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I migliori 10 film di Pietro Germi

Dom, 06/21/2020 - 09:00

Pietro Germi è un regista troppo dimenticato e che nel corso della sua carriera subì costante contrasto ideologico per la sua cultura laica e riformista che vide l’avversione della critica comunista e cattolica per il dibattito sulle idee e i contenuti mettendo da parte l’innegabile talento tecnico e autoriale.

Formatosi come attore al Centro Sperimentale di Cinematografia saprà farsi valere come interprete di alcuni suoi film ma quella lezione sarà anche molto utile come regista nel dirigere la recitazione dei suoi interpreti e anche nel sapere valorizzare i suoi caratteristi (si pensi all’impiego costante di Saro Urzì tra i tanti che impreziosiscono i suoi lavori).

Aiuto di Blasetti che ne forma i fondamentali è un esponente atipico del Neorealismo che adopera come corrente di successo per costruire un’estetica poggiata saldamente sulla lezione del cinema americano classico. Da John Ford trae ispirazione per i suoi primi lavori che hanno il ritmo del western e dell’epica popolare. Elabora e fonda anche la Commedia all’Italiana in modo estremamente originale raggiungendo grandi successi di pubblico e riconoscimenti con premi internazionali.

Aveva anche scritto e ideato con ambientazione bolognese “Amici miei” ma la malattia che lo conduce alla morte costringe a cederne il progetto all’amico Mario Monicelli che lo omaggia nei titoli di testa con l’epigrafe: “Un film di Pietro Germi”.

Questi i miei migliori dieci di un regista popolare che merita di essere ancora visto e anche studiato.

UN MALEDETTO IMBROGLIO, 1959

Un autentico capolavoro avvincente e strabiliante dalla prima sequenza all’ultima di un giallo poliziesco a forti tinte noir.

Tratto da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” il romanzo di maggior successo di Gadda. Pietro Germi se ne impossessa personalizzandolo e dando vita anche ad un serrato dibattito critico sulle affinità e divergenze tra libro e film. L’azione viene spostata nella contemporaneità ma la critica al fascismo presente nel romanzo rimane, non scompare. Germi è anche interprete, e che interprete, del protagonista, il commissario Ingravallo antieroe solitario scomodo ai superiori, sbirro deduttivo, ha una donna che non incontra mai, vive in pensione e non sopporta i comportamenti ambigui. Tutto ruota attorno ad un condominio di piazza Farnese dove prima un furto e poi un omicidio focalizzano le indagini su un’ampia fauna corrotta dal denaro. Quasi tutti hanno scheletri negli armadi. Montato divinamente e fotografato in chiaroscuro “Un maledetto imbroglio” è denso di colpi di scena degni di Hitchcock. Unendo ritmi comici e drammatici il plot del film ha connotati realisti quali l’antagonismo italico tra polizia e carabinieri e fornisce un affresco sociale romano illuminante della società in transizione tra dopoguerra e boom economico mescolando ambienti borghesi e popolari affidandone i ruoli positivi ai principali personaggi femminili. Cast stellare con particolari meriti per Claudio Gora, Claudia Cardinale, Nino Castelnuovo, Saro Urzì e Franco Fabrizi che sarà condannato a interpretare per sempre il ruolo del malamente senza scrupoli. Germi scrive anche il testo della bellissima canzone “Sinnò me moro” musicata da Carlo Rustichelli e cantata dalla figlia sedicenne Alida Chelli. Il primo film giallo italiano. Forse il migliore.

DIVORZIO ALL’ITALIANA, 1961

Germi va in Sicilia e passa al comico creando il topos che darà vita al fortunato genere della Commedia all’italiana. Tratto da un romanzo drammatico di Giovanni Arpino anche in questo caso Germi si impossessa della trama letteraria per plasmare un’originalissima satira contro i costumi più arretrati della Sicilia più profonda che negano alla donna i più elementari diritti civili e persino umani. Il film è un profondo j’accuse laico in forma di sberleffo contro un’Italia che non concede l’istituzione del divorzio e che prevedeva ancora nel suo codice penale indecenti attenuanti per il delitto d’onore.

Il protagonista è uno straordinario Marcello Mastroianni che con il personaggio del barone Ferdinando Cefalù detto Fefè disegna uno dei migliori ritratti della sua vasta galleria. Il film scopre anche la sedicenne stupenda Stefania Sandrelli e annovera il ruolo grottesco di Daniela Rocca e le belle interpretazioni di Leopoldo Trieste e Lando Buzzanca.

Omaggio socioantropologico alla “Dolce vita” di Fellini con tutti i maschi del paese arrapati di vedere il film. Palma d’oro a Cannes e Oscar per la migliore sceneggiatura. Un film che ha segnato un’epoca.

SEDOTTA E ABBANDONATA, 1964

Pietro Germi resta in Sicilia e con molti attori del precedente film, Sandrelli in testa, insieme ad Age e Scarpelli mena nuovi fendenti satirici contro l’ossessivo tema maschilista dell’onore in un periodo che fa assurgere agli onori della cronaca la giovane siciliana Franca Viola che aveva rifiutato la pratica del matrimonio riparatore. La commedia demolisce anche questa volta l’arretratezza del pater familias, le leggi obsolete e anche la magistratura e i carabinieri. Film femminista ante litteram tutto schierato verso l’altra metà del cielo. I personaggi sono disegnati con caricaturale affetto ma con corrosiva critica in cartoline perfettamente riuscite. Strabiliante il ruolo e l’interpretazione di Saro Urzì (Palma d’oro a Cannes) nei panni del padre della ragazza del titolo che offre un magnifico monumento alla condanna della famiglia patriarcale. Ha scritto Morandini: “Germi non è mai stato così pungente e sferzante, con un stile poi da lasciar a bocca aperta. Un capolavoro della commedia all’italiana”.

IL FERROVIERE, 1956

Pietro Germi da un soggetto autobiografico ricava la trama di un film di straordinario successo popolare che molto poggia anche sulla sua interpretazione di Andrea Marcocci affiancato dall’inseparabile Urzì. Un macchinista che alza il gomito, ha problemi in famiglia assediata dai nuovi costumi e che sarà degradato di mansione per un segnale non visto per lo stress psicologico causato da un suicida che si era buttato sotto la sua locomotiva. I compagni di lavoro gli voltano le spalle e non lo sostengono. Marcocci si chiude in sè stesso e in occasione di uno sciopero non aderisce.

Tra due giorni di Natale si svolge questa sorta di ballata postneorealista che ha momenti di grande cinema alla Renoir nelle scene dei treni in corsa e che ha una capacità di lettura molto profonda della trasformazione della classe operaia anche se Germi pigia sul pedale di certo deamicismo da libro Cuore. La critica comunista più blasonata versò curaro contro il film che invece andò benissimo negli incassi. Nel 1990 è stata ritrovata una lettera privata scritta a Togliatti da tre illustri intellettuali comunisti, Antonello Trombadori, Carlo Salinari e Paolo Spriano che chiedevano al segretario del Pci di incontrare il regista, socialdemocratico militante ma autore di un film “pervaso da ogni parte di sincero spirito socialista”.

IL CAMMINO DELLA SPERANZA, 1950

Quando gli emigranti eravamo noi italiani. Un on the road che parte dalla Sicilia con un gruppo di uomini e donne che in seguito alla crisi della zolfara del paese attraversano la penisola tra insidie e pericoli per raggiungere la Francia e trovare lavoro e dignità. Esodo quasi fordiano alla “Uomini e topi” con il protagonismo epico di Raf Vallone che sul set incontra Elena Varzi che diventerà la compagna della sua vita. Il crumiraggio e il senso della classe si scontrano tra le contraddizioni degli umili. Fellini tra gli sceneggiatori. C’è scarsa memoria sulla polemica nata dal fatto che la Commissione ministeriale negasse le agevolazioni fiscali per il danno d’immagine verso l’Italia dipinta come un paese d’emigranti. Dato inoppugnabile e che grazie ad una forte mobilitazione fece accedere il film alla premialità. Nel film si ascolta per la prima volta la popolare canzone siciliana “Vitti na crozza” musicata su un testo ascoltato da un minatore siciliano. Orso d’argento al Festival di Berlino.

SIGNORE & SIGNORI, 1966

Terzo anello dedicato ai temi della famiglia e al comune senso del pudore con intelligente risalita dell’Italia per permettere al genovese Germi di aggredire con la satira l’opulenta e bigotta provincia veneta che si arricchisce con il boom economico.
Un gruppo di commercianti e professionisti della media borghesia, dietro un’impeccabile facciata di perbenismo, nasconde una fitta trama di tradimenti reciproci. Sceneggiano di nuovo Age e Scarpelli che lavorano alla grande sull’idea originaria del soggetto di Flaiano ma c’è anche Vincenzoni che non citata mette alla berlina l’ambientazione della sua Treviso con le corna di coppie democristiane che mescolano la messa con l’alcova. Un moralismo becero fratello delle arcaicità siciliane non compreso da molta critica tricolore. Non sfugge invece ai giurati di Cannes che gli assegnano la Palma d’oro ex aequo con “Un uomo e una donna” di Lelouch.

