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Aggiornato: 20 min 35 sec fa

Arriva in Italia l’app antispreco da oltre otto milioni di utenti

Ven, 03/29/2019 - 10:55

Con oltre otto milioni di utenti in 9 paesi europei, in vetta alle classifiche sul App Store e Google Play, arriva anche in Italia l’app danese antispreco Too Good To Go. L’app permette a bar, ristoranti, forni, pasticcerie, supermercati e hotel di recuperare e vendere online – a prezzi ribassati – il cibo invenduto “troppo buono per essere buttato”. I ristoranti biologici EXKi e i negozi Carrefour Italia sono tra i primi punti vendita aderenti al progetto. Anche Eataly partecipa con un pilota dedicato al punto vendita di Milano Smeraldo. Ogni anno solo in Italia si sprecano oltre 10 milioni di tonnellate di cibo, pari a circa 15 miliardi l’anno.

I ristoratori e i commercianti di prodotti freschi iscritti all’applicazione possono mettere in vendita le Magic Box, delle “bag” con una selezione a sorpresa di prodotti e piatti freschi, rimasti invenduti a fine giornata e che non possono essere rimessi in vendita il giorno successivo. D’altra parte, i consumatori possono acquistare con un semplice tap sull’applicazione pasti a prezzi minimi, tra i 2 e i 6 euro, impegnandosi allo stesso tempo nella lotta agli sprechi e nella tutela dell’ambiente, considerando che ogni Magic Box acquistata permette di evitare l’emissione di 2 chilogrammi di Co2: basta geolocalizzarsi e cercare i locali aderenti, ordinare la propria Magic Box, pagarla tramite l’app e andarla a ritirare nella fascia oraria specificata per scoprire cosa c’è dentro.

Per limitare l’uso di imballaggi, i negozi aderenti a Too Good To Go incoraggeranno i clienti stessi a portare da casa contenitori e sacchetti propri. 
“Il nostro obiettivo è creare la più grande rete antispreco in Italia: a oggi sono state oltre 11 milioni le Magic Box acquistate in Europa, il che ha permesso a livello ambientale di evitare l’emissione di più di quasi 23 milioni di tonnellate di CO2”, spiega Eugenio Sapora, Country Manager di Too Good To Go per l’Italia. “Punto di partenza è Milano, dove hanno già aderito numerosi ristoratori, bar e pasticcerie”.

“La lotta allo spreco alimentare è da sempre al centro di numerose iniziative concrete, promosse a livello mondiale da Carrefour Gruppo nella strategia della Transizione Alimentare. Fondamentale è che sempre più persone siano consapevoli dell’importanza della riduzione degli sprechi, oltre che di una corretta alimentazione”, afferma Alfio Fontana, responsabile Csr Carrefour Italia. “È importante inoltre il coinvolgimento di tutti gli stakeholder, con particolare attenzione ai nostri clienti. La proposta di soluzioni pratiche come l’app Too Good To Go consente di accelerare il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione dello spreco alimentare, esigenza non solo sociale, ma anche ambientale”.

Nel capoluogo lombardo, a preparare le Magic Box sarà anche to.market, con l’obiettivo di affrontare la lotta allo spreco alimentare in una logica di sistema e coinvolgendo l’intera filiera, dalla produzione al consumatori, passando per la distribuzione. Tra gli altri, nella rete di Too Good To Go presenti anche i Tramezzini Veneziani di Tramè e i prodotti del micropanificio artigianale Le Polveri.

Ogni anno sono circa 1,3 miliardi le tonnellate di cibo che vengono gettate nella pattumiera: se gli sprechi alimentari fossero un paese, sarebbero il terzo più grande produttore di gas serra, considerando che anche tutte le risorse necessarie per produrlo. Le inefficienze nel settore indicano inoltre che la perdita e lo spreco di cibo nel mondo arriveranno, entro il 2030, a quota 1,2 trilioni l’anno. “Too Good To Go è nato dalla semplice intenzione di risolvere il problema quotidiano dello spreco di cibo, che ha delle ripercussioni importanti dal punto di vista sociale, economico e ambientale. L’app offre a ciascuno di noi l’opportunità di impegnarsi nella lotta agli sprechi, permettendo ai ristoratori di conquistare nuovi clienti e ai consumatori di provare nuovi prodotti a prezzi minimi”, sottolinea Mette Lykke, ceo di Too Good To Go.

FONTE: ILSOLE24ORE.COM

Perché caleranno le bollette di gas e luce

Ven, 03/29/2019 - 09:00

Dal primo aprile le bollette di luce e gas si ridurranno del 10 per cento circa. Lo ha fatto sapere Arera, l’Autorità di regolazione per l’energia, spiegando che «le riduzioni sono prevalentemente legate alla contrazione dei prezzi delle materie prime nei mercati all’ingrosso dell’energia, nazionali ed internazionali».

Arera ha precisato che il calo delle bollette dell’elettricità sarà dell’8,5 per cento e che quello del gas sarà del 9,9 per cento. I dati sono stati calcolati sulla “famiglia tipo”, che ha consumi medi di energia elettrica di 2.700 kWh all’anno e una potenza impegnata di 3 kW; per il gas i consumi sono di 1.400 metri cubi annui. Gli effetti concreti: al lordo delle tasse e nell’anno scorrevole, cioè compreso tra il primo luglio 2018 e il 30 giugno 2019, per l’elettricità la spesa per la famiglia-tipo sarà di 565 euro; nello stesso periodo la spesa della famiglia tipo per la bolletta del gas sarà di circa 1.157 euro. L’Unione Consumatori ha spiegato che il calo delle bollette si tradurrà in un risparmio di 168 euro annui: 50 per la luce, 118 per il gas. Ma, dice Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Consumatori, va comunque calcolato che «il calo del prezzo del riscaldamento è un risparmio solo teorico, visto che dal 15 aprile i caloriferi saranno spenti in quasi tutta Italia».

motivi della riduzione dell’energia elettrica sono dovuti a un calo della spesa per l’energia (-12,2 per cento), che deriva a sua volta da una riduzione del prezzo di acquisto dell’elettricità rispetto alle stime utilizzate dall’Arera nel precedente aggiornamento tariffario (l’Arera fissa e aggiorna il “prezzo energia” ogni tre mesi tenendo conto di quanto viene speso per gli approvvigionamenti sul mercato all’ingrosso e delle stime su quanto prevede di spendere nei mesi successivi). Il calo effettivo in bolletta, però, non sarà del 12,2 per cento ma inferiore, perché sono aumentati gli oneri di sistema, altra voce che compone la bolletta: gli oneri generali di sistema, imposti dalla legge, prevedono sussidi di vario genere, tra cui incentivi alle rinnovabili, promozione dell’efficienza energetica, messa in sicurezza del nucleare e sussidio alle Ferrovie dello Stato.

