risparmiare il mondo)

Ecco la sessione pomeridiana di Ecofuturo Festival da Padova: "RISPARMIARE IL MONDO"Lo spreco energetico vale oltre un quarto del PIL italiano, le risorse finanziarie di questo spreco vanno alle major fossili mondiali e distrugge il clima. Recuperare questa ricchezza, risparmiando il mondo ci promette un futuro di prosperità modera la sessione Maurizio Fauri (Ecofuturo / UniTN)La gestione integrata dei rifiuti – Francesco Girardi (ASA Tivoli)I sistemi di compostaggio a biocelle – Giulio Ferrari (GFambiente)“Coibentare 10 milioni di abitazioni”: una proposta di legge – Emilio MolinariIl polistirolo riciclato per l’edilizia – Mirko Gaggelli (Espansi Tecnici)“Sigilla il tubo” – Fabrizio Piomboni (PEF)Samuele Trento – Autore del libro sulle pompe di caloreGiuseppe De Natale (INGV-Osservatorio Vesuviano)I teleriscaldamenti geotermici – Alessandro Murratzu (Idrogeo)I nuovi contratti di Rendimento Energetico – Stefano Maestrelli (ASL Toscana Nord Ovest)La proposta di legge sul Reddito Energetico – Antonio Salvatore Trevisi (Cons. Reg. Puglia M5S)

Pubblicato da EcoFuturo Festival su Venerdì 28 giugno 2019

Lo sterminio dietro l’abitudine

Ven, 06/28/2019 - 15:00

Il motivo per cui ciascuno di noi – bianchi, europei, che hanno il privilegio di avere gli stermini del ventesimo secolo alle spalle – dovrebbe andare a visitare almeno una volta un campo di concentramento nazi-fascista, o uno dei luoghi che ospitavano i gulag comunisti di epoca sovietica, è per ammirarne le dimensioni. Erano intere città, vaste e fortificate, sorgevano su colline o su larghe pianure come castelli d’altri tempi contornati di capitelli, con un certo stile, mentre all’interno si trituravano silenziosamente persone. A instillare terrore nelle nostre teste tranquille, sedate da decenni privi di guerre nel nostro continente, devono essere le estensioni di queste costruzioni, la loro razionalità e la loro efficienza, che ci costringano finalmente ad abbracciare la verità che anche da lontano condividiamo con i nostri antenati di ogni epoca, ovvero che gli orrori si sono assemblati in passato pietra dopo pietra, nel tempo, adiacenti alle nostre case, con una progressione costante che ha permesso a ciascuno di vivere lo scempio come un’abitudine.

Decenni di film sulla Seconda Guerra Mondiale ci hanno convinti che i regimi oppressivi del passato, che hanno incendiato le strade d’Europa, furono capolavori di geni del male, resi possibili da generazioni di nostri progenitori particolarmente stupidi, inetti o disattenti. La visione di questi campi di sterminio, invece, riporta il discorso sui fatti, che non riescono a mentire: l’orrore ha proliferato quando, consentendo alla mediocrità di assurgere al potere, lo si è reso cronaca, poiché alla comodità della normalità nessun uomo, ovunque nella storia, è riuscito mai ad opporre facilmente il proprio diniego.

Mentre affrontiamo le nostre scialbe routine, aumentando artatamente e costantemente la dimensione reale dei nostri problemi inventandoci vittime di eterne ed impalpabili crisi, milioni di extracomunitari ci passano accanto, lavoratori senza uno straccio di documento. Sono manodopera che non ha diritto neanche ad un ospedale perché priva di un visto o di una assicurazione che copra le spese. Ragazzi e ragazze neanche ventenni tornano a casa in Bielorussia, in Ucraina o in Moldavia, decine di ore di autobus, per farsi curare una appendicite, solo per poter mantenere un impiego al di fuori di ogni regola, assecondando la ridicola richiesta del nostro continente di difendere i confini, preservare le culture, conservare le radici – le ragioni ufficiali sono rimaste le medesime, esse non sono mutate dai tempi di Mauthausen o Kolyma.

Quando il sopruso è cronaca non contano più le dimensioni. I campi diventano allora mastodontiche cittadelle che si tramutano in opere invisibili agli uomini e alle donne. Si passa dunque il caso ai legali che infilandosi in ogni anfratto formale acquietino le nostre coscienze stabilendo – per legge, come fa la Corte Europea dei diritti dell’uomo  – che sostare per giorni in mezzo al mare non è poi così drammatico.