IN NOME DELLA LEGGE, 1949

Il primo approdo siciliano di Germi che mette sullo schermo per la prima volta la mafia con una sorta di western che raccoglie al meglio le visioni e la regia di un maestro come John Ford. Il miglior critico e biografo di Germi, l’ottimo Mario Sesti, ha analizzato con certosino puntiglio gli innumerevoli punti di contatto e citazioni con i classici del genere a partire dalla recitazione del protagonista Massimo Girotti che sembra rifare l’Henry Fonda di Sfida infernale “negli sguardi fissi e muti, quasi ipnotici, con i quali sfida i suoi nemici nel bar tabacchi”.
Tratto da un romanzo autobiografico di un pretore, Germi con ritmo dello spettacolo plasma un integerrimo magistrato che da Palermo giunge in provincia e affronta gl’interessi della cosca locale e del latifondista mentre lui è sostenuto solo da un carabiniere leale e da un ragazzo. Tutto l’ambiente lo avversa. Lettura sociologica perfetta tra gli interessi di massari e baroni che vessano il popolo complice e omertoso. Uno spin-off del cinema civile alla Damiani e alla Petri degli anni Sessanta. Il pentito di mafia Tommaso Buscetta in un celebre libro intervista ha detto che il protagonista del film gli ricordava Giovanni Falcone.

IL BRIGANTE DI TACCA DEL LUPO, 1952

Il brigantaggio e l’Unità ancora come un western con Amadeo Nazzari addobbato da John Wayne per una trama tratta da un romanzo di Bacchelli che ben metabolizza in chiave popolare la difficoltà degli ultimi schiacciati tra esercito sabaudo e ribelli meridionali.

Non attendibile sul piano storico il film racconta vicende lucane girate in set calabresi con scenari molto ben scelti e con un ritmo spettacolare che non fa mancare l’arrivano i nostri finale trasformando l’Aspromonte in una sorta di Monument Valley per un Sud western ancora poco indagato. Infarcito da melò, duello rusticano e vendetta d’onore contro il brigante fellone e un onore delle armi da parte dei piemontesi agli sconfitti che rende tutto molto cinematografico e spettacolare.

ALFREDO ALFREDO, 1972

Nel suo ultimo film Germi riprende i temi della commedia per continuare a sostenere ancora la campagna del divorzio che era arrivata allo scontro frontale. Richiama Stefania Sandrelli farmacista grottesca e tiranna (l’esatto opposto del suo film d’esordio) ma pesca il jolly produttivo di avere come protagonista Dustin Hoffman fresco reduce del successo del “Piccolo grande uomo” che ripropone i tic timidi de “Il laureato” ben facendosi guidare da Germi per il suo bancario inetto marchigiano che troverà riscatto nell’incontro libertario con Carla Gravina. Ricco di trovate in una sceneggiatura funambolica ne esce un film divertente molto apprezzato dal pubblico e come al solito molto avversato dalla critica paludata che voleva solo impegno e non poteva capacitarsi del finale molto aperto.

SERAFINO, 1968

Riuscita pochade agreste dai sapori boccacceschi con il protagonista nei panni di un moderno Bertoldo di montagna. Lui è uno straordinario Adriano Celentano bocciato al primo provino da Germi per voler interpretare il personaggio troppo alla Celentano da Clan. Recepite le indicazioni del regista Celentano non la sbaglia e disegna uno dei suoi migliori personaggi con canzone omonima che diventa un grande successo come il film campione d’incassi della stagione della grande rivolta operaia e studentesca registrando al botteghino tre miliardi di lire quando un biglietto ne costava circa duecento. Una favola agrodolce nell’ennesimo sottogenere di una grande maestro artigiano che conosceva la macchina cinema in ogni suo possibile dettaglio.

Ciao, io sono Mohamed e vengo dal Ciad

Dom, 06/21/2020 - 08:06

Mohamed Alì Saleh, classe 1988, è arrivato in Italia nel 2011 a bordo di una barca che non si sapeva dove stava andando…
231 persone e non ti potevi muovere perché non c’era spazio, se ti alzavi pre sgranchirti le gambe qualcuno prendeva il tuo posto.

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Hyperloop, il treno da 1000 km/h si avvicina

Dom, 06/21/2020 - 08:06

Trasportati a mille chilometri l’ora su un treno a levitazione magnetica. Hyperloop si propone come il treno del futuro e anche molto di più: un mezzo di trasporto comodo, veloce, economico e soprattutto poco impattante sul pianeta. Una rivoluzione che, secondo il primo studio di fattibilità conclusosi al mondo, si può fare.

Un’idea affascinante

Hyperloop sarà alimentato totalmente da energie rinnovabili (pannelli solari, sistemi eolici, freni a recupero di energia cinetica, geotermia). Sarà come una gigantesca centrale elettrica che trasporta persone. Hyperloop utilizza la tecnologia vactrain, per cui non tocca mai le rotaie come un normale treno ma si sposta all’interno di un tunnel in cui viene creato un vuoto d’aria. Grazie al sistema di levitazione passiva, è un mezzo che addirittura produce (e può rivendersi) il 30% di energia in più rispetto a quanto consuma.

Una svolta ambientale

“Solo il 5% dei passeggeri e delle merci è su rotaia in questo momento in Italia, il 95% è su gomma” ha detto Gabriele Gresta imprenditore di Terni che negli Stati Uniti, in California, ha fondato insieme a Dirk Ahlborn la società HyperloopTT. “ Noi andiamo a prendere quel mercato che oggi non riesce a prendere il treno o i mezzi a terra per muoversi efficientemente e lo facciamo a dei costi molto contenuti”. L’Italia lavora a concretizzare la prima tratta al mondo di questo gioiellino supersonico, che potrebbe essere quella che collegherà in circa 10 minuti il centralissimo piazzale Cadorna di Milano (distante pochi passi dal Castello Sforzesco) all’aeroporto di Malpensa (50 km).

In Italia entro il 2026

Lo scorso febbraio Gresta (fondatore di Hyperloop Italia) e Andrea Gibelli (presidente del gruppo FNM) hanno annunciato la partenza dello studio di fattibilità del progetto, rivelando che sarà un mezzo di trasporto low cost. Per quanto riguarda i tempi, l’obiettivo è quello di essere pronti per le Olimpiadi Invernali di Milano e Cortina del 2026 con un sistema integrato che possa collegare rapidamente i viaggiatori dagli aeroporti ai siti olimpici. Attualmente sono 6 i progetti in fase di studio in altrettante regioni, tre al Nord e tre nel Mezzogiorno, ma per ora non ne sono stati svelati i dettagli. Si parla però di una Milano-Torino distanti solo 7 minuti, 9 per Milano-Bologna.

Cos’è Hyperloop e perché è così comodo

Hyperloop è una capsula leggerissima di carbonio che viaggia nel vuoto all’interno di un tubo di 4 metri privo di attrito sfruttando la forza generata dai magneti. “Il comfort non è dato dalla velocità, ma dall’accelerazione e dalla decelerazione – risponde Bibop Gresta –. Oggi già viaggiamo con gli aerei a delle velocità che sono pari a quelle di Hyperloop: nell’aereo a due piani A380 si viaggia a 1000 km/h eppure noi non lo sentiamo perché l’accelerazione e la decelerazione avvengono in modo graduale e quindi il passeggero mantiene il comfort. Noi come Hyperloop abbiamo un sistema che può mantenere l’accelerazione orizzontale inferiore a 0,8 G e laterale a 0,5 G, quindi siamo molto più confortevoli di un aereo”.

Il primo studio di fattibilità, appena concluso

Il primo studio di fattibilità completato è arrivato recentemente dall’Ohio. Si è valutata la fattibilità di un collegamento che unisca Columbus, Chicago e Pittsburgh. Il beneficio economico dell’operazione, in termini di rilancio dell’economia e occupazione, è stato calcolato in 300 miliardi di dollari, con una riduzione di 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica, per via del risparmio di emissioni rispetto a vettori più inquinanti quali appunto l’auto o l’aereo. La fattibilità dell’opera ha valutato tra le altre cose la complessità ingegneristica, i terreni utilizzabili, i volumi di traffico di persone per quelle tratte, i costi.