Per quanto riguarda il gas naturale, la variazione complessiva della spesa è legata soprattutto alla diminuzione della componente CMEM, che corrisponde al costo previsto per l’acquisto del gas che verrà poi rivenduto ai clienti. Questa diminuzione riflette il calo delle quotazioni all’ingrosso nei mercati sia in Italia che in Europa.

Le associazioni dei consumatori hanno riconosciuto la buona notizia della riduzione delle bollette, ma giudicano ancora insufficiente il calo: un po’ per i precedenti incrementi delle tariffe e un po’, come dice Federconsumatori, per «l’aumento della spesa per gli oneri di sistema del 3,72 per cento che invece di diminuire come ripetutamente abbiamo richiesto, aumenteranno nuovamente». Per Federconsumatori, infatti, gli oneri di sistema sono «una vera e propria tassa occulta attraverso la quale gli utenti continuano a sostenere i costi per gli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili, alle agevolazioni dirette alle imprese energivore, per lo smantellamento delle centrali nucleari e per le tariffe speciali a favore delle ferrovie».

Commentando le riduzioni, il Ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio ha parlato di «un segnale importante per le famiglie italiane che incoraggia verso scelte di politica energetica che fanno bene all’ambiente e non danneggiano il portafoglio». Dando la notizia dei cali in bolletta e della reazione di Di Maio, oggi Repubblica ha pubblicato in prima pagina il titolo “La bolletta elettorale”. E nell’articolo che lo accompagna si sostiene che la diminuzione delle tariffe sia un «regalo» fatto al governo «dall’Autorità per l’Energia (il cui presidente, Stefano Besseghini, è stato scelto da questa maggioranza)».

Su questo è intervenuto su Twitter Carlo Stagnaro, direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale dell’Istituto Bruno Leoni e a capo della segreteria tecnica della ex ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi, durante il governo Renzi. A quel tempo, Stagnaro si era occupato, tra l’altro, del decreto “taglia bollette”. Per Stagnaro l’attacco di Repubblica è «scorretto per almeno due ragioni». Perché Arera «non ha agito per compiacere» il governo, ma «ha solo svolto correttamente il suo lavoro (nel rispetto di quanto previsto dalle leggi e dalla disciplina di settore)» (i motivi della riduzione, dice, sono di natura tecnica) e perché Repubblica «tratta Arera come se fosse il braccio operativo del ministero dello Sviluppo economico. Ma l’Autorità è un organismo indipendente, la cui autonomia deriva dalle direttive europee e che deve al Parlamento, non al Governo, la sua legittimazione». Il presidente di Arera Stefano Besseghini e gli altri membri del collegio, ricorda infine Stagnaro, hanno ricevuto il via libera bipartisan per la nomina «dai due terzi delle Commissioni parlamentari competenti, non dal governo».

FONTE: ILPOST.IT

Desertificazione e cambiamenti climatici

Ven, 03/29/2019 - 02:43

Un suolo desertificato, infatti, perde quasi completamente la propria biodiversità, perde la possibilità di essere coltivato e viene abbandonato; la conseguenza è sotto gli occhi di tutti: migliaia di “profughi climatici”.

Si tratta di un processo irreversibile se misuriamo il tempo secondo le logiche umane. E si tratta di un fenomeno in crescita, che riguarda vaste zone del Pianeta e che si tenta di limitare, anche perché la sua diffusione sta incrementando l’inurbamento e la povertà di nazioni spesso già in precario equilibrio economico.

La desertificazione è un fenomeno che interessa oltre cento paesi minacciando la sopravvivenza di circa un miliardo di persone. La situazione è particolarmente seria nelle zone aride dove è minacciato circa il 70% delle aree, corrispondenti a un quarto dell’intera superficie terrestre emersa.

Ma il problema è largamente presente anche nelle aree temperate. Il fenomeno è noto dal 1992 quando durante il vertice di Rio sullo stato del Pianeta si posero le basi per la creazione della Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione (UNCCD), partita poi con la prima conferenza mondiale tenutasi a Roma nel 1997.

La lotta alla desertificazione si articola in una serie di azioni che riguardano sia il livello locale, sia quello internazionale ma una questione deve essere chiara: l’azione contro la desertificazione deve essere messa in atto ora, senza aspettare, se mai avverrà, la riduzione delle emissioni climalteranti.

Si tratta di operazioni, quindi, di adattamento ai cambiamenti climatici e non di mitigazione. Una delle zone più interessate ai processi di desertificazione è l’Africa sub-sahariana dove si sta tentando di arginare il fenomeno con la realizzazione di una striscia arborea, lunga 7000 chilometri e larga 15, che dovrebbe attraversare tutto il continente africano interessando undici paesi, dall’Oceano Atlantico a quello Indiano.

Ma la lotta alla desertificazione è complessa. In alcuni casi, per esempio, l’utilizzo agricolo massiccio dei terreni può portare all’accelerazione dei processi di desertificazione perché se vengono utilizzate cattive pratiche d’irrigazione si può aumentare la salinità del suolo aggravando la situazione. Per questa ragione è necessario un mix di soluzioni che vanno dal rimboschimento all’agricoltura, magari utilizzando tecniche d’irrigazione derivate da quelle tradizionali.

«Le conoscenze tradizionali e locali fanno sempre parte di un sistema complesso e quindi non possono essere ridotte a una lista di soluzioni tecniche e circoscritte a un insieme di applicazioni distinte secondo i risultati da ottenere. La loro efficacia dipende da interazioni tra più fattori. Questi vanno accuratamente considerati se si vuole comprendere i successi storicamente realizzati tramite le conoscenze tradizionali e comprenderne la logica per una riproposizione contemporanea», scrive Pietro Laureano, architetto e urbanista, consulente Unesco per le zone aride, la civiltà islamica e gli ecosistemi in pericolo. In questo senso è necessario un approccio olistico, che non lasci nulla al caso e che studi le tecniche utilizzate in passato coniugandole, con la dovuta attenzione, con le nuove tecnologie. «I metodi tecnologici moderni procedono per separazione e specializzazione i saperi tradizionali uniscono e integrano. Nella concezione moderni foresta, agricoltura e città sono tre insiemi completamente separati che rispondono a bisogni distinti: legname, cibo, abitazione. Ad essi corrispondono sistemi scientifici specializzati: la silvicoltura, l’agricoltura, l’urbanistica», prosegue Laureano. Ed è chiaro un esempio citato dallo studioso italiano.

