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La rivoluzione della “bici scatola”

People For Planet - Dom, 09/02/2018 - 00:01

Hanno un cassone davanti per trasportare oggetti o bambini: in città potrebbero tranquillamente sostituire le auto.

In Italia non se ne vedono molte, ma in Danimarca spopolano, e nei Paesi Bassi sono diventate addirittura uno status symbol. Parliamo delle Cargo Bike, in olandese “bakfiets”, letteralmente bici scatola, ma è più giusto chiamarle “bici da carico”. Si tratta di biciclette o più spesso tricicli con un cassone sul davanti (largo e lungo circa 90 cm) che permette il trasporto di oggetti, anche pesanti, e persone, soprattutto bambini.

Sono molto diffuse in Danimarca e Olanda, e in crescita in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Inizialmente erano state concepite per un uso professionale, ottime per trasportare generi alimentari ma anche strumenti per il lavoro (imbianchini, fabbri, artigiani, addetti alle pulizie). “Se fossi uno studente e volessi traslocare, ne affitterei una per trasportare le mie cose. Non hai bisogno di un’auto per farlo”, spiega al “The Atlantic” Wouter van Gent, geografo urbano all’università di Amsterdam specializzato in processi di gentrificazione (trasformazione urbanistica e socio-culturale di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio).

Oggi vengono usate per trasportare i bambini a scuola o al parco. Sempre dallo stesso articolo, tradotto da Internazionale: “Per gli olandesi la bicicletta è qualcosa di più che un semplice mezzo di trasporto; rappresenta anche uno status symbol. Secondo una ricerca recente questo mezzo di trasporto è diventato molto diffuso tra i nuclei familiari urbani con livelli di istruzione molto alti e due redditi. (…) Le mamme che guidano una cargo bike rappresentano il cambiamento urbano. E rappresentano anche la ricchezza.”.

E in Italia?

Leonora, di Milano, su BikeItalia.it: “Quattro anni fa cercavo una soluzione per muovermi agilmente in città con i bambini. La nostra vita quotidiana è cambiata. Per iniziare abbiamo eliminato la seconda macchina e con la Cargo Bike facciamo tutto: portiamo i bimbi a scuola, a pallavolo, al circo, ci portiamo gli amichetti, le cartelle, gli zaini, i roller e i monopattini per i giardinetti, ci faccio la spesa (anche quella grossa), ci andiamo a lavorare con qualunque tempo, neve compresa (ha 3 ruote) o caldo torrido (è elettrica).

Non potrei più farne a meno. I bambini stanno benissimo, dentro lì a volte giocano, a volte ci dormono anche, soprattutto quando erano piccoli. Si va ovunque, con qualunque carico (anche più di una macchina: 4 bambini!), si parcheggia ovunque, non si paga il bollo, l’area C, il parcheggio, le multe e la benzina. E’ sicura sulla strada perché è stabile, ha 3 ruote, e ben visibile da tutti, il problema se mai è per la gente che ti guarda incuriosita e rischia di andare contro un palo!”.

Fonti:

https://www.internazionale.it/notizie/olga-mecking/2018/07/04/cargo-bike-rotterdam
https://www.bikeitalia.it/cargo-bike-ti-cambia-vita-intervista-alle-cargo-mamme/

Immagine di copertina: Armando Tondo

 

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Energy drink, la Gran Bretagna vieta la vendita ai minori

People For Planet - Sab, 09/01/2018 - 11:39

Stop alla vendita di energy drink ai minori. La Gran Bretagna ha deciso anche se ne prossimi giorni il governo May stabilirà se il divieto di vendita riguarderà gli under 16 o addirittura i minori di 18 anni. Una decisione che arriva dopo anni di contrasto a questo tipo di bevande ricche di caffeina e all’introduzione della sugar tax. Del resto gli effetti sulla salute degli adolescenti degli energy drink sono noti ormai da tempo.

Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), il 68% dei giovani europei beve energy drink. Sempre in base ai dati Efsa, è stato dimostrato che gli adolescenti assumono quantità pericolosamente elevate di caffeina: un consumatore su quattro consuma tre o più lattine al giorno, superando anche la dose massima raccomandata di caffeina di 200 milligrammi per gli adulti.

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Tutti amano i cani ma nessuno li adotta

People For Planet - Sab, 09/01/2018 - 02:48

La LAV, Lega Anti Vivisezione, ha realizzato per il terzo anno consecutivo uno studio sul randagismo in Italia, con alcuni risultati positivi ma altri piuttosto sconfortanti, ad esempio il numero dei cani detenuti nei canili rifugio è cresciuto del 9,26% in un solo anno.
Per realizzare queste statistiche la LAV ha chiesto alle Regioni e alle Province Autonome di indicare quante strutture di accoglienza per cani e gatti fossero presenti sul loro territorio, quanti cani, dopo essere stati catturati, fossero stati restituiti al proprietario, quanti fossero quelli presenti nei canili rifugio, il numero delle colonie feline, delle sterilizzazioni effettuate e quello delle adozioni. Dall’analisi dei dati forniti “è emerso un quadro che conferma una situazione tutt’altro che positiva”, spiega la Onlus nel comunicato stampa che accompagna lo studio.