Il risultato, secondo lo studio, sarebbe la copertura della tratta Chicago Columbus in 45 minuti e 60 dollari di costo, contro le attuali 6 ore di guida oppure al volo aereo dal costo medio di 100 dollari. Columbus si collegherebbe a Pittsburg invece in soli 30 minuti contro le attuali 3 ore di auto e al costo di 33 dollari anziché 150 per un volo aereo.

Se son rose fioriranno

Se tutto sarà confermato, in futuro i nostri week end ne trarranno beneficio, mentre – nel contempo – riusciremo a conciliare la pressante necessità di muoverci in modo sostenibile. Parigi e Amsterdam saranno collegate in 90 minuti e potrebbe succedere nel 2028. Allo studio anche il collegamento tra Dusseldorf, Francoforte e Parigi. A ottobre 2020 invece potremo vedere in funzione il primo Hyperloop al mondo, in occasione dell’Expo ad Abu Dhabi, in una tratta di 5-10 km.

Solo un bellissimo progetto

Attenzione però a non eccedere con i facili entusiasmi. Per ora si tratta di “studi di fattibilità” e di esperimenti. Non ci sono certezze che questo progetto fantascientifico possa diventare una realtà diffusa nel mondo. Dall’Ottocento a oggi, infatti, si sono visti molti meravigliosi progetti di trasporto pneumatico che sono rimasti idee sulla carta. Nel 1869 Alfred Ely Beach pensava di utilizzare questa soluzione a New York, prima che venisse realizzata la rete della metropolitana. Nel 1909 Robert Goddard, uno dei padri della missilistica, ebbe la stessa idea. Ma nessuno è riuscito a realizzarla. Speriamo che questa sia la volta buona.

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Covid: un italiano su due dice no al vaccino | Scuola: mancano 50 mila prof | Germania: emergenza mattatoi

Dom, 06/21/2020 - 06:25

llsole24ore: Il Piano Colao costa 170 miliardi: 34% alle famiglie, 7% alle imprese – Video – Tutti i fondi stanziati per gli aiuti e quanti ne restano – Le banche italiane fanno il pieno in Bce: 200 miliardi a tassi negativi;

Il Mattino: Scuola, corsa alla pensione: mancano 50 mila prof,sarà settembre a ostacoli. Scuola, gli scienziati e il rischio nuova ondata: si pensa di chiudere classi o interi piani Manfredi: «Al lavoro per un percorso verso le lauree abilitanti» ;

La Repubblica: L’emozione dei ballerini del Teatro dell’Opera che tornano a danzare: “Ma Romeo non può più toccare Giulietta”;

Tgcom24: La ricerca: quasi un italiano su due poco propenso a vaccinarsi contro il coronavirus;

Il Fatto Quotidiano: L’Anm espelle Palamara: “Gravi violazioni codice etico”. Lui manda avvertimenti: “Pure chi ha chiesto di cacciarmi vantava diritti”;

Corriere della Sera: La curva, lo schianto a 50 km/h e il casco che è saltato via| La ricostruzione illustrata. Alex, il talento che stregò anche Senna;

Leggo: Scoperta choc nella stiva dell’aereo, trovati morti 38 cuccioli: la verità sull’ultimo viaggio verso il Canada e le foto denuncia;

Il Manifesto: Il ritorno al Sud dei giovani e la rigenerazione del settore pubblico ;

Il Giornale: Arriva la sprangata fiscale. Il dl Cura Italia stabilisce che fino al 31 agosto non si notificano ingiunzioni. Ma i Comuni fanno partire i controlli;

Il Messaggero: In Germania è emergenza mattatoi: oltre 1.000 contagi, ipotesi lockdown. Nel mondo superati i 460 mila morti;

Covid-19. I dati nel mondo. Rallenta in Europa ma non in Italia, cresce in Usa, esplode in Brasile

Sab, 06/20/2020 - 18:00

La Johns Hopkins University raccoglie i dati di casi confermati e morti per coronavirus in tutti i paesi. Secondo i dati al 20 giugno sono gli Stati Uniti ad avere il più alto numero di casi accertati e di morti, l’Italia è ottava per numero di casi (sorpassata questa settimana dal Perù) e quarta per numero di morti (rispetto all’Italia sono più i morti registrati negli Usa, in Brasile e nel Regno Unito).

Complessivamente nel mondo si registrano 8.667.000 casi (1.021.000 in più rispetto a 7 giorni fa, dato in forte aumento rispetto alla settimana precedente) e 460.000 morti (34.000 in più rispetto a 7 giorni fa, dato in leggero aumento).

Continua a diminuire il tasso di letalità

Ormai per la sesta settimana consecutiva il confronto tra incremento di casi e di morti a livello mondiale conferma l’ipotesi che, mentre il virus continua a diffondersi, la sua letalità sta diminuendo. Il tasso di letalità dall’inizio della pandemia è stato del 5,3% sui casi accertati, nell’ultima settimana è sceso al 3,3%, con una ulteriore diminuzione. La settimana precedente il tasso di letalità era del 3,4% e l’altra settimana era il 3,7%.

Negli Usa più di 2,2 milioni di casi, 174.000 nell’ultima settimana

Continua l’impressionante escalation di casi negli Usa, dove nell’arco di una settimana si è passati da 2.049.000 a 2.223.000. Nello stesso periodo il numero dei morti per Covid-19 in Usa è cresciuto da 115.000 a 119.000.

Lo stato di New York da solo conta ad oggi oltre 31.000 morti ma per fortuna, almenno in questo stato, il numero di meorti settimanali è fortemente rallentato

La pandemia rallenta in Europa, in Brasile più di 200.00 casi in una settimana

Mentre nei principali paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna), con l’eccezione dell’Italia, si registra un rallentamento della diffusione del virus, continua l’esplosione in Brasile dove solo nell’ultima settimana si sono registrati 204.000 nuovi casi e 7.000 morti. Il Brasile è il paese con il numero di casi e di morti più alto al mondo dopo gli Usa, mentre il presidente brasiliano Bolsonaro continua a minimizzare la questione e minaccia, come Trump, di uscire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sono ormai in molti a sostenere che Bolsonaro si stia macchiando di un genocidio.

Oltre al Brasile, in Sud America sono particolarmente toccati dall’escalation del virus il Perù, il Messico e il Cile che questa settimana entra nella triste classifica dei 10 paesi con il maggior numero di casi accertati.

Altro paese che segnala un preoccupante sviluppo della diffusione è l’India con 86.000 nuovi casi negli ultimi 7 giorni.

Lo strano caso della Russia

Molti dubbi sul sistema di attribuzione delle morti al covid19 adottato in Russia. Secondo i dati ufficiali i morti sarebbero 7.800 contro 568.000 casi accertati, con un tasso di letalità quindi di circa l’1,4%, un’anomalia assoluta a livello mondiale.

Italia: la diffusione del coronavirus non diminuisce e si concentra in Lombardia

In Italia la diffusione del virus nell’ultima settimana purtroppo ha dato qualche segnale di ripresa. Dopo che si era passati nelle settimana precedenti, secondo i dati ufficiali, dai 3.000 casi ai 2.500 e poi ai circa circa 2.000 adesso il dato risale verso quota 2.500 su base settimanale.

Mentre la magistratura continua le sue indagini sulla Lombardia (la mancata zona rossa di Alzano, la riapertura dopo 3 ore del pronto soccorso senza precauzioni dopo che era stato registrato un caso di covid-19, la strage nelle Case di Riposo) è da segnalare che, sempre secondo i dati ufficiali, dei nuovi casi di positività al covid19 in Italia nell’ultima settimana, circa il 65% sono stati riscontrati nella sola Lombardia con punte superiori al 70% in alcuni giorni. Altra regione che preoccupa è il Lazio dove secondo le ultime rilevazioni l’indice RT che misura la diffusività è attualmente superiore a 1.

I dati ufficiali per paese: casi accertati e morti

Di seguito i dati ufficiali dei 10 paesi con più casi accertati e più morti per covid19 in base alle statistiche ufficiali al 6 giugno.

I segni (+) e (-) indicano le variazioni nel ranking rispetto a 7 giorni fa.

Casi confermati

  • 2.223.000 Stati Uniti
  • 1.033.000 Brasile
  • 568.000 Russia
  • 395.000 India
  • 303.000 Regno Unito
  • 246.000 Spagna
  • 244.000 Perù (+)
  • 238.000 Italia (-)
  • 231.000 Cile (+)
  • 196.000 Francia (-)

Morti

  • 119.000 Stati Uniti
  • 49.000 Brasile
  • 43.000 Regno Unito
  • 35.000 Italia
  • 30.000 Francia
  • 28.000 Spagna
  • 20.000 Messico
  • 13.000 India (+)
  • 10.000 Belgio (-)
  • 9.000 Iran (+)

Covid-19, folle caccia ai pipistrelli in tutto il mondo

Sab, 06/20/2020 - 15:00

In tutto il mondo le persone hanno reagito alla fine del lockdown organizzando ronde per uccidere pipistrelli. Dato che si ritiene che il contagio sia avvenuto tramite questi mammiferi volanti, la logica non scalfisce le buone intenzioni di questi animosi gruppi che, in modo totalmente assurdo, pensano di fermare il coronavirus, o covid-19, uccidendo questi utilissimi animali.