A Shibam, una città-oasi di terra cruda, nello Yemen del sud, la planimetria della città è organizzata per poter raccogliere, tramite un apposito sistema, gli escrementi degli abitanti, indispensabili per trasformare le sabbie in terreno fertile. È un principio simile a quello che vediamo in natura, dove ogni residuo di un sistema è utilizzato da altri sistemi e non esiste il concetto di rifiuto o la possibilità di ricorrere a risorse esterne. «Le tecniche polifunzionali, il multiuso, hanno garantito occasioni di riuscita anche nelle avversità. La collaborazione e la simbiosi attraverso il riuso di tutto quello che viene prodotto all’interno del sistema ha permesso l’autopoiesi, l’autoriproduzione, lo sviluppo autopropulsivo, indipendente da fattori esogeni o occasionali» aggiunge ancora Laureano.

Detto ciò non è detto che si debbano escludere tecnologie più moderne, da affiancare a quelle tradizionali, come per esempio i sistemi d’irrigazione per l’agricoltura con prelievi da fiume grazie a fonti rinnovabili come il fotovoltaico. Succede in Senegal, per esempio, dove la Ong italiana Green Cross Italia ha avviato un progetto di irrigazione agricola tramite il fotovoltaico nel quale è prevista anche la formazione per la manutenzione di questi sistemi, e ciò consente alle persone di acquisire capacità in grado di aprire nuovi sbocchi nel mondo del lavoro. E di moltiplicare l’applicazione delle metodologie d’irrigazione tramite le rinnovabili, aumentando così il raggio d’azione delle attività di contrasto alla desertificazione.

Immagine di copertina: Armando Tondo

E’ definitivo: l’Europa conferma il divieto per la plastica usa e getta entro il 2021

Gio, 03/28/2019 - 15:01

Il Parlamento ha approvato in via definitivala nuova legge che vieta l’uso di articoli in plastica monouso.

La direttiva è stata approvata con 560 voti favorevoli, 35 contrari e 28 astensioni.

L’accordo rafforza inoltre l’applicazione del principio “chi inquina paga”, introducendo una responsabilità estesa per i produttori.Questo nuovo regime si applicherà ad esempio ai filtri di sigaretta dispersi nell’ambiente e agli attrezzi da pesca persi in mare, per garantire che i produttori sostengano i costi della raccolta.

“Questa legislazione ridurrà il danno ambientale di 22 miliardi di euro, il costo stimato dell’inquinamento da plastica in Europa fino al 2030. L’Europa dispone ora di un modello legislativo da difendere e promuovere a livello internazionale, data la natura globale del problema dell’inquinamento marino causato dalle materie plastiche. Ciò è essenziale per il pianeta”, ha dichiarato la relatrice Frédérique Ries (ALDE, BE).

Le nuove norme stabiliscono anche che l’etichettatura informativa sull’impatto ambientale di disperdere per strada le sigarette con filtri di plastica sarà obbligatoria.

Ciò dovrà valere anche per altri prodotti come bicchieri di plastica, salviette umidificate e tovaglioli sanitari.

La lista dei prodotti vietati nell’UE entro il 2021:

posate di plastica monouso (forchette, coltelli, cucchiai e bacchette)
piatti di plastica monouso
cannucce di plastica
bastoncini cotonati fatti di plastica
bastoncini di plastica per palloncini
plastiche ossi-degradabili, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso

FONTE: GREENME.IT

Gastroenterologia: i 10 migliori ospedali in cui curarsi

Gio, 03/28/2019 - 13:15

L’apparato digerente è un lungo canale formato da diversi organi che hanno il compito di trasformare ciò che mangiamo e beviamo in sostanze utili (da assorbire) e non utili (da scartare ed espellere) per il nostro corpo. Mal di stomaco, problematiche intestinali, affezioni a carico del pancreas, del fegato e della bocca: sono diversi i disturbi che possono interessare gli organi che compongono questo apparato, al trattamento dei quali è deputata l’area specialistica della gastroenterologia.

Quali sono in Italia i migliori ospedali per quanto concerne la gastroenterologia? A rispondere alla domanda è il portale www.doveecomemicuro.it, attivo dal 2016, attualmente l’unico motore di ricerca sulla salute in Italia a cui i cittadini possono far riferimento per mettere in fila le strutture migliori e avere una guida specifica su ospedali e cliniche accreditate.

Valutazioni e parametri

Nello stilare le classifiche delle strutture sanitarie migliori alle quali rivolgersi per curare per una certa patologia oppure per sottoporsi a una visita specialistica o a un determinato intervento chirurgico, il portale incrocia diverse informazioni (più di 800 mila) e si basa su valutazioni istituzionali (come quelle effettuate dal Programma nazionale valutazione esiti realizzato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali per conto del ministero della Salute), di certificazioni provenienti da fonti scientificamente accreditate (tra cui il Centro Nazionale Trapianti e il Breast Center Certification), e su parametri dettagliati (numero dei ricoveri, tassi di mortalità, casi in cui è stato necessario un secondo intervento, ecc).

La classifica dei migliori 10 centri per la cura dell’apparato digerente

Quali sono allora le migliori strutture sanitarie per le patologie dell’apparato digerente? La classifica che vi proponiamo dei primi 10 centri tiene conto, oltre che dei parametri già descritti, delle valutazioni sulle aree specialistiche (chirurgia generale e gastroenterologia) effettuate dagli utenti.

1.Ospedale Mater Salutis, Ospedale a gestione diretta

2. Casa di Cura Giovanni XXIII Casa di Cura Giovanni XXIII, Casa di Cura privata accreditata SSN 

  • via Giovanni XXIII, 7 – 31050 Monastier di Treviso (TV)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 0422 8961
  • sito web https://www.giovanni23.it/

3. Casa di Cura Villa Serena di Città Sant’Angelo, Casa di Cura privata accreditata SSN

  • viale L. Petruzzi, 42 – 65013 Città Sant’Angelo (PE)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 085 95901
  • sito web https://www.villaserena.it/

4. Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli, Ospedale privato equiparato pubblico

5. Humanitas Gavazzeni Humanitas Gavazzeni, Ospedale privato accreditato SSN

  • via Mauro Gavazzeni, 21 – 24125 Bergamo (BG)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 035 4204111
  • sito web https://www.gavazzeni.it/

6.Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Ospedale privato equiparato pubblico