Questi barconi sono già finiti tra le cianfrusaglie dei banali argomenti utili a un breve scambio di parole. Come per i campi di concentramento, le dimensioni di questa macchina tritacarne è impressionante, pervasiva. Tra qualche decennio altri e nuovi visitatori dei lager dovranno far rotta a sud, triangolando sulle mappe del Mediterraneo. Cercheranno una spiegazione plausibile a questa decisione apparentemente lucida di disfarsi di corpi, di visi, di storie, ammassarli come mondezza. Anche loro si chiederanno come sia stato possibile che ciò avvenisse in un torpore etico così diffuso. Forse anche loro, peccando di presunzione o inesperienza, immagineranno che le generazioni precedenti fossero particolarmente vulnerabili o più ignoranti delle successive. Anche a loro verranno offerti film e documentari del passato, anche loro avranno le pellicole d’epoca per immaginare che tutto il male avvenuto era sospeso in un tempo diverso, strano.

L’incantesimo durerà sempre fino al giorno in cui si mette piede in un campo di concentramento vero. A Theresienstadt. O sulla Sea Watch 3. Dovunque piacerà loro.

In copertina: Pianta del complesso di Theresienstadt – Fonte Wikipedia

Rifiuti tecnologici, cresce il riciclo in Italia: cosa fare quando si butta via uno smartphone

Ven, 06/28/2019 - 12:15

Il report annuale del Consorzio Remedia: nel 2018 gestite in totale 310mila tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettroniche, il 34 per cento in più rispetto al 2017. Il direttore generale Bonato: «Ma per arrivare ai livelli europei serve cambiare la cultura delle persone»

RAEE, aumenta il riciclo in Italia

Cosa farsene di un Pc o uno smartphone mezzo rotto? Solo un terzo degli italiani sa la risposta. Così risulta a Remedia, uno dei Consorzi più attivi nello smaltimento e riciclo dei Raee, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Che hanno un forte impatto ambientale ed economico se non gestiti nel modo corretto. La situazione, però, migliora di anno in anno: la raccolta nel 2018 in Italia nel 2018 è stata pari a 310.610 tonnellate. di cui quasi 125 tonnellate sono state smaltite da Remedia, che si conferma leader del settore. Nel suo report annuale aggiunge di aver registrato un incremento del 36 per cento rispetto al 2017, segnale che qualcosa sta cambiando. «La sensibilità sta crescendo — ci spiega il Direttore Generale Danilo Bonato — e c’è quindi più propensione per gestire in modo differenziato questo tipo di rifiuti». Non abbastanza però. È un tema culturale che va cambiato». In Italia siamo al 40% circa di tasso di raccolta di Raee. Ancora lontani dall’obiettivo del 65% imposto dall’Ue. Cosa fare, dunque, quando ci si ritrova in casa un elettrodomestico rotto, uno smartphone danneggiato, un Pc da buttare?

I contenitori nei punti vendita

Seguiamo dunque il percorso corretto che uno smartphone rotto dovrebbe fare per essere smaltito e per entrare nell’economia circolare che permette il riciclo dei suoi componenti. Il primo gesto è recarsi presso un punto vendita della distribuzione di prodotti elettronici. In ognuno di questi negozi è presente un contenitore per la raccolta di RAEE. Il servizio è oggi obbligatorio e per il consumatore molto semplice da utilizzare. Non c’è bisogno di firmare nessun modulo, né di fornire nessun dato. Esistono due tipologie di contenitori: 1contro1 (ovvero quelli che, alla riconsegna, permettono di avere uno sconto sull’acquisto di un nuovo dispositivo) e 1contro0 (semplicemente si inserisce il prodotto da buttare senza nessun vincolo). «A noi risulta che solo un terzo degli italiani sa dell’esistenza di questi contenitori — aggiunge Bonato — Un terzo è poco, tenendo conto che un nucleo domestico di ¾ componenti compra almeno 20 apparecchi elettronici in un anno. E sono sempre più in crescita. Dovrebbero essere informati che la riconsegna è per il benessere di tutti».