Gli attacchi nel mondo

A maggio, in quattro distretti dell’India nord-occidentali quasi 200 pipistrelli della frutta sono morti prima che il governo decidesse di imporre una punizione per l’uccisione degli animali. In aprile, in due province cubane, spedizioni punitive hanno ucciso con il fuoco pipistrelli nei boschi e negli edifici. Ancora, in Ruanda, sono stati direttamente i funzionari del governo a puntare i cannoni ad acqua su pipistrelli della frutta, per allontanarli dalla capitale Kigali. A marzo la stessa idea ha raggiunto il Perù, nella regione di Cajamarca, dove la caccia al pipistrello è avvenuta con torce accese in mano. In indonesia addirittura li hanno cacciati e messi in vendita nei mercati alimentari, giustificandosi poi con le autorità sanitarie che fosse un tentativo di frenare la pandemia di covid-19.

Ancora non si è certi neppure dell’origine del virus

Come spiega il giornale NRDC, se la scienza ha provato che il coronavirus è nato da un bastone, ciò non significa che tutti i bastoni trasmettano il covid. In più, “esistono al mondo oltre 1.400 specie diverse di pipistrelli”, spiega Nancy Simmons, biologa evoluzionista all’American Museum of Natural History. “Addirittura il 20% di tutte le specie di mammiferi viventi sono pipistrelli.” E di quelle, solo 1 specie – il pipistrello a ferro di cavallo (Rhinolophus affinis) – è stata collegata alla nascita del virus, sebbene questa connessione sia molto più complicata di quanto si possa immaginare. Secondo uno studio pubblicato questa settimana sulla rivista Nature, il coronavirus è solo fino al 96% geneticamente simile a un altro coronavirus trovato nei pipistrelli a ferro di cavallo, in Cina, nel 2013. Significa che è il più vicino parente noto, ma non è lo stesso virus.

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Cina, trovato Covid-19 sul salmone importato dall’Europa

Sab, 06/20/2020 - 12:02

Dopo un inverno drammatico la Cina è alle prese con nuovi focolai di SARS-CoV-2, il più esteso è legato al mercato di Xinfadi nel distretto di Fentai, a Pechino. Si tratta del più grande mercato all’ingrosso di prodotti freschi in Asia, occupando un’area di ben 112 ettari (più di 150 campi da calcio regolamentari). 

A seguito dei controlli, sono state rilevate tracce del coronavirus SARS-CoV-2 su un tagliere per il salmone di un venditore di pesce del mercato, e si è subito pensato che il pesce (importato dall’Europa) potesse essere al centro del nuovo focolaio. Immediato lo stop alle importazioni di salmone proveniente dall’Europa, e tutti gli stock in consegna già in territorio Cina sono stati bloccati. Via il salmone dai menù dei ristoranti, chiuso, in un secondo momento, il mercato. Uno stravolgimento per le abitudini dei cinesi: ogni giorno ben 1.500 le tonnellate di frutti di mare e di altri prodotti venivano distribuiti ai ristoratori e ai consumatori di Pechino dal mercato, prima della chiusura.

Davvero il salmone può trasmettere il virus COVID-19? 

L’ipotesi sarebbe al momento remota, a oggi non c’è alcuna evidenza che i salmoni vivi possano essere infettati dal coronavirus SARS-CoV-2, e soprattutto, che siano in grado di passarlo all’uomo in qualche modo. A dirlo e sottolinearlo sono le stesse autorità cinesi, pur lasciando aperta la porta al dubbio. “Non possiamo concludere che il salmone sia la fonte di infezione solo perché il coronavirus è stato rilevato su un tagliere di un venditore”, ha dichiarato l’epidemiologo Zadyou del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC).

Secondo un altro epidemiologo dei CDC cinesi, il dottor Wu Zunyou, i casi di COVID-19 legati al mercato di Xinfadi sono molto probabilmente legati a “frutti di mare e prodotti a base di carne” lavorati in loco ma gestiti al di fuori del mercato, verosimilmente contaminati da un operatore positivo al coronavirus ma asintomatico.

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Ricetta: ghiaccioli 100% frutta fatti in casa

Sab, 06/20/2020 - 10:30

Un’idea perfetta per rendere meno roventi le calde giornate estive in arrivo! Dal canale YouTube Elena Tee ecco come realizzare dei ghiaccioli 100% frutta a casa nostra! Nulla di più sano per i nostri bambini! Una ricetta facilissima che si può provare a realizzare insieme anche ai più piccoli. In questo video vedremo come realizzare i ghiaccioli gusto arancia e limone. Cosa serve:

  • 100 g acqua;
  • 50 g zucchero;
  • succo di 150 g di arance o limoni;
  • spremiagrumi;
  • stampini per ghiaccioli.
Fonte: Elena Tee

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Il morso della vipera

Sab, 06/20/2020 - 09:35

Esce il 2 luglio il nuovo libro di Alice Basso che è – per la gioia dei suoi lettori – il primo di una serie che racconta la storia di Anita. In una Torino degli anni ’30, in pieno regime fascista una bella ragazza decide di lavorare prima di mettere su famiglia. E trova impiego presso una casa editrice che pubblica una rivista di racconti gialli: Saturnalia.
Antifascista più di istinto che di consapevolezza, Anita non ha grandi aspirazioni di emancipazione, sa solo che il futuro che le prospetta il suo fidanzato, fascista convinto, fatto di casa, patria e soprattutto sei – dico sei – figli non è esattamente il suo ideale di vita. Almeno non subito.

Inizia così la storia de Il Morso della Vipera, lasciata al suo amore e alla sua vita Vani Sarca, la ghostwriter della precedente serie, Alice Basso riparte col botto.

E per meglio raccontarvi la genesi di questo nuovo libro chi meglio di lei stessa?

Dopo aver letto questo post, pubblicato nel suo profilo Facebook, il 2 luglio vi fionderete in libreria.

“SÌ, SÌ, È PERCHÉ SONO EMOTIVA, PUBBLICARE LA SECONDA SERIE È PEGGIO CHE PUBBLICARE IL SECONDO LIBRO CHE A SUA VOLTA È COME VENIRE MANGIATI DAL DRAGO DI TUTTE LE ANSIE E BLABLABLA, MA NON E’ SOLO QUESTO. È che questo libro – questa nuova serie – è una storia che ha spazzato via altre storie. Un tifone di storia. Per me, eh. Adesso vi spiego.

Così se poi mi vedete aggirarmi per il web mugolando “oddioddìo sta veramente per uscire aiutoaiuto” mi capite e mi tirate due Valium senza scomporvi troppo.

FLASHBACK: PRIMAVERA 2019

Poco più di un annetto fa, io sono una persona felice e serena con una strada luminosa spalmata davanti, come all’inizio delle commedie di Meg Ryan, per intenderci. Sta per uscire il quinto e ultimo libro della saga di Vani, ragione di ansia (tanto per cambiare) ma soprattutto di entusiasmo, e il futuro mi spaventa ma relativamente perché ho già sottoposto al mio editore delle nuove proposte e ne ho avuto l’approvazione. Una in particolare è già quasi terminata: un libro che parla di un tema a me caro, bisogna lavorarci ancora su per accentuare questo e smussare quello e il ritmo e l’antagonista eccetera eccetera, ma c’è tempo, è tutto tranquillo, tutto nella normalità.

Serena.
Paperina a Paperopoli.

Nel frattempo, studio. Studiare è una roba che nella mia vita ho fatto tanto e bene ma mai abbastanza e mai abbastanza bene. Fortunatamente, per quanto sia stata brava, ho sempre avuto attorno gente più brava di me, il che mi ha procurato una certa qual – indovinate? – ansia, ma ha anche sempre tenuto vivo il fuoco.

Ho appena finito di studiare un argomento in particolare, e mi ci sono appassionata tantissimo: la storia delle dattilografe sotto il fascismo, confluita nello spettacolo “Signorina Bertero, dattilografa” tenuto con le mie amate Soundscape 2.0 l’8 marzo per l’anniversario del museo di Reale Mutua. Ora – e siamo, ripeto, a poco più di un annetto fa – sto invece studiando la roba che racconto a una serie di corsi che mi capita di quando in quando di tenere nei licei o nelle librerie: corsi sulla nascita del giallo e poi del noir, letterature che non si studiano a scuola ma che raccontano la Storia in maniera favolosa.