  • via Don Semprebon, 5 – 37024 Negrar (VR)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 045 6013111
  • sito web https://www.sacrocuore.it/

7. Ospedale Infantile Regina Margherita, Azienda Ospedaliera integrata con l’Università

8. Casa di Cura Policlinico di Monza, Casa di Cura privata accreditata SSN

9. Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi, Azienda Ospedaliera

10. Casa di Cura Villa Igea di Acqui Terme Casa di Cura privata accreditata SSN

  • strada Moirano, 2 – 15011 Acqui Terme (AL) 
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 0144 311034
  • sito web http://www.villaigea.com/

“I bimbi non ti lasciano mai solo’

Gio, 03/28/2019 - 12:00

In occasione dell’uscita, l’11 aprile, di ‘Cafarnao’, il film di Nadine Labaki che ha vinto il premio della giuria allo scorso festival di Cannes, il disegnatore Makkox offre il suo particolare punto di vista sul film. Sulle musiche del film, firmate da Khaled Mouzanar, Makkox ripercorre quello che secondo lui è il cuore del film.

FONTE: REPUBBLICA.IT

Economia verde, entro il 2023 sarà in grado di creare mezzo milione di posti di lavoro.

Gio, 03/28/2019 - 09:40

Secondo un focus Censis-Confcooperative ogni 5 nuovi posti, uno sarà generato da aziende eco-sostenibili. Oltre il 50 per cento in più di quelli del digitale

Entro il 2023 l’economia verde sarà in grado di creare mezzo milione di posti di lavoro. Anzi, già oggi vale il 2,4 per centodel Prodotto interno lordo. A sostenerlo è un focus di Censis e Confcooperative (“Smart&green, l’economia che genera futuro”). Nel rapporto “il green” viene definito “il nuovo eldoradodell’occupazione italiana”. I dati raccontano di come, “da oggi al 2023, ogni cinque nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive in Italia uno sarà generato da aziende eco-sostenibili; oltre il 50 per cento in più di quelli del digitale (che non riuscirà ad andare oltre 214mila nuovi occupati), e il 30 per cento in più di quelli prodotti dalla tutte le imprese della filiera salute e benessere (che si attesterà a 324mila assunzioni).

L’occupazione in ambito eco-sostenibile – tenendo conto delle stime di crescita del Pil italiano elaborate dal Fondo monetario internazionale, e delle previsioni del Sistema informativo excelsior (cioè di un fabbisogno, tra il 2019 e il 2023, di nuovi posti di lavoro pari a 2 milioni e 542 mila) – coprirebbe una quota del 18,9 per cento del totale fino al 2023. In termini assoluti, “il volume di lavoro con questo profilo di competenze sarebbe pari a 481mila unità, poco meno di 100mila all’anno”.

La transizione verso un’economia pulita – viene spiegato – “sta determinando una modifica strutturale all’interno dell’occupazione nei Paesi avanzati e in quelli emergenti. Il bisogno di competenze green e l’adozione di tecnologie nuove nel campo della sostenibilità stanno accompagnando la generale riconversione dei modi di produrre e l’orientamento della crescita economica a livello globale”. “Nel 2017 – osserva Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – la stima economica degli effetti disastrosi di eventi collegati al cambiamento climatico ha raggiunto i 290 miliardi di euro. Evitare tali costi, potrebbe incrementare, entro il 2050 il Pil dei Paesi G20 del 4,7 per cento netto”.

FONTE: ILFATTOQUOTIDIANO.IT

Bar di Bologna ricarica borracce gratis contro la plastica, l’idea di Tito

Gio, 03/28/2019 - 07:00

L’idea è dei tre giovani gestori di un bar di Bologna, che hanno prodotto borracce personalizzate con il logo del bar (ingoiato da una balena): “Qui potete fare rifornimento gratis”

BOLOGNA – Borracce personalizzate per limitare il consumo delle ‘famigerate’ bottiglie di plastica. Ma anche un posto pubblico dove è sempre possibile rifornirsi di acqua gratuitamente, anche con una bottiglia riutilizzabile o borraccia portata da casa. È l’idea dei tre giovani gestori del bar ‘Tito’, in Cirenaica a Bologna, che nei giorni scorsi hanno lanciato sui loro canali social (Faceboook e Instagramun’idea all’insegna dell’ecologia e del risparmio: il bar ha prodotto una serie di borracce personalizzate con il logo del locale e le propone ai proprio clienti come mezzo per portare con sè acqua al lavoro, al parco, in bicicletta e non consumare più le classiche bottigliette di plastica che poi costituiscono una fonte di inquinamento. Un tema quanto mai attuale, in queste settimane in cui tanto si è parlato di clima, ambiente, inquinamento dei mari e oggi, che è la Giornata mondiale dell’acqua, anche per l’appunto di acqua.

Spiega ancora Jacopo: “Chiunque abbia una borraccia, che sia la nostra o un’altra non importa, può fermarsi da noi e chiedere che gliela riempiamo. Ci sembra un’iniziativa bella per l’immagine del bar e importante per limitare responsabilmente il consumo di plastica. Il bar può diventare un punto di riferimento per un motivo in più e l’abitudine a ricorrere alle borracce anzichè alle bottiglie- prosegue il 36enne- è una scelta che sta sempre più prendendo piede, tra turisti e non solo”.

Come bottiglie e borracce vengono riempite gratuitamente, allo stesso modo l’acqua al baretto della Cirenaica è gratis, non viene più fatta pagare da quando è stato installato il depuratore. E il bar ha abolito il consumo delle bottiglie di plastica grandi, quelle da 1,5 litri. Quelle da mezzo litro per il momento da Tito è ancora possibile acquistarle, anche se questa iniziativa va proprio nella direzione di limitarne la vendita il più possibile.

“Credeteci o no, ma al bar, oltre al Bologna, al basket, al vino, ai panini e a playboy, abbiamo a cuore anche l’ecologia”, è il testo del messaggio con cui il bar Tito ha lanciato l’iniziativa. Il bar si è poi mosso in questi giorni anche per essere inserito in una ‘rete’ mondiale dei punti di ‘rifornimento’ gratuito di acqua. C’è una app che li censisce e li segnala, si chiama ‘Refill my bottle‘. A breve il bar verrà inserito nella lista: proprio oggi è arrivato l’adesivo da esporre sulla porta del bar.

FONTE: DIRE.IT

Da Bassora a Genova

Gio, 03/28/2019 - 02:57

Torniamo all’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova per conoscere il piccolo Hussam, di Bassora, in Iraq.
Nel video interviste a Paolo Petralia, Direttore Generale Istituto Scientifico Giannina Gaslini, Carlo Dufour, Direttore Polo Ematologia e Trapianto Istituto Giannina Gaslini, Stefano Avanzini, Chirurgo Pediatra.