Innanzitutto il Paese risulta in pratica diviso in due per quanto riguarda il numero di cani randagi: nel Centro-Nord Italia (ad eccezione del Lazio) il randagismo è contenuto, mentre al Sud e nelle Isole il numero dei cani randagi è ancora rilevante.

A livello nazionale cresce il numero dei cani nei rifugi, con un aumento, come dicevamo, di poco meno del 10 percento in un anno. Degli 114.866 cani nei canili italiani, ben il 72% (82.342) si trova nelle strutture del Mezzogiorno, scrive la Lav.

Al sud è anche più difficile che un cane perduto ritrovi il proprietario: dei 91.021 cani entrati nei canili sanitari italiani nel 2017, solo il 38% dei cani è stato restituito al detentore e di questa cifra, la percentuale più bassa di restituzione è nel Sud Italia e isole, con appena il 6%, che aumenta al 39% nel Centro Italia, fino ad arrivare ad un 69% di restituzioni in media per le regioni del Nord. “Ciò è dovuto essenzialmente alla minore propensione alla registrazione in anagrafe degli animali d’affezione nelle regioni del Mezzogiorno, che rende difficile rintracciare la famiglia di appartenenza del cane che entra in canile”, spiega l’organizzazione. A questo si sta in parte ponendo rimedio: la percentuale dei cani identificati e iscritti in anagrafe è in aumento, e anche le regioni del Centro Sud stanno registrando un netto aumento delle iscrizioni, un dato che viene definito “incoraggiante”.

Purtroppo però continuano a diminuire le adozioni: nel 2017 sono rimasti senza famiglia 3.704 cani in più rispetto al 2016, confermando così il trend negativo. Secondo la Lav, la spiegazione è nella crisi economica ma anche alle politiche fiscali: “In Italia, purtroppo, vivere con un cane o un gatto è considerato un lusso: su cure veterinarie e cibo per animali non tenuti a scopo di lucro si applica l’IVA ordinaria (22%), e le detrazioni Irpef per farmaci e cure veterinarie sono irrisorie, mentre il costo di un farmaco è in media cinque volte superiore rispetto a quello a uso umano. Questi aspetti sono oggetto della campagna LAV #ipiùtassati, e alla base di una serie di richieste a Governo e Parlamento per favorire la convivenza delle famiglie con un animale”, scrive l’associazione.

Rispetto al numero delle strutture, in Italia risultano 434 canili sanitari e 766 rifugi (114 canili assolvono entrambe le funzioni) per un totale di 1.200 canili, il 44% dei quali si trova nel Mezzogiorno, il 37% al Nord e il restante 19% al Centro. Inversa la situazione per quanto riguarda i gattili, pochissimi al Sud e nelle Isole, che ne registrano appena 7 contro i 94 del Centro nord. Poche anche le colonie feline registrate, 7.934 al sud contro le 53.944 del Centro nord e scarsa attenzione per la sterilizzazione dei gatti (poco meno di 15.000 contro i poco più di 54.000 del Centro-nord).

Incentivare chi adotta aiuterebbe a far diminuire i costi del mantenimento dei cani nei canili, diminuirebbe il fenomeno del randagismo, che costringe i cani a una vita di stenti, creando un pericolo all’incolumità pubblica e un danno (anche di immagine) per le regioni dove è più diffuso, che spesso vivono di turismo. Questa è una delle proposte di Lav al ministro della salute Giulia Grillo, alla quale la Lega Anti Vivisezione chiede con urgenza un Piano Nazionale di prevenzione del randagismo, che preveda una raccolta di dati completi e certi da parte di tutte le Regioni e la realizzazione di un’Anagrafe nazionale canina e felina, un piano che incentivi l’iscrizione dei cani nella apposita anagrafe, l’uso del microchip anche per i gatti e l’applicazione delle leggi vigenti in maniera completa. Parallelamente viene chiesto di incoraggiare le adozioni attraverso la presenza di associazioni nei canili, meglio se trasformati in parco-canile, incentivare chi adotta con detrazioni, riduzione IVA, buoni e rimborsi, promuovere l’accoglienza degli animali nelle strutture turistiche e nei luoghi pubblici, contrastare il randagismo attraverso la promozione delle sterilizzazioni e combattere il traffico di cuccioli.

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Dall’Inghilterra il calcio amico dell’ambiente

People For Planet - Sab, 09/01/2018 - 02:19

“Grazie al calcio e a Dazn si scopre che 10 milioni di italiani sono senza banda ultralarga” ha dichiarato Uncem Piemonte.
Una frase ad effetto. Che serve da spunto per una riflessione: pensate, infatti, se il calcio si applicasse alla sostenibilità ambientale. Cosa potrebbe succedere?Usare il calcio come veicolo per diffondere messaggi di sostenibilità ambientale o di contrasto all’inquinamento e al cambiamento climatico. Usare l’engagement del mondo calcistico per proporre nuove comportamenti, più virtuosi e amici dell’ambiente.
Una cosa simile deve averla pensata anche Dale Vince, presidente della squadra inglese dei Forest Green Rovers, conosciuti in tutto il mondo come la prima squadra “vegana”. Cosa significa? Che i giocatori seguono una dieta vegana, appunto, e “cruelty-free”.