In particolare, una delle cose che studio accende il mio interesse. “Accende”, vabbè: “incendia” sarebbe più esatto. È il tema del rapporto del fascismo con i gialli. Il giallo è il genere letterario preferito dagli italiani ma più odiato dal regime, e perché? È evidente: perché parlare di crimine significa ammetterne l’esistenza. Così i gialli italiani devono assoggettarsi a delle regole ASSURDE che ovviamente ne ammazzano tutto il brio: il colpevole dev’essere sempre straniero (quindi come compare uno straniero nella storia sai già che sarà lui il cattivo), il poliziotto – fascista – deve trionfare presto e bene e possibilmente sparare lunghe pippe moraliste, eccetera. Fare i giallisti o gli editori di gialli negli anni ’30 non è affatto semplice, specie se lo si fa per passione, magari perché si seguono i gialli che intanto stanno fiorendo in America, che sono i primi e meravigliosi lavori di Hammett, Chandler, Gardner, e quelli sì che possono raccontare la dura realtà e fare il loro mestiere di letteratura di denuncia.

Così una mattina mi sto lavando i denti e penso: “Certo che sarebbe una figata coniugare queste due cose interessantissime che ho studiato e che vorrei tanto avere una ragione per continuare ad approfondire. PER ESEMPIO MANDANDO UNA DATTILOGRAFA A LAVORARE PER UN GIALLISTA”.

La prima cosa che faccio, bisogna specificarlo, è sputare il dentifricio.

La seconda è passare tipo due settimane in catatonia, la testa gonfia di questo spunto che mi lievita dentro come certe pizze e andando a spulciare articoli e libri su questi due temi qua anziché decidermi a finire il libro che dovrei, appunto, finire.

La terza cosa è scrivere alla mia agente e alla mia editor.
“Non so come dirvelo. Tengo ancora tantissimo all’altro libro, eh… ma sto morendo dalla voglia di scrivere questa storia qua. Non riesco a pensare ad altro, ho già imbastito la trama per cinque libri, vi mando il prospetto, ditemi cosa ne pensate e cosa ne devo fare.”

Un paio di settimane dopo vengo convocata a Milano. “Ora mi dicono di farmi una vacanza e calmarmi”, penso. Invece mi dicono: “Scrivila“.
“FANTASTICO, VI E’ PIACIUTA! Allora continuo a studiare e per l’anno pross…”
“No, non hai capito: scrivila SUBITO. La vogliamo prima di qualsiasi altra cosa tu abbia già pronta, perché ci siamo innamorati di questa storia esattamente com’è successo a te, e l’amore non può aspettare.”

Fermo-immagine: l’altro libro è già praticamente finito.
Siamo in quel momento dell’anno in cui io di solito FINISCO di scrivere il libro che dovrebbe uscire l’anno seguente, non lo COMINCIO. In cui mi rilasso come un canotto che si sgonfia, non in cui mi scafandro come un quarterback e mi getto nella mischia della stesura di una cosa nuova. Ma, soprattutto, far passare in cavalleria il libro semipronto significa levargli il tempo per diventare, be’, pronto, cioè rischiare fortissimo di trovarsi con nessuna storia pronta all’ultimo momento utile per programmarne l’uscita.

Ma si è appena verificata la situazione più bella, ma proprio PIÙ BELLA che io abbia mai sperato nella mia vita da quando ero bambina. IL SOGNO DELLA MIA VITA. Avere una storia che non vedi l’ora di raccontare e un editore che ti dice “Scrivila subito”.

Così corro a casa, mi rimetto a studiare come una pazza, mi metto a scrivere come una pazza al cubo, e ad agosto la prima bozza è pronta. Aggiustamento dopo aggiustamento, approfondimento dopo approfondimento, conversazione con l’editor dopo conversazione con l’editor, arriviamo a oggi, quasi un anno dopo, e il libro sta per uscire.

E io sono una guglia della Sagrada Familia per le ulcere che mi traforano dall’ – indovinate? – ansia, ma fa parte del gioco, e comunque vada ho avuto un anno per studiare e scrivere e immergermi in una storia su cui ho adorato lavorare.

Chiudo con info tecniche, che ci vogliono pure loro: se vi va, potete preordinarlo su IBS (o ovunque vogliate); oppure – e finché si può mi sembra più bello – potete prenotare una copia con dedica a I libri di Eppi: Eppi, alias Paola Piolatto, è la libraia torinese da cui farò la presentazione in diretta facebook (la pagina è ovviamente “I libri di Eppi”) il 2 luglio, cioè il giorno stesso dell’uscita: visto che sarà una presentazione online ma io e lei saremo fisicamente nella sua libreria, quel giorno firmerò le copie e poi lei ve le spedirà ovunque vi troviate, anche su Marte.

L’ansia.
Ma avercene, di ansie così”

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Cervello, i cibi grassi riducono la concentrazione

Sab, 06/20/2020 - 09:30

Sono definiti “comfort food“, ovvero “cibi che danno consolazione“. Tutti abbiamo esperienza di quando, sotto stress per un esame o per un impegno lavorativo importante, preferiamo saziarci con hamburger e patatine fritte piuttosto che con carne ai ferri e verdura. Attenzione però: mangiare cibi grassi può essere controproducente, perché può ridurre la capacità di concentrazione. La notizia arriva da uno studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition secondo cui è sufficiente consumare un solo pasto ricco di grassi saturi per ledere la capacità di focalizzarsi.

Grassi saturi e insaturi

I ricercatori statunitensi della Ohio State University hanno confrontato i risultati di un test dell’attenzione eseguito da 51 donne dopo aver mangiato un pasto ricco di grassi saturi (il tipo di grassi alimentari meno salutari) e lo stesso pasto condito con olio di semi di girasole, e quindi ricco di grassi insaturi (ovvero la tipologia di grassi più sani). Una volta raccolti gli esiti dei test, il gruppo di ricerca ha constatato che i risultati erano decisamente peggiori dopo che le donne avevano consumato il pasto ricco di grassi saturi rispetto a quando avevano mangiato le stesse pietanze contenenti grassi insaturi.

Per ridurre la concentrazione basta un solo pasto “eccessivo”

Ad aprire gli occhi ai ricercatori è stata in particolare la perdita di concentrazione dopo il consumo di un solo pasto condito con grassi saturi. “Nella maggior parte degli studi precedentemente condotti per indagare l’effetto causale dell’alimentazione sulle capacità cerebrali le osservazioni effettuate dai ricercatori sono durate per un certo periodo di tempo – spiega Annelise Madison, autrice principale dello studio – mentre noi abbiamo valutato gli effetti sulla concentrazione dopo il consumo di un solo pasto e siamo riusciti a vedere delle differenze. Un risultato notevole”.

La capacità di attenzione diminuisce dell’11%

Il test, chiamato Continuous performance test o Test di valutazione dell’attenzione sostenuta visiva, è volto a misurare attenzione, concentrazione e tempo di reazione nel corso di 10 minuti di attività svolte al computer. Dallo studio è emerso che dopo aver consumato un pasto ricco di grassi saturi tutte le donne partecipanti erano, in media, l’11% in meno in grado di rilevare gli stimoli-target nella valutazione dell’attenzione.

Cibi poco grassi amici del cervello

Madison e colleghi hanno anche osservato che il pasto condito a base di olio di semi di girasole, sebbene a basso contenuto di grassi saturi, conteneva comunque molti grassi: “Poiché entrambi i pasti sono ricchi di grassi e quindi potenzialmente problematici, l’effetto a livello cognitivo causato dal pasto ad alto contenuto di grassi saturi potrebbe essere ancora maggiore se confrontato con il consumo di cibi a basso contenuto di grassi“.

Il ruolo dell’intestino

I ricercatori hanno anche esaminato se potesse avere qualche effetto sulla concentrazione una condizione chiamata “sindrome dell’intestino permeabile“, in cui le pareti dell’intestino non riescono ad opporsi in maniera adeguata all’ingresso nel circolo sanguigno di tossine e patogeni, come un rubinetto guasto che perde acqua (da cui la definizione “leaky gut“, ovvero “intestino che gocciola” o “intestino permeabile”). Ebbene dallo studio è emerso che, indipendentemente dal pasto consumato, le partecipanti con intestino permeabile sono risultate meno capaci di mantenere costante l’attenzione durante il test e per quanto riguarda la concentrazione hanno mostrato tempi di risposta più irregolari.