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E’ possibile risparmiare benzina guidando in un certo modo?

Gio, 03/28/2019 - 02:27

Dal rilassarsi al volante al conoscere il regime di coppia della propria auto. Lo sapevi che a 130 km/h consumi il 25% in più di carburante rispetto ai 110 km/h?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Creare, includere, costruire: il progetto CRIB

Gio, 03/28/2019 - 02:00

Uno dei progetti portati avanti dall’associazione-cooperativa Kilowatt di Bologna si chiama CRIB (to Create, to Include, to Build) e insegna agli immigrati che si stabiliscono in Italia a fare impresa, sviluppare le proprie idee imprenditoriali, generare fatturato.

Intervista a Samanta Musarò.

Per maggiori informazioni https://kilowatt.bo.it/

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Giornata mondiale del teatro

Mer, 03/27/2019 - 16:33

Allergie primaverili: cause e rimedi naturali

Mer, 03/27/2019 - 15:00

La stagione primaverile, contraddistinta dai suoi profumi e colori, per i meno fortunati è l’inizio di fastidiose giornate accompagnate da starnuti a causa dei pollini liberati dalle piante durante il periodo di fioritura.
L’allergia è un problema da non sottovalutare e che sembra essere in continua crescita, con il numero di persone colpite che aumenta di anno in anno. “I numeri parlano chiaro: nel 2025 quasi il 50% della popolazione europea soffrirà di una qualche allergia, mentre nel nostro Paese circa il 40% della popolazione dichiara già di soffrire di disturbi di questo tiporiporta AssosaluteAssociazione Nazionale farmaci di automedicazione – che fa parte di Federchimica.

A fronte di questi numeri la spiegazione (e previsione) futura non è troppo rassicurante: il cambiamento climatico e le alte temperature aumentano i livelli dei pollini.  A seguito di uno studio condotto dal team del professor Giorgio Walter Canonica, presidente SIAAIC Società Italiana Allergologia Asma Immunologia Clinica – e Direttore della clinica malattie respiratorie e allergologia dell’Università di Genova, è stato dimostrato che in 27 anni le giornate all’anno in cui la parietaria (pianta della famiglia dell’ortica) diffonde i suoi pollini è aumentato di 85 giorni. «Una maggior esposizione significa un peggioramento dei sintomi e un aumentato rischio di sensibilizzazione» – spiega Canonica. A ciò si aggiunga l’inquinamento outdoor e indoor che aumenta l’infiammazione delle mucose, indebolendole. Complice, oltre alla predisposizione genetica soggettiva, è anche il nostro stile di vita: “E’ lo scotto che dobbiamo pagare per aver introdotto norme e comportamenti che da una parte ci preservano da infezioni e malattie, ma dall’altra ci rendono più sensibili”, continua l’esperto. Trascorriamo molto più tempo al chiuso, in ambienti spesso poco areati e questi fattori aumentano la concentrazione di allergeni. “I bambini giocano molto poco all’aperto e quindi sono meno esposti alle sollecitazioni durante l’età dello sviluppo, e quindi sono più esposti allo sviluppo di allergie” – spiega ancora l’allergologo.

Quali sono i rimedi naturali contro le allergie?
Se si vuole provare una strada alternativa ai medicinali ci sono molti rimedi naturali che possono venire in soccorso. Premessa: dobbiamo conoscere con certezza l’elemento scatenante della nostra allergia e agire anche sulla prevenzione rendendo meno acuta la manifestazione della nostra allergia.

Quali cibi mi aiutano a combattere l’allergia?
Ricordiamo che gli antistaminici naturali non servono per curare le allergie, ma possono aiutare il corpo a moderare la sua reazione allergica.

Quali alimenti da evitare?
Vino, birra e bevande fermentate; formaggi stagionati, insaccati e cibi in scatola; tonno, sgombro, salmone, molluschi, crostacei, e frutti di mare in generale; pomodori, banana, fragole, fave e la frutta con il guscio (noci, nocciole e mandorle); cioccolato, cacao e caffè, che contengono infatti un tasso elevato di istamina.

Diversamente alimenti come come camomilla, tè verde e carote inibiscono il rilascio di istamina e possono quindi essere considerati antistaminici naturali. Tra i più comuni ricordiamo anche:

  • Aglio (allium sativum): ottimo rimedio per tenere sotto controllo gli allergeni e alcune cariche batteriche, ma sul quale bisogna fare attenzione. Le sue caratteristiche lo rendono utile per il controllo del livello di glicemia nel sangue, per cui il suo impiego dev’essere moderato in caso di soggetti diabetici o ipoglicemici.
  • Té verde: La quercetina, il pigmento che conferisce all’ uva nera e al tè verde il colore, blocca la produzione di istamina.
  • Vitamine: La vitamina D è molto utile per difendere l’apparato respiratorio, e per assumerla basta ingerire cibi come uova, burro, formaggi grassi, aringhe, sgombri e sardine. Comunque, anche le vitamine C ed E, contenute nella frutta e nella verdura, aiutano a rinforzare il sistema immunitario.
  • Il ginkgo biloba: Conosciuto per le sue virtù sulla memoria, può essere efficace anche per le allergie. Contiene alcune molecole efficaci contro le infiammazioni allergica chiamate FAP (fattore di attivazione piastrinica).

Gli aborigeni Larrakia riconquistano le loro terre.

Mer, 03/27/2019 - 15:00

Dopo una battaglia durata quasi 40 anni il popolo aborigeno australiano dei Larrakia ha finalmente riottenuto le sue terre ancestrali.

Il 21 giugno si è conclusa la più lunga rivendicazione territoriale nella storia dell’Australia, quella di Kenbi (Kenbi land claim). Questa data segna la fine della battaglia, durata 37 anni, del popolo aborigeno Larrakia contro il governo australiano: una lotta per riottenere la titolarità delle loro terre tradizionali.

La vittoria dei Larrakia

Per i Larrakia, un popolo aborigeno di duemila anime, questa importantissima vittoria prevede la restituzione di 52mila ettari di terra nel Territorio del Nord, inclusa la contea di Wagait, nei pressi di Darwin. La richiesta di rivendicazione era stata rifiutata nel 2006, ma nonostante ciò hanno continuato a lottare per i loro diritti fino al 6 aprile di quest’anno, quando è stato raggiunto un accordo.