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Disturbi alimentari: al pronto soccorso arriva il codice lilla

People For Planet - Ven, 08/31/2018 - 04:56

Non solo rosso, giallo, verde e bianco. Nei pronto soccorso degli ospedali italiani arriva il codice lilla: un percorso specifico per aiutare gli operatori sanitari ad accogliere i pazienti con disturbi dell’alimentazione e della nutrizione e avviarne da subito il giusto cammino terapeutico. Le indicazioni per medici e infermieri sui comportamenti da attuare per l’accoglienza dei codici lilla arrivano dal documento “Raccomandazioni per interventi in pronto soccorso per un codice lilla”, elaborato da un Tavolo di lavoro specifico su questa tipologia di disturbi coordinato dal ministero della Salute.

Una guida pratica e operativa

Il documento è stato redatto con taglio operativo per gli infermieri e i medici che si trovano, in pronto soccorso, a dover svolgere funzioni di triage, accoglienza, valutazione e trattamento di pazienti con disturbi dell’alimentazione. La redazione del documento è stata fortemente voluta sia dalle associazioni dei familiari sia dagli operatori sanitari, che necessitano di strumenti pratici e omogenei per il trattamento di questi disturbi che ancora oggi, purtroppo, scontano una estrema disomogeneità di cura sul territorio nazionale.

La Raccomandazioni per i familiari

“I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono ormai uno dei più frequenti fenomeni sanitari, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti”, si legge in una nota del ministero della Salute e, se non diagnosticate per tempo o non adeguatamente seguite e curate, queste patologie possono avere conseguenze anche molto gravi. Poiché per sostenere i pazienti nel loro percorso di cura è fondamentale la partecipazione e il sostegno dei familiari, parallelamente all’elaborazione delle “Raccomandazioni per interventi in pronto soccorso per un codice lilla”, sono state redatte anche le “Raccomandazioni per i familiari” che intendono aiutare i parenti dei pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione, fornendo loro indicazioni su come riconoscere i sintomi delle problematiche della nutrizione e dell’alimentazione e su come gestire praticamente alcuni momenti in particolare della vita quotidiana come quelli dei pasti.

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Cos’è l’Economia circolare? Lo abbiamo chiesto al Professor Andrea Segrè

People For Planet - Ven, 08/31/2018 - 03:57

L’economia della Natura è ben rappresentata da un cerchio, ci spiega Andrea Segrè, professore e fondatore del Last Minute Market, da qui il concetto di economia circolare, un modo diverso di vivere, crescendo in modo sostenibile e occupando il suolo nel rispetto dei cicli naturali e non andando dritti per dritti nel solo concetto di produrre, produrre, produrre.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Milano e Pianura Padana tra le zone più inquinate d’Europa

People For Planet - Ven, 08/31/2018 - 02:47

La notizia è un po’ datata, dicembre 2017, ma l’immagine mostra la prima mappa satellitare dell’inquinamento in Europa. E spicca tutto il nord Italia!
Scrive l’Ansa: “Pianura Padana, Paesi Bassi, regione tedesca della Ruhr e alcune zone della Spagna: sono le aree più inquinante d’Europa, secondo le mappe in Hd dell’inquinamento atmosferico inviate dal satellite Sentinel 5P.
Una delle prime mappe riguarda le concentrazioni di biossido di azoto emesso dal traffico automobilistico e dalle attività industriali. Per Josef Aschbacher, direttore dei programmi di osservazione della Terra dell’Esa, queste immagini ”sono una pietra miliare per l’Europa”.
Spetta alla Pianura Padana e in particolare a MIlano la maglia nera per le concentrazioni elevate di monossido di carbonio.”

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Fonte imm: Ansa.it

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Da domani a Gela il terzo Palio dell’Alemanna

People For Planet - Ven, 08/31/2018 - 02:16

Una straordinaria iniziativa alla sua terza edizione che nasce dal basso, nasce dalla comunità associativa di Gela, che vuole scommettere sul proprio futuro valorizzando il glorioso passato. La festa sarà animata da una moltitudine di sbandieratori, tamburieri. giocolieri, artisti di strada e giullari lungo le vie del centro storico.

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Accogliere i migranti è solo buon senso

People For Planet - Gio, 08/30/2018 - 10:56

Parla così Ivano Ciccarelli, conosciuto ormai come Ivano di Marino, divenuto in poche ore star del web grazie a una intervista rilasciata ai microfoni de La7 durante il sit in antifascista davanti al centro di accoglienza Mondo Migliore di Rocca di Papa. “Sono una