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Covid-19, scovati anticorpi umani super-potenti che proteggono dall’infezione

Sab, 06/20/2020 - 08:00

Super-anticorpi ricavati dal sangue di persone guarite dal Covid-19 hanno mostrato di fornire una potente protezione contro il nuovo coronavirus Sars-Cov-2. La ricerca è stata per ora condotta in laboratorio su modelli animali e su colture cellulari umane, ma secondo gli studiosi dello Scripps Research Institute di La Jolla in California (Stati Uniti) riveste una particolare importanza poiché “offre un paradigma di reazione rapida a una pandemia virale emergente e mortale, e pone le basi per studi clinici e test aggiuntivi sugli anticorpi come potenziali trattamenti curativi e preventivi per il Covid-19“. La ricerca è stata pubblicata su Science.

Trattamento curativo e preventivo

Le iniezioni di questi anticorpi potrebbero essere somministrate ai pazienti come terapia nella fase iniziale del Covid-19 per ridurre la gravità dell’infezione e proteggere i pazienti dalle severe conseguenze che il virus può comportare. Ma, come spiegano i ricercatori, questi anticorpi possono anche essere impiegati in modo simile a un vaccino, e quindi in modalità preventiva, per fornire una protezione temporanea contro l’infezione da Sars-Cov-2 ad alcune persone particolarmente a rischio come gli operatori sanitari (per sovraesposizione al virus) e gli anziani (per una maggiore fragilità dovuta all’età e alla presenza di altre patologie), e per altre categorie di individui, come ad esempio quelli che rispondono male ai vaccini tradizionali o che sono sospettati di aver avuto una recente esposizione al nuovo coronavirus.

Un approccio che ha funzionato per altri virus mortali

In tutto il mondo, a oggi, quasi 8 milioni di persone sono risultate positive all’infezione da Sars-Cov-2 e oltre 400 mila sono decedute. Lo sviluppo di un trattamento o di un vaccino contro il Covid-19 è attualmente l’obiettivo prioritario della politica sanitaria a livello globale, e uno degli approcci di ricerca consiste nell’identificare nel sangue dei pazienti in fase di recupero anticorpi in grado di neutralizzare la capacità del virus di infettare le cellule. Questi anticorpi possono quindi essere prodotti in serie usando metodi biotecnologici: una metodica già utilizzata  con successo contro il virus Ebola e contro il virus respiratorio sinciziale (Rsv) che causa la polmonite.

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Cancelleri: priorità alta velocità al sud | Istat: aspettativa di vita indietro di 20 anni | Zanardi gravissimo

Sab, 06/20/2020 - 06:25

llsole24ore: Debito pubblico, perché ora la Grecia sta pagando meno dell’Italia – La crisi Covid sarà peggio di Lehman 2008 ma non per i mercati. Ecco perché;

Il Mattino: Consiglio Ue, l’Italia detta i tempi: «Recovery fund, chiudere entro luglio» Recovery fund, sul piano Next Generation i 27 Paesi europei divisi in quattro schieramenti Conte e l’ostacolo Mes: dalla Ue prima gli altri aiuti Mes, a luglio il voto in Parlamento: si va verso l’ok, pochi no tra gli M5S;

La Repubblica: Zanardi gravissimo: delicato intervento alla testa, è in terapia intensiva. Da procura verifiche su organizzazione. Audio I soccorritori: “Respirava a fatica”;

Tgcom24: CANCELLERI: PONTE STRETTO? PRIORITÀ È ALTA VELOCITÀ AL SUD;

Il Fatto Quotidiano: Istat: “85% morti in eccesso in 37 province del Nord. L’aspettativa di vita può tornare indietro di 20 anni”. Dati – Nuovi contagi in calo: sono 251. Altre 47 vittime;

Corriere della Sera: Remuzzi: «Basta paura ingiustificata, ora tanti positivi non sono contagiosi»;

Leggo: Ancora chiusi 9 hotel su 10, allarme Federalberghi;

Il Manifesto: La Roberto Cavalli chiude Firenze e va a Milano. I 170 lavoratori: «Sono licenziamenti mascherati»;

Il Giornale: Non paghi? Vai nella lista nera. Ecco chi rischia la stangata Ue. Le nuove regole che condannano le imprese;

Il Messaggero: Pechino, isolato l’ospedale Peking «Virus al mercato viene da Europa» Brasile, oltre 1 milione di contagiati;

Negli Usa si commemora la fine dello schiavismo

Ven, 06/19/2020 - 19:00

Migliaia di persone parteciperanno  a molte manifestazioni pianificate da New York a Los Angeles per il 155° anniversario del “Juneteenth“, quel giorno del 1865 quando gli schiavi di Galveston, in Texas, seppero che ‘Ora erano liberi”.

Ma quest’anno diverse tragedie hanno costretto il paese a fare un esame di coscienza sul razzismo che ha segnato la sua storia e permea ancora alcuni gangli essenziali della società.

L’uccisione di George Floyd

George Floyd, un afroamericano di 46 anni, è stato soffocato da un ufficiale di polizia bianco durante il suo arresto a fine maggio a Minneapolis. È morto dopo essere rimasto più di otto minuti sotto il ginocchio di Derek Chauvin, al quale continuava a dire: “Non riesco a respirare”, mentre gli altri poliziotti presenti aiutavano il loro collega che stava uccidendo Floyd.

La trasmissione della scena, filmata dai passanti nella sua interezza, ha causato un’onda d’urto nel paese e dimostrazioni gigantesche contro il razzismo quotidiano e la violenza della polizia.

“La triste verità è che questo non è un caso unico”, ha detto il fratello della vittima Philonise Floyd “Il modo in cui mio fratello è stato torturato e ucciso  è il modo in cui i neri vengono trattati dalla polizia in America”.

Black Lives Matter

Al grido di “Black Lives Matter, diversi milioni di persone sono scese in strada per denunciare le disuguaglianze razziali. La mobilitazione  ha gettato una luce cruda sui metodi della polizia e sui suoi comportamenti vessatori verso le minoranze ma non ha impedito che episodi del genere continuassero a ripetersi.

L’uccisione di Rayshard Brooks

Il 12 giugno scorso un’altra notizia ad Atlanta ha scatenato la rabbia: un agente di polizia bianco ha sparato a Rayshard Brooks, un afroamericano, mentre tentava di sfuggire all’arresto con due proiettili sparati alla schiena. Brooks era “colpevole” di essersi addormentato ubriaco nel parcheggio di un supermercato.

Come a Minneapolis, l’ufficiale che ha sparato è stato rimosso dall’incarico e accusato di omicidio.

Trump getta benzina sul fuoco

Donald Trump ha attaccato i manifestanti e minacciato di reprimere le proteste con l’esercito.

Il presidente repubblicano ha persino gettato benzina sul fuoco pianificando il giorno del “Juneteenth” a Tulsa, in Oklahoma, per una grande manifestazione elettorale per la sua rielezione a novembre. La città è segnata dal ricordo di una delle peggiori stragi razziali della storia, dove fino a 300 afroamericani furono massacrati da una folla bianca nel 1921, “rei” di aver creato un quartiere prospero e pacifico.

Questa scelta è stata denunciata da più parti come una provocazione, costringendo Trump a rinviare l’incontro al giorno successivo.

La strategia di Trump, tesa a esasperare gli animi, mira a compattare il fronte conservatore ostile all’uguaglianza e a terrorizzare gli incerti con il fantasma di disordini violenti.

Una prosperità basata su schiavitù e sterminio

Le manifestazioni hanno anche costretto gli americani a interrogarsi nuovamente sulla storia del loro paese che ha basato il suo sviluppo economico sulla schiavitù e sullo sterminio delle popolazioni indigene.

Si vanno moltiplicando le richieste di eliminare i monumenti eretti per generali e funzionari confederati durante la guerra civile (1861-1865), che combatterono per difendere lo schiavismo e di cui brulica il  sud del paese, e alcuni sono stati distrutti o rimossi.

I primi risultati simbolici per il movimento

Il campionato automobilistico Nascar ha vietato le bandiere confederate sui suoi circuiti, che sono spesso sventolate dalla folla del sud dove sono ancora molto popolari. E la presidente democratica del  Congresso Nancy Pelosi ha ordinato la rimozione dei ritratti di quattro ex presidenti della Camera dei rappresentanti che avevano militato tra i Confederati.

Le proposte di democratici e repubblicani e le richiesta del movimento

Il movimento di protesta ha indotto sia democratici sia repubblicani a presentare delle proposte di legge per limitare lo strapotere e l’immunità della polizia. Tuttavia nessuna delle proposte contiene finora la richiesta più forte avanzata dal movimento: quella di ridurre l’enorme budget della polizia per destinare parte dei soldi a cause sociali.