Durante la cerimonia ufficiale, tenutasi il 21 giugno, il primo ministro australiano Malcolm Turnbull ha affermato che la battaglia è stata una “storia che rappresenta la sopravvivenza e la resilienza dei nostri indigeni australiani”. L’accordo prevede anche la cessione di altri 13mila ettari di terra che “fornisce i mezzi necessari per lo sviluppo economico di questa popolazione aborigena”, come ha affermato il ministro per gli Affari indigeni Nigel Scullion. Inoltre, il governo australiano ha promesso 31,5 milioni di dollari australiani (circa 21 milioni di euro) per il recupero dei terreni che sono stati contaminati dalle sue attività.

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Tarassaco, tonico di primavera

Mer, 03/27/2019 - 11:04

Tra le erbe che annunciano la primavera c’è il tarassaco che col suo sapore spiccato, leggermente amarognolo, e il bel colore verde, non solo arricchisce i piatti di gusto ma regala anche un’azione depurativa e disintossicante

Tutti conoscono i fiori gialli e i soffioni che questa pianta dei prati produce nella primavera inoltrata, ma per l’uso alimentare occorre raccoglierla prima della fioritura. Il sapore amarognolo del tarassaco arricchisce le altre verdure a foglia come lattuga e spinaci o bietola per misticanze crude o cotte.

Proprietà del tarassaco

Il tarassaco contiene oltre ai salutari flavonoidi, ottime quantità di vitamina A, B1, B2 e C. depurativo, disintossicante, diuretico, è ideale per le diete primaverili, sia ipocaloriche che per eliminare tossine. Stimola delicatamente la produzione di bile, aiutando fegato e intestino nelle difficoltà digestive.

Consigli per l’acquisto

Il tarassaco è diffusissimo nei campi, è però da evitare la raccolta spontanea se c’è rischio di inquinamento, in quanto è una delle erbe che assorbe maggiormente piombo. In questo periodo si può trovare anche in vendita, come cespo verde, “immaturo”, senza fiori. Le foglie devono essere umide al tatto, integre, senza macchie brune, in particolare lungo la parte chiara centrale, che dal momento indicherebbero un lungo tempo trascorso dalla raccolta.

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Due oggetti per spargere in giro meno microplastiche

Mer, 03/27/2019 - 11:00

La settimana scorsa i paesi membri del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEA) si sono accordati su un impegno comune a «ridurre significativamente» l’uso di plastica usa e getta entro il 2030. Da molti mesi l’Unione Europea sta lavorando per vietare la commercializzazione di prodotti come stoviglie e cotton fioc di plastica. Questi sono solo alcuni esempi di come in tutto il mondo si stia cercando di limitare la diffusione della plastica, che è tra le principali cause di inquinamento dei fiumi e degli oceani. Secondo uno studio del 2017 più dell’85 per cento della plastica nei mari proviene da 10 fiumi, tutti in Asia o in Africa, ma questo non significa che una parte non arrivi anche da paesi come l’Italia: succede ad esempio attraverso le lavatrici.

In mezzo alle cosiddette microplastiche, cioè quei piccolissimi frammenti di plastica che si trovano a galleggiare sulle superfici degli oceani e che sono perlopiù formate dallo sgretolamento di rifiuti più grossi, ci sono infatti anche microfibre provenienti dai tessuti sintetici. Come ha scoperto a malincuore anche il blogger del Post Stefano Tartarotti, quando certi indumenti fatti di tessuti sintetici (dunque di derivati del petrolio, come la plastica) vengono lavati in lavatrice, perdono microfibre che finiscono nell’acqua di scarto delle case e da lì nei fiumi e poi nei mari. Succede ad esempio con gli indumenti fatti di tessuto pile. L’Università della California ha collaborato con l’azienda Patagonia per uno studio su 4 giacche sintetiche diverse, tre di pile e una di nylon con un’imbottitura di poliestere: in media ognuna delle giacche ha perso più di un grammo di microfibre a lavaggio, in quantità maggiori dopo essere state sottoposte a un trattamento di invecchiamento artificiale.

Per risolvere il problema della dispersione delle microfibre si potrebbero pensare tante diverse soluzioni. I produttori di lavatrici potrebbero integrare nelle proprie macchine filtri fatti apposta, ma di certo questa non è la soluzione più semplice né la più facilmente applicabile, anche considerando la durata di vita di una lavatrice e quante ce ne sono al mondo. Da qualche anno però chiunque può provare a ridurre la propria diffusione di microfibre nelle acque di scolo grazie a un paio di oggetti ideati a questo scopo. Uno dei due si può comprare in semi-esclusiva sul sito di Patagonia, che ha deciso di impegnarsi così per ridurre l’inquinamento causato dai propri prodotti.

Il sacco Guppyfriend
Il primo dei due prodotti in questione è un sacco bianco, largo 50 centimetri e lungo 74, in cui inserire i propri indumenti sintetici prima di metterli in lavatrice: l’acqua passa, le microfibre restano all’interno del sacco – per più del 90 per cento secondo tre test indipendenti fatti fare dai produttori a istituti di ricerca. Una volta finito il lavaggio le microfibre si possono raccogliere dal sacco e smaltire nell’indifferenziato. Guppy Friend, il nome del sacco, significa “amico della poecilia reticulata“, cioè di un piccolo pesce d’acqua dolce tipico delle zone tropicali: le microplastiche negli oceani vengono assorbite dagli animali che ci vivono, per questo sono dannose.

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Torna Rugby nei Parchi 2019 (se potete portateci i vostri figli)

Mer, 03/27/2019 - 07:00

Fino al 18 maggio torna “Rugby nei Parchi 2019”, ottava edizione di una manifestazione dedicata ai bambini e ragazzi tra i 5 e i 12 anni che porta la palla ovale e il gioco del rugby nei parchi e nelle aree urbane di alcune città italiane (vedi sotto il calendario).

Un’occasione per conoscere i parchi verdi della propria zona e fare uno sport che insegna umiltà, sacrificio e gioco di squadra, diventando un’ottimo strumento per combattere il bullismo.

L’iniziativa è aperta a tutti, maschi e femmine, vi dirò di più… all’ultimo 6 Nazioni di Rugby la nazionale italiana femminile è arrivata seconda, un risultato storico.

Chi scrive gioca a rugby. Nell’ambiente si dice spesso che l’amore per il rugby nasca dal fatto che è una straordinaria metafora della vita: si avanza nel campo passando la palla all’indietro, sono richiesti coraggio e forza ma anche rispetto per l’avversario, per i compagni e per l’arbitro. Quando finisce la partita si diventa amici nel Terzo tempo, un’amicizia che magari dura solo qualche ora, il tempo del terzo tempo, appunto, ma si ride e si scherza insieme, si mangia e si va via sempre con ricordi positivi.