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Rallentare la Sla con la stimolazione magnetica

Ven, 06/28/2019 - 10:38

RALLENTARE la progressione della Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) con l’ elettroceutica, una tecnica di stimolazione magnetica cerebrale non invasiva, fatta direttamente a casa anziché in ospedale. E’ il progetto pilota sviluppato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma e l’Istituto Auxologico Italiano IRCCS di Milano, grazie al sostegno della “Fondazione ‘Nicola Irti’ per le opere di carità e di cultura”, presentato oggi a Roma.

Una patologia in cerca di cure

La Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) è una patologia neurodegenerativa a progressione rapida e una prognosi infausta che coinvolge il primo e il secondo neurone di moto. Attualmente non esistono terapie in grado di modificare in modo significativo il decorso di malattia, ma a partire dal 2004, una serie di studi preliminari condotti da Vincenzo Di Lazzaro, direttore dell’unità operativa complessa di Neurologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma, suggerisce che è possibile rallentare significativamente la progressione della Sla utilizzando tecniche di stimolazione magnetica cerebrale non invasiva.

Una cura a domicilio

La sperimentazione è innovativa anche perché l’applicazione della stimolazione elettroceutica non viene fatta in ospedale ma al domicilio del paziente, per valutare l’efficacia di una stimolazione ripetuta e protratta. “Oggi – spiega Vincenzo Di Lazzaro – abbiamo finalmente a disposizione una metodica di stimolazione che i pazienti possono utilizzare facilmente a casa loro tutti i giorni. La nostra speranza è che una stimolazione cerebrale transcranica prolungata possa avere una maggiore efficacia nel ridurre la progressione della Sla. Infatti, da molti anni abbiamo dimostrato che la stimolazione magnetica effettuata per brevi cicli sembra determinare una lieve riduzione della velocità di progressione della malattia. Con questa nuova sperimentazione faremo per la prima volta il salto da una forma di stimolazione episodica in ospedale ad una stimolazione protratta e prolungata che i pazienti potranno gestire autonomamente venendo in ospedale solo per i periodici controlli”, conclude Di Lazzaro.

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Foto di Zoran Stupar da Pixabay

Ponte Morandi: diretta della demolizione e storia del crollo

Ven, 06/28/2019 - 10:06
Demolizione Ponte Morandi, il giorno dell’esplosione: diretta video
Local Team

Dalla stampa nazionale:

Con un sordo boato, la dinamite e il plastico collocati su piloni e stralli delle pile 10 e 11 dell’ex viadotto Morandi hanno fatto collassare la struttura. Forte emozione da parte del sindaco Marco Bucci che con il governatore Giovanni Toti e i ministri dell’Interno Matteo Salvini, dello sviluppo economico Luigi Di Maio e della Difesa Elisabetta Trenta ha assistito all’implosione controllata.
Le operazioni di ‘implosione controllatà, guidata dall’esperto esplosivista Danilo Coppe sono avvenute nel rispetto dei modi e dei tempi annunciati. A 11 mesi dalla tragedia che ha sconvolto Genova, nella zona est del cantiere lungo il Polcevera può definitivamente partire la ricostruzione. (Fonte: ILMESSAGGERO)

  • VECCHIO PONTE MORANDI, NON CI MANCHERAI TU MA IL SIMBOLO DI UN CORAGGIO CHE L’ITALIA HA PERSO . Genova. Ognuno ha la propria storia legata al ponte Morandi. Come per le torri gemelle o per Notre Dame, per i mondiali del 1982 o per il capodanno del 2000. Ognuno – nel momento della condivisione – sente la necessità di raccontare il filo che unisce la “cosa” pubblica alla propria esistenza.

Per chi vi sta scrivendo, il Morandi, era un varco tra la periferia e la città, era la “A” di Parigi – come la chiamavamo da piccoli io e mio fratello – era la scaramanzia che imponeva di non parlare mentre ci passavi sotto: “se no ti interrogano”. Era un mostro immobile e tutto sommato buono da guardare con riverenza, le poche volte che per un ingorgo, una nevicata o chissà perché, ti trovavi a percorrere via Fillak a piedi e non su un autobus. Era sempre piena di foglie secche e cartacce. Mai stata un grande boulevard, via Walter Fillak. […]Fa effetto pensare che un qualcosa di così discusso, amato e odiato, ma soprattutto utilizzato scompaia. Eppure il punto è proprio questo: non ci dovrebbe fare effetto che un ponte costruito negli anni Sessanta e considerato fragile persino dal suo stesso padre, Morandi, venga ricostruito.