Covid-19, Beppe Sala shock contro lo smart working

Ven, 06/19/2020 - 17:59

Non pago della pericolosa sbandata che prese a fine febbraio, quando promosse la campagna #milanononsiferma, che invitava i milanesi a non avere eccessiva paura del virus, e che lui stesso condannò a posteriori, il sindaco Sala ci ricasca. “Milano deve chiudere l’emergenza Covid rinunciando allo smart working generalizzato”, ha detto oggi. Il sindaco di Milano aggiunge: “A mio giudizio oggi è il momento di tornare a lavorare”, come se finora fossimo stati a fissare il suo bel viso nei video-messaggi che spesso e volentieri lancia ai milanesi dai social, al grido di “Buongiorno Milano”. (Ne ricordiamo con pochissima stima anche un altro, recente, a sostegno di Indro Montanelli).

I contagi in aumento

Poco importa se solo ieri la Fondazione Gimbe ha sottolineato l’aumento dei contagi e la loro concentrazione in Lombardia. Poco importa che lo smart working sia nei fatti uno strumento di lavoro efficace e attuale, capace di migliorare la vita delle persone e la produttività, tanto che molte società innovative, come numerosi social network, l’hanno garantita senza limiti temporali ai propri dipendenti.

Uno schiaffo ai genitori (e alla legge)

Poco importa pure che lo smart working è stato riconosciuto da menti più fresche come indispensabile a contenere il contagio, ove possibile, limitando i flussi sui mezzi pubblici, ad esempio. E poco importa che sia una fondamentale forma di tutela per i genitori che lavorano. Addirittura, è la legge a dirlo: il Decreto Rilancio prevede che, fino al 31 luglio, i genitori lavoratori dipendenti del settore privato, con almeno un figlio a carico minore di 14 anni, hanno diritto al lavoro agile. Perché i nonni sono a rischio e i centri estivi non possono affollarsi. E convincere il datore di lavoro, adesso, sarà più difficile per i milanesi.

Una visione vecchia del lavoro

L’atteggiamento di Sala – con il Corriere della Sera che lo enfatizza – non è solo una scelta pericolosa. E anche il segno di un’Italia vecchia e arrugginita, poco “svelta” nel comprendere la complessità del reale. Ci manca una visione più avanzata e libera del lavoro e dei lavoratori, ancorati invece come 60 anni fa alla mitologia del cartellino, quando invece le sue garanzie sono da tempo svanite.

“Stare a casa e prendere lo stipendio non va bene”

“Un consiglio mi sento di darlo, io sono molto contento del fatto che il lockdown ci abbia insegnato lo smart working, e ne ho fatto ampio uso in Comune, ma ora è il momento di tornare a lavorare – ha detto Sala nel dettaglio – perché l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli. Tutto ciò va contestualizzato nella situazione sanitaria”.

La frustata finale del primo cittadino alla sua amata città che lavora è un insulto diretto – neppure un’allusione – al fatto che lavorare in smart working non sia vero lavorare.

Buongiorno Sala, la invitiamo a farsi avanti nel mondo reale che aspetta solo lei.

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Una medusa gigante a Trieste

Ven, 06/19/2020 - 17:30

La più grande e la più rara fra le meduse del Mediterraneo è stata avvistata dai ricercatori dell’Area Marina Protetta di Miramare nel Golfo di Trieste. Si tratta della Drymonema dalmatinum, una medusa urticante della classe delle scifomeduse che può arrivare fino ad 1 metro di diametro.

Fonte Facebook Area Marina Protetta Miramare

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Perché i koala abbracciano gli alberi? Ecco svelato il mistero.

Ven, 06/19/2020 - 16:00

A tutti sarà capitato di imbattersi in una foto di un dolcissimo koala che abbraccia un albero e vi sarete chiesti il perché oppure avrete pensato che lo facciano soltanto per affetto nei confronti di un’altra creatura terrestre.

Invece c’è una spiegazione scientifica a questo fenomeno ed è stata analizzata e dimostrata da un  gruppo di ricercatori dell’Università di Melbourne, in Australia.

L’estate australiana è molto calda e le temperature possono raggiungere anche i 40° C. In queste situazioni estreme, avere una pelliccia folta come quella dei koala può essere un problema. Per questo motivo, questi simpatici marsupiali abbracciano gli alberi di eucalipto – di cui, tra l’altro, si cibano – per abbassare la propria temperatura corporea. Il microclima delle foreste di eucalipto e di acacia, infatti, permette ai koala di avere un po’ di sollievo dal rovente caldo esterno, poiché la temperatura degli alberi risulta essere di oltre 5 gradi in meno rispetto a quella circostante.

Lo studio

Come si legge nello studio pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno dei modi in cui le specie possono resistere alle temperature calde e, quindi, evitare di disidratarsi e ridurre al minimo lo spreco di liquidi, è la ricerca di microclimi freschi, ma solo se il loro habitat fornisce tale rifugio.

I ricercatori hanno monitorato il comportamento di 37 koala muniti di radiocollari e il loro atteggiamento in condizioni meteorologiche “calde” e “lievi”. Inoltre, attraverso immagini termiche degli alberi all’interno del sito di studio, sono stati raccolti i dati sulle temperature del tronco durante la stagione calda, per valutare se tale cambiamento avesse potuto spiegare il comportamento dei koala in base alla variazione del clima nel loro habitat.

È stato dimostrato che durante la stagione calda, gli animali adottano una postura che permette loro di esporre la maggior parte della loro superficie corporea alla parte fresca dell’albero, in cui i loro arti si distendono a formare un abbraccio. In queste condizioni climatiche, i koala prediligono i rami inferiori degli alberi mentre nei giorni più freschi, sotto i 25 gradi, siedono sulle fronde più alte degli alberi.

I profili di temperatura dell’albero hanno mostrato una forte congruenza con i modelli di comportamento osservati del koala. Durante la stagione calda, le temperature medie della superficie degli alberi delle quattro specie di alberi dominanti nel sito erano significativamente più basse delle temperature locali dell’aria.

La ricerca ha, quindi, dimostrato che abbracciare gli alberi consente ai koala di rinfrescarsi fino al 68%, riducendo così il bisogno di evaporare preziosi fluidi. La tendenza dei koala ad abbracciare gli alberi riduce notevolmente i requisiti di perdita di calore previsti e il risparmio idrico derivante da questo comportamento potrebbe essere fondamentale per la sopravvivenza di questa specie durante le ondate di calore.

Tale mutua connessione tra animali e alberi, che s’instaura soprattutto durante i periodi caldi, è utile a comprendere quali habitat debbano essere preservati in vista dei cambiamenti climatici in atto.

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Milano a caccia di Covid-19 in camper

Ven, 06/19/2020 - 15:00

Era (e tornerà ad essere) un bellissimo progetto per lo screening della tubercolosi, tra italiani e immigrati, di cui People for Planet aveva parlato in esclusiva qui. Adesso il progetto Camper è stato convertito a screening per il coronavirus, grazie alla collaborazione tra Ats e Ospedale Niguarda. “Il progetto è partito il 28 aprile”, mi spiega Matteo Saporiti, pneumologo che a bordo di questa ambulanza attrezzata sta dando la caccia assieme al suo team “ai tanti positivi sintomatici o asintomatici, ma ancora contagiosi, che nei vari centri di accoglienza di Milano riuniscono senza fissa dimora, immigrati, richiedenti asilo e minori non accompagnati”.

“Disinneschiamo potenziali bombe”

Tante le realtà che nella città metropolitana concentrano comunità promiscue e chiuse, con mense, bagni e dormitori in comune. Realtà potenzialmente esplosive, un po’ come le RSA di cui tanto si è parlato, ma che invece erano completamente sfuggite all’attenzione mediatica e anche a quella politica o amministrativa. L’idea di controllare la nascita e lo sviluppo di potenziali focolai tra gli ultimi è venuta agli stessi medici che già giravano in “camper” per lo screening della Tbc, e che, fermi a causa dell’emergenza coronavirus, che aveva interrotto anche gli sbarchi, hanno pensato di rendersi utili con lo stesso schema di lavoro, proprio per combattere il nuovo nemico.

Anche un lavoro di ricerca

“Quando avremo analizzato tutti i dati che stiamo raccogliendo, capiremo anche le prevalenze della malattia, a seconda, ad esempio, dei vari gruppi etnici o di specifici fattori di rischio”. Si ipotizza infatti, ma ancora senza conferme, che chi ad esempio proviene dall’Africa centrale sia più protetto dal contagio. Informazioni importantissime per un virus pericoloso e ancora largamente sconosciuto. “Di sicuro la nostra esperienza conferma ad esempio già da adesso che i malati di diabete e ipertensione – e non, come si pensa, chi ha problemi alle vie respiratorie – sono i più predisposti al contagio”. Tra le altre considerazioni del gruppo di lavoro, quelle che vedono gli operatori sanitari mediamente meno esposti al virus, perché più attenti a rispettare i protocolli di sicurezza. Mentre i centri psichiatrici si sono rivelati i luoghi a maggior rischio assoluto, proprio per la difficoltà di far rispettare le misure di distanziamento e protezione alle persone.