Nel rugby si gioca nel rispetto dello sport stesso, se fai lo stupido offendi generazioni di piloni di mischia che hanno giocato prima di te e se conosci il rugby sai che i piloni non vanno mai fatti arrabbiare troppo.

Parte integrante del gioco è il “sostegno”, il rugby è un gioco molto di squadra, capita che un giocatore riesca a bucare la difesa a fare meta con una corsa personale ma sono casi rari: il grosso di una partita di rugby è avanzamento di squadra, conquista metro su metro del campo avversario.

Il rugby insegna a lottare poi nel mondo del lavoro, ti insegna che se cadi, ti rialzi subito e rincominci a spingere perché la squadra ha bisogno di te.

A volte la vita è dura ma a te passa, perché domenica hai la partita.

Mi è capitato di giocare con ragazzi che avevano appena perso un parente, minuto di silenzio prima della partita, e poi alla fine venivano a ringraziarti con le lacrime agli occhi per avergli regalato una bella partita, un po’ di distrazione, il coraggio di andare avanti. Ne girano tante di queste storie negli spogliatoi…

Quindi portate i vostri bambini a Rugby nei Parchi 2019 o cercate la società sportiva di rugby più vicina a voi e fate conoscere ai vostri figli questo meraviglioso sport.
Sempre nell’ambiente si dice che “rugbysti una volta, rugbysti per sempre”, non si dimentica.

Rugbyneiparchi.com

Prossime tappe Rugby nei Parchi 2019

Sabato 30 Marzo – Parma PARCO DELLA CITTADELLA
Sabato 13 Aprile – Ancona PARCO BELVEDERE POSATORA
Sabato 4 Maggio – Milano PARCO ALDO ANIASI (Parco di Trenno)
Sabato 11 Maggio – Padova PARCO IRIS
Sabato 18 Maggio – Genova FORTE BEGATO – PARCO DELLE MURA

Immagine copertina: Piazzadellenotizie

Il divieto di utilizzo della plastica monouso conquista una parte dell’Arcipelago Toscano

Mer, 03/27/2019 - 02:13

Si diffonde tra i Comuni italiani la volontà di preservare le nostre coste e i nostri mari da quella che è ormai definita “emergenza plastica”; ultimi, in termini temporali, di una lista che si sta per fortuna allungando sono i Comuni dell’Isola d’Elba che hanno bandito la plastica monuoso sul proprio territorio: Marciana Marina e Porto Azzurro prima e più di recente Campo nell’Elba e Capoliveri.

Dal divieto proclamato con delibera comunale, a partire dal 1 maggio 2018, di utilizzo e vendita su tutto il territorio comunale di oggetti di plastica monouso nel territorio delle Isole Tremiti (le prime, e di cui si era dato notizia), altri Sindaci di isole italiane hanno seguito il buon esempio e legiferato analogamente.

Il Sindaco di Malfa, Isole Eolie, Patrimonio Unesco, Clara Rametta ha firmato un’ordinanza con la quale, a partire dal 15 luglio 2018 nel Comune di pertinenza è stata vietata la vendita e l’utilizzo di stoviglie monouso: bicchieri, posate, piatti, cannucce e sacchetti dovranno essere in materiale biodegradabile e compostabile.

E successivamente sono arrivate Lampedusa e Linosa. Salvatore Martello, sindaco delle due isole, ha annunciato infatti poco dopo: «Dal 30 agosto 2108 nelle isole è vietata la vendita e l’utilizzo di contenitori e stoviglie monouso non biodegradabili e degli shopper, i sacchetti per asporto merci in polietilene».

Torniamo alla Toscana: dal 1 gennaio 2019 è già in vigore il divieto di distribuire materiale plastico monouso su tutto il territorio comunale di Castiglione della Pescaia; poi, come si accennava, Marciana Marina, Comune dell’Isola d’Elba, che ha deliberato il divieto a partire da aprile 2019e, poco dopo, anche Campo nell’Elba che sarà plastic-free per il monouso da maggio 2019 e di recente (febbraio 2019) Capoliveri, dove il sindaco Ruggero Barbetti ha bandito la vendita di plastica monouso dal territorio del comune elbano a partire dal prossimo novembre.

I provvedimenti sono in linea – e anticipano – con le ultime direttive votate dal Parlamento europeo, tra e quali ricordiamo quella del 24 ottobre scorso che ha stabilito il divieto totale degli oggetti in plastica monouso a partire dal 2021 in tutta l’UE.

Bruxelles cerca in questo modo di arginare il flusso senza fine di inquinamento plastico che, una volta in mare, percorre anche grandi distanze grazie alle correnti oceaniche, inquinando luoghi anche lontani. Di certo c’è la pericolosità di questi rifiuti per la vita marina in tutte le sue forme, con conseguenze sull’uomoancora non del tutto chiare.

La plastica può essere mangiata dai grandi mammiferi come le balene, bloccando il loro sistema digestivo e uccidendole. Ma tutte le tipologie di animali marini ne subiscono pesanti conseguenze: per tartarughe e uccelli marini, per citarne due, sacchetti e reti abbandonate diventano vere e proprie trappole in cui rimangono impigliati.

Quando invece i rifiuti di plastica si rompono, i piccoli frammenti vengono ingeriti da altri pesci. Se sono sotto una certa dimensione, si parla di microplastiche (<5 micron), che sono state trovate anche nell’acqua che beviamo e nel cibo. Gli scienziati hanno trovato microplastichein 114 specie acquatiche e più della metà di quelle analizzate finisce sulle nostre tavole.

Per avere un’idea anche “visiva” delle dimensioni del fenomeno, basti ricordare una delle campagne d’informazione di Greenpeace fra le più efficaci (e allarmanti): “Ogni minuto, l’equivalente di un camion di plastica finisce in mare, sulle spiagge e sui fondali”.

Non vi è dubbio che ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte nella quotidianità, con l’attenzione ai packaging al momento dell’acquisto dei beni, soprattutto alimentari, per esempio prediligendo i prodotti sfusi o confezionati con materiali totalmente biodegradabili.

Ma anche vietare il monouso è quanto mai urgente, ed è importante che non sia solo un’idea di Bruxelles o una buona pratica lasciata alla sensibilità dei singoli. Se ne stanno rendendo conto sempre più amministratori di territori sul mare o isole in Italia e in Europa. Sia per l’inquinamento, sia perché questi luoghi vivono di turismo e di pesca e il mare inquinato danneggia la loro economia.