[…] Riccardo Morandi invece, insieme a Pier Luigi Nervi tra gli ingegneri-architetti più importanti del Novecento italiano, osò fare della sostanza, forma. Osò sperimentare nuovi materiali (già negli anni Trenta fra i primi a usare il cemento armato e poi il cemento armato precompresso). Un pioniere, insomma. […]Quello che ci mancherà sarà il senso di “visione”, l’audacia, che il ponte Morandi rappresentava. L’orgoglio di un Paese che ci credeva a tal punto da esagerare, come forse si è fatto nella progettazione del viadotto Polcevera. Ma che ci credeva. Continua a leggere (Fonte: GENOVA24.IT Di Giulia Mietta)

  • PONTE MORANDI, ITALIA: DI FRONTE AL DISASTRO. Il crollo di Ponte Morandi pone questioni che non si possono più rinviare.
  1. In Italia negli ultimi 5 anni sono crollati 6 ponti. Non si può parlare di caso o di fatalità. 2014: Saxa Rubra e Ponte Lungo a Ceto; 2015 Palermo-Agrigento; 2016 Annone Brianza; 2017 Fossano; e ora, 2018, Genova.
  2. Ci sono ponti che sono stati costruiti negli anni ’60, come Ponte Morandi, per condizioni di traffico radicalmente diverse da quelle attuali ma anche ponti crollati (è il caso di quello sulla Palermo-Agrigento) meno di una settimana dopo l’inaugurazione. Quindi si intrecciano due questioni: riprogrammare la rete viaria alla luce delle nuove esigenze; controllare che le cose siano fatte bene.
  3. La rete viaria italiana è in sofferenza (ciascuno di noi lo vede) per l’enorme flusso di trasporto su gomma delle merci. Bisogna adottare misure per ridurre questo flusso, attraverso sistemi di trasporto alternativi, altrimenti ogni adeguamento della rete viaria rischierà di diventare rapidamente obsoleto. Continua a leggere(Fonte: PEOPLEFOTPLANET di Bruno Patierno)

PONTE MORANDI, TONINELLI: “IN PIEDI NEL 2020”/ Toti: “A Genova ci si muove”. (…) La ricostruzione era già iniziata ma questo è un tassello importante per il futuro della città. Il prossimo aprile vorremo vedere le auto sul ponte. Questo gesto fa sì che la morte di 43 persone non sia stata vana. Avevamo promesso che Genova sarebbe tornata normale, vivibile e con un un nuovo ponte in un tempo ragionevole e l’abbiamo mantenuta», spiega il Governatore della Regione Liguria Giovanni Toti

Per il sindaco di Genova Marco Bucci, quello di oggi è un buon giorno: «anche se sono oltre 3 mesi che stiamo lavorando alle fondazioni, oggi c’è un segnale preciso e visibile per tutta la città di Genova che dimostra che stiamo lavorando tutti insieme». Per Toti invece la colata di calcestruzzo che anticipa l’esplosione del moncone est sono un segnale di riscossa anche politica e amministrativa della città, «la dimostrazione che quando c’è la volontà si può fare ogni cosa con qualità e competenza»; dello stesso avviso il Ministro Toninelli che con la stampa riunita davanti alla prima “posatura” del nuovo ponte ha spiegato «migliore reazione che le istituzioni a tutti i livelli potevano dare: oggi ci lasciamo alle spalle uno dei peggiori fallimenti della nostra storia. Per l’incuria con cui è stata gestita questa infrastruttura, il governo non farà sconti. Ad aprile 2020 vedremo il ponte, e sarà un simbolo di rinascita». Continua a leggere (Fonte: ILSUSSIDIARIO Di Niccolò Magnani)

Immagine copertina: La REPUBBLICA

Malaysia, scuole chiuse per inquinamento

Ven, 06/28/2019 - 08:00

Oltre 400 scuole nel sud della Malaysia sono state temporaneamente chiuse per “inquinamento chimico” che ha causato sintomi come problemi respiratori e vomito a numerosi studenti.

Lo ha deciso oggi il governo di Kuala Lumpur, senza specificare la causa e i responsabili.  Il provvedimento, che durerà tre giorni, si è reso necessario per la seconda volta dopo che tre mesi fa una situazione simile si era verificato nello stesso stato di Johor, vicino a Singapore. A marzo, nella zona erano stati riversati rifiuti chimici illegali in un fiume, causando problemi di salute a oltre cinquemila persone. Le autorità avevano assicurato che il problema era stato risolto. [Fonte: Malaysia, scuole chiuse per inquinamento – ANSA.IT]

Biologico e Biodinamico non sono sinonimi di “medioevo”

Ven, 06/28/2019 - 07:20

È più diffusa di quanto si pensi l’opinione che l’agricoltura biologica e quella biodinamica siano  pratiche che non fanno uso di tecnologia, un po’ arretrate tecnologicamente e distanti da un’agricoltura produttiva.

Ma non è così, le tecniche più moderne dell’agricoltura di precisione che prevedono anche l’impiego di droni, ma non solo, sono utilizzate sempre più diffusamente in agricoltura biologica e biodinamica perché ritenute davvero utili anche con questi metodi.

Vediamo anzitutto di capire quali siano le differenze di base tra biologico e biodinamico: il disciplinare biodinamico risulta più rigoroso rispetto a quello biologico poichè il numero di sostanze ammesse nel primo è inferiore a quello previsto nell’altro. Inoltre, il biodinamico prevede ulteriori limitazioni per diverse pratiche tra le quali la sterilizzazione e solarizzazione dei suoli e i diserbi che non siano meccanici: sono bandite pratiche come il pirodiserbo (la disinfestazione mediante il fuoco), la vaporizzazione e l’uso di sostanze erbicide anche naturali.

È inoltre vietato l’impiego di rame per quasi tutte le colture: viene ammesso in deroga solo in viticoltura e frutticoltura, ma in quantità ridotta del 50% rispetto al valore massimo consentito nei disciplinari europei del biologico.

Ma nonostante ciò le aziende che applicano il metodo biodinamico, già nel 2017, in Italia, non sono pochissime: sono circa 4.500, mentre quelle che seguono fedelmente gli standard e hanno acquisito il marchio Demeter sono 419 (48 imprese di distribuzione, 64 di trasformazione e 307 aziende agricole). La superficie complessiva è di quasi 10 mila ettari (9.640) mentre la superficie media aziendale è di 34 ettari.

Non è un mercato grande, indubbiamente le tecniche e la certificazione Demeter sono molto selettive, ma c’è da notare che esiste una differenza significativa tra i risultati dei fatturati medi per ettaro tra tre metodi agricoli, quello convenzionale, quello biologico e quello biodinamico: infatti il fatturato medio per ettaro di un’azienda biodinamica certificata Demeter è pari a 13.309 euro, valore di gran lunga superiore sia a quello di un’azienda biologica, 2.441 euro, che a quello di un’azienda convenzionale, 3.207 euro.

Un risultato che non stupisce più di tanto gli addetti del settore perchè imputabile alla maggiore specializzazione delle aziende biodinamiche in comparti agricoli ad alto valore aggiunto, quali viticoltura, frutticoltura e orticoltura.

Tra queste aziende, biologiche, biodinamiche e altamente avanzate per le tecnologie che utilizzano, c’è il Podere Forte, situato nel cuore della Valdorcia, nel sud della provincia di Siena, e nato nel 1997 da un imprenditore, Pasquale Forte, che ha prestato fin dall’inizio dell’attività molta attenzione al rispetto per la terra, per gli ecosistemi naturali, per chi vi lavora ed anche alle tecnologie da applicare come supporto.

L’azienda si estende su un terreno collinare di circa 200 ettari, di cui 22 destinati a vigneto, 18 a oliveto, 100 a seminativo e 60 a bosco ed è gestita seguendo il metodo biodinamico con 30 dipendenti che durante la stagione estiva diventano 60. La conversione al biodinamico, con il supporto operativo della sezione toscana dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, inizia nel 2007 e si conclude con la certificazione Demeter nel 2011. Tutti i prodotti dell’azienda sono certificati biologico e biodinamico (Demeter): si praticano con rigore tutte le lavorazioni prescritte dai protocolli dell’agricoltura biodinamica, dai cumuli ai sovesci, dalle rotazioni ai trattamenti con i preparati 500 e 501.

La biodinamica è stata scelta come metodo agricolo nel Podere Forte perché il suo approccio porta a guardare il mondo come un sistema complesso in cui l’uomo fa parte con un compito specifico, quello di non utilizzare e sfruttare per il suo vantaggio, ma lavorare in modo da apportare miglioramenti al sistema stesso. 

È proprio qui che si trova il nesso, il legame e la spinta forte che l’innovazione tecnologica può  dare a questo tipo di agricoltura, e anche al biologico: migliorie per aumentare prodotti di qualità e produzioni amiche dell’ambiente. Non ci sono limiti alle innovazioni che si possono apportare, la tecnologia è un supporto importantissimo per i metodi biologici e biodinamici: perchè è una reale agricoltura di precisione quella che osserva e analizza ogni singolo evento che coinvolge i campi.

«Quando grandina si feriscono gli acini e quindi spruzziamo a secco, talvolta anche manualmente, farina di zeolite che funge da cicatrizzante – spiega in un’intervista Forte – Se è piovuto e la pianta ha ricevuto troppa acqua utilizziamo la valeriana, come calmante del vigore. Bisogna sapere quando e come intervenire. Abbiamo utilizzato un piccolo aereo per fotografare i nostri terreni creando delle mappe di vigore utili a comprendere se ci sono degli stati di stress e da cosa dipendono: grazie a queste mappe abbiamo capito come intervenire per esempio su un filare che entrava in competizione con gli apparati radicali di due alberi posti a monte. È bastato inserire una barriera che deviasse le radici degli alberi, per tornare a vedere prosperare il vitigno».

E la tecnologia viene in aiuto anche per evitare i dannosi effetti dovuti al compattamento del suolo tutelandone l’humus: alcuni interventi come i trattamenti anticrittogamici di rame e zolfo sui vigneti, vengono fatti utilizzando droni, in modo anche da ridurre le quantità impiegate e mirare gli interventi solo dove necessario.

Oltre al vino, 60mila bottiglie vendute per il 60% in Europa, Sud est asiatico, Usa e Canada e all’olio (circa 10mila bottiglie all’anno), l’azienda produce anche miele di trifoglio alessandrino (recentemente classificato al 1° posto del Concorso Nazionale “Roberto Franci 2018” di Montalcino), pasta dai grani antichi (Senatore Cappelli, Timilia e Russello), carne chianina Dop, grazie a 12 fattrici allevate in azienda e carne di cinta senese, razza suina pregiata allevata allo stato brado.

Al Podere Forte c’è  un giardino botanico di piante officinali con una ricca collezione di varietà di salvia ed un grande orto che produce gli ortaggi utilizzati nell’Osteria Perillà di Rocca d’Orcia, un borgo prossimo al Podere che rischiava di rimanere disabitato, ma che Pasquale Forte ha voluto recuperare in un progetto di animazione territoriale più ampio, con, oltre al ristorante, un albergo diffuso, ormai prossimo all’apertura.

Altre fonti:
https://terraevita.edagricole.it/biologico/biodinamica-arretrata-arrivano-droni-e-agricoltura-di-precisione/
https://terraevita.edagricole.it/biologico/aziende-biodinamiche-fra-le-piu-virtuose-nel-bioreport-2017-2018/
https://demeter.it/chi-siamo/
http://www.podereforte.it/

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Onu: rischiamo un apartheid climatico

Gio, 06/27/2019 - 19:00

Il pianeta rischia un “apartheid climatico”, in cui i ricchi hanno i mezzi per sfuggire alla fame “mentre il resto del mondo è lasciato a soffrire“. E’ l’allarme di Philip Alston, relatore speciale dell’Onu sull’estrema povertà. Il funzionario ha presentato ieri un rapporto al Consiglio dei diritti umani dell’Onu, di cui danno notizia oggi Bbc e Guardian. L’esperto ha criticato le misure adottate dagli organismi delle Nazioni Unite come “palesemente inadeguate” e che non salveranno la Terra dal “disastro imminente”. Continua a leggere [Fonte: ANSA.IT]

Salento, fenicotteri all’alba: tutte le tonalità dell’eleganza Galleria fotografica

Gio, 06/27/2019 - 17:00

I fenicotteri rosa fanno oramai parte del paesaggio della Salina dei Monaci di Torre Colimena, zona protetta nell’ultimo lembo della provincia di Taranto. Se ne contano a decine stanziare per mesi a pochi passi dal mare.

E dalla luce dell’alba a quella del tramonto, Carlo Bizzini, insegnante modenese in pensione e fotografo naturalista per passione, li immortala con i suoi scatti, che raccontano poesia e bellezza di questo spettacolo della natura. Guarda la gallery completa [Fonte: BARI.REPUBBLICA.IT di Gino Martina]