Dove si muove il Camper

Casa dell’Accoglienza ‘Enzo Jannacci’ di Viale Ortles, il centro d’accoglienza di via Aldini, quello di via Mambretti, le case dei Fratelli di San Francesco. Queste alcune delle strutture monitorate, alcune a tappeto, altre indagando su casi che negli ultimi mesi avevano presentato sintomi.

I contagi calano, ma poco

“Abbiamo visto ad oggi 870 persone, con l’obiettivo di raggiungere un migliaio, e i tassi di positività stanno andando a decrescere. Su tutto il periodo, siamo a un 10,34% di tamponi positivi (in linea con la media nazionale) e di infettati asintomatici con anticorpi positivi al 36,18% (chi ha fatto la malattia ed è guarito). Molti gli asintomatici contagiosi, come nella media nazionale”, specifica Saporiti.

I numeri sono in diminuzione? Mica tanto. “Se all’inizio di questo percorso eravamo a un 12,5% di positivi oggi siamo appunto al 10%“.

Uno schema vincente

“Il senso ancora oggi importante di questa iniziativa è l’isolamento dei focolai. Controlliamo 35-40 persone ad ogni uscita e il mattino dopo, a 24 ore di distanza, abbiamo il risultato dal Niguarda. Lo comunichiamo immediatamente e la stessa struttura ospitante ove possibile isola i positivi e i loro contatti,  ponendoli in quarantena. Altrimenti li mandano all’Hotel Michelangelo. Uno schema che funziona molto bene. Abbiamo una convenzione aperta fino a dicembre, e quindi anche nel caso di una eventuale seconda ondata saremo presenti”.

L’Hotel Michelangelo è la struttura che ha accolto i malati di covid asintomatici da inizio pandemia. Prima le forze dell’ordine o chi non poteva isolarsi in casa, oggi i senza fissa dimora e immigrati che vivono in comunità e possono così isolarsi dal gruppo in caso di tampone positivo.

“Se lo riteniamo necessario, i malati vengono sottoposti subito a visita pneumologica nella nostra struttura mobile – finora 111 persone su 870. Di questi, il 10% è stato sottoposto anche a radiografia del torace in loco”.

Il lato umano

“Ci tengo a sottolineare il valore umano dell’esperienza”, continua Saporiti. “Già il progetto per lo screening della tbc era un’esperienza umanamente alta, adesso è ancora accresciuta dall’idea che anche gli ultimi possano avere accesso a un controllo. Sottolineo lo spirito di festa e accoglienza con il quale siamo sempre stati accolti dalle strutture, dal personale e dagli ospiti, che hanno sempre collaborato con noi nel più sereno dei modi”.

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Scandalo Agrigento, spianate illegalmente le sue dune

Ven, 06/19/2020 - 12:30

Ad Agrigento non esistono più le dune, spazzate via senza pietà insieme agli interi ecosistemi che le abitavano. “La natura impiega decine di anni per realizzare una duna costiera, poi arriva la ruspa della ditta incaricata dal Comune per pulire la spiaggia e, in un paio di ore, cancella tutto!”. La denuncia è dell’associazione agrigentina Mareamico. “Le dune costiere sono un ecosistema protetto dalle leggi comunitarie, svolgono un ruolo importantissimo nella difesa della costa: sono infatti un ostacolo fisico all’avanzamento del mare e costituiscono un consistente deposito di sabbia che può alimentare naturalmente la spiaggia dopo le mareggiate invernali”, spiega Claudio Lombardo.

Era l’habitat della caretta caretta

“La devastazione di queste dune ha compromesso un intero ecosistema, sono state spazzate via diverse varietà di piante psammofile, l’habitat di alcuni uccelli e c’è il concreto rischio che abbiano distrutto il nido di qualche tartaruga caretta caretta, che proprio in questo periodo deposita le uova in spiaggia”, aggiunge Lombardo di Mareamico.

I rifiuti sommersi sotto la sabbia

“Senza contare il fatto – prosegue – che i rifiuti sono stati semplicemente nascosti sotto la sabbia, spostata dalla ruspa. Ovviamente il Demanio e la Capitaneria avevano autorizzato solo la pulizia della spiaggia con un mezzo gommato e senza movimentazione delle sabbie e invece questi lavori, praticamente abusivi, hanno distrutto tutto. Un danno assolutamente incalcolabile“.

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Scuola: in classe senza mascherina. Le proposte delle Regioni

Ven, 06/19/2020 - 12:00

Le linee guida del ministero dell’Istruzione non arrivano, così ci pensano le Regioni. Il rientro sui banchi è previsto per il 14 settembre ma ancora non si ha notizia delle modalità ufficiali per garantire la sicurezza all’interno negli ambienti scolastici. Le Regioni riunite in conferenza con le Province autonome hanno messo a punto ed inviato un documento al ministero già da una settimana. I tempi si allungano, se tutto va bene entro martedì si avrà un responso, dopo che il ministero le avrà valutate insieme a quelle di famiglie, studenti, comuni e sindacati.

Niente mascherina in classe

Per settimane si è discusso di plexiglass e distanziatori di ogni sorta, la proposta delle Regioni è più semplice: nessun obbligo di mascherina durante le lezioni, ma resta fondamentale il rispetto delle regole di distanziamento. Le mascherine andranno indossate in aula soltanto in presenza di individui immunodepressi, altrimenti vale soltanto la regola di 2 metri quadrati di spazio per ogni studente.
La mascherina andrà comunque indossata durante le fasi di ingresso e uscita e mentre si transita lungo i corridoi della scuola. Le Regioni, a questo proposito, chiedono che siano previsti ingressi e percorsi diversificati.
Gli insegnanti dovranno spiegare dalla cattedra e non potranno passare tra i banchi durante le verifiche, mentre gli studenti dovranno consumare la merenda al proprio banco durante la ricreazione. Questa sarà più lunga per dar loro modo di svagarsi e spostarsi. L’obbligo della mascherina scatta però non appena si allontanano dal proprio banco.

Stop alla DAD, misurazione della temperatura e disinfezione

Le Regioni chiedono uno stop della Didattica a Distanza per la scuola primaria e secondaria di I e II grado.

Fondamentale la rilevazione della temperatura all’ingresso delle scuole, almeno a campione, con l’obbligo di rimanere a casa per i soggetti che presentano sintomi sospetti o temperatura corporea superiore a 37.5 °C.

Garantire una gestione di orari più ampi e maggiore vigilanza soprattutto durante il momento dell’entrata e dell’uscita da scuola implica confrontarsi con un problema fondamentale: manca il personale ATA e docente utile a rendere il controllo effettivo. Tutto ciò considerando anche la necessità di un maggior numero di ore o teste per la pulizia e disinfezione di attrezzature e locali prima, dopo e durante la refezione.

Controllo dei flussi e menu semplificato

Sul tema dei pasti e delle mense scolastiche, le Regioni propongono di semplificare i menù e unificarli per le scuole di ogni ordine e grado, immaginando un menu specifico legato al momento di emergenza. Nelle mense in cui i pasti vengono portati dall’esterno andrà vietato lo scodellamento, consentito nel caso delle mense dirette.

Igiene degli ambienti e personale

Dovrà essere garantita pulizia e disinfezione degli ambienti e delle superfici, in particolare di quelle toccate più di frequente come banchi, cattedre, corrimano, interruttori, maniglie, finestre, servizi igienici. Le Regioni invitano ad incaricare l’insegnante della pulizia di oggetti ad uso promiscuo prima di abbandonare la classe al docente successivo. Inoltre, si invita a tener conto della questione pulizia nel caso di aule in cui si alternano studenti di varie classi.

Per quanto riguarda l’igiene personale, si raccomanda la presenza di prodotti per l’igiene delle mani sia nelle aule che nei corridoi, a disposizione di studenti, docenti e personale A.T.A., da abbinare alla diffusione di informazioni sul corretto utilizzo.

Trasporto pubblico e scuole

Infine, una questione che non riguarda in prima persona le Regioni, ma che sarà un tasto dolente per molte città. Le Regioni, infatti, non hanno facoltà di decidere modifiche dell’orario scolastico, ma invitano a prevedere le criticità a cui andrà incontro inevitabilmente il settore del trasporto pubblico locale al momento di un nuovo incremento dei viaggiatori. Possibile soluzione: orari di ingresso e uscita da scuola differenziati e potenziamento dei servizi di trasporto.

Tic-tac, il tempo stringe.

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