Fonti:

Plastica monouso addio, il Parlamento europeo ha votato per il suo divieto dal 2021

https://www.lifegate.it/persone/news/stop-plastica-monouso-lampedusa-linosa

Immagini di Armando Tondo

Da Genova a Bassora

Mer, 03/27/2019 - 01:01

Tra i progetti internazionali che vedono tra i suoi protagonisti l’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova ce n’è uno legato al miglioramento della struttura sanitaria di Bassora, in Iraq, realizzato in collaborazione con Eni. Il progetto prevede corsi di formazione per il personale, telemedicina, missioni periodiche sul territorio.
Nel video interviste a Paolo Petralia, Direttore Generale Istituto Scientifico Giannina Gaslini, Baldo Rosati, Direttore Dipartimento Staff Istituto Giannina Gaslini, Filippo Uberti, Responsabile Salute in Eni, Stefano Avanzini, Chirurgo Pediatra, Maurizio Miano, Medico Ematologo, Carlo Dufour, Direttore Polo Ematologia e Trapianto Istituto Giannina Gaslini, Sonia Bianchi, Coordinatore infermieristico Reparto di Ematologia Istituto Giannina Gaslini.

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Lorenzo Orsetti in Italia sarebbe stato un “sorvegliato speciale”

Mar, 03/26/2019 - 15:00

Il valore di persone come Lorenzo Orsetti non è argomento da snocciolare in 3500 battute. Forse, il valore di chicchessia non dovrebbe proprio diventare argomento di articoli di giornali o presunti tali.

Lorenzo è stato un combattente italiano delle Unità di protezione popolare (YPG) che rientrano nell’inquadramento delle Forze siriane democratiche (SDF). È morto in uno scontro a fuoco ravvicinato nell’area di Baghuz, in Siria, pochi giorni prima che venisse liberato dalle ultime tracce del sedicente Stato Islamico. Ancora due giorni e avrebbe festeggiato la liberazione di Baghuz.

Mustafa BaIi, portavoce delle Forze democratiche siriane, ha dedicato la vittoria alle «migliaia di martiri» e a tutti quelli che in questi anni hanno lottato assieme ai curdi siriani contro gli jihadisti dello Stato islamico.
Si stima che siano centinaia i combattenti stranieri che si sono uniti alle YPG nella guerra contro l’ISIS,  donne e uomini provenienti da diverse parti degli Stati Uniti e dell’Europa; ma intorno a loro l’opinione pubblica è divisa e molti, troppi, insinuano che non ci siano differenze tra loro e gli altri foreign fighters. La speranza è che i mezzi d’informazione nazionali che in questi giorni hanno fatto girare sulle pagine dei giornali o sui servizi in TV il testamento video di Lorenzo non soltanto mantengano viva l’attenzione su Lorenzo, ma approfondiscano i profili, i contesti e le differenze dei foreign fighters, perché ci sono. Nel suo video testamento, Lorenzo Orsetti si dice pronto a morire «con il sorriso». Nessuno muore con il sorriso, la morte è orrenda, sempre, e la sua continua reiterazione in ogni angolo non le toglie un grammo di orrore. È però con il sorriso che alcuni uomini andrebbero tenuti nel proprio animo. Non eroi, non morti, non fiori come canta quella certa canzone, ma uomini.

Se Lorenzo fosse tornato in Italia vivo, una procura avrebbe richiesto per lui la sorveglianza speciale con l’accusa di essere un soggetto «socialmente pericoloso».

Sfugge il motivo. Lorenzo Orsetti non ha violato nessuna legge dello stato italiano né alcuna legge europea. Le truppe del YPG con cui Lorenzo combatteva non rientrano fra le organizzazioni considerate terroristiche, né in Italia, né altrove. Le YPG non compaiono nella lista compilata dall’Italia, dall’Unione Europea o dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Le YPG fanno parte delle Forze siriane democratiche, alleate dell’Italia nella guerra contro l’Isis attraverso la Combined Joint Task Force voluta proprio dagli Stati Uniti che hanno lanciato la missione internazionale Inherent Resolve con l’obiettivo di distruggere l’Isis.

I successi dei combattenti curdi hanno però messo in allarme il Presidente turco Erdogan, che teme l’autonomia e l’unificazione dei territori curdi, da anni in lotta contro le forze di sicurezza di Ankara, alleata degli Stati Uniti. Recentemente Donald Trump ha annunciato  una drastica riduzione delle proprie forze militari a sostegno dei curdi (circa duemila uomini), e il timore è che lo abbia fatto per dare buon gioco a Erdogan per chiudere “la questione dei curdi”. Chiuderla con rappresaglie come quella del 2018 ad Afrin, nella Siria del Nord, quando l’esercito turco pro-jihadista, che fa parte della Nato, ha assalito la città violando qualsiasi legge territoriale siriana e trattato internazionale con l’obiettivo di distruggere proprio quelle YPG che si sono rivelate così indispensabili nella lotta contro l’Isis. Per tutti noi. L’Isis che combatteva Lorenzo e che continuano a combattere le forze del YPG è l’Isis che rivendica gli attacchi terroristici che tanto ci scuotono quando avvengono in Europa.

Perché l’Italia tratta come terroristi coloro che hanno combattuto e combattono contro i terroristi?

Lorenzo Orsetti, se fosse rientrato in Italia, sarebbe stato sottoposto a sorveglianza speciale. La sorveglianza speciale rappresenta una serie di provvedimenti estremamente limitanti: al sorvegliato speciale viene proibito di dimorare presso la propria città, viene ritirato il passaporto e la patente di guida, viene revocata qualunque licenza o iscrizione ad albo professionale, non può incontrare più di tre persone alla volta (non può partecipare a riunioni, conferenze, presentazioni di libri, manifestazioni, in una parola, gli è preclusa la collettività), ha il divieto di frequentare persone che abbiano avuto condanne (anche minori), ha l’obbligo di coprifuoco, eccetera.

Non ultimo, per chi ha rischiato la vita in nome della libertà del prossimo, la sorveglianza speciale è un tentativo di infamia.

Soltanto un semplice tentativo.

Perché a Lorenzo Orsetti, a Jacopo Bindi, a Davide Grasso, a Fabrizio Maniero, e a Eddi Marcucci diciamo grazie.  

Allo Stato italiano, chi per esso, diciamo invece che aspettiamo che faccia una telefonata al padre di Lorenzo.

E no, non è una questione di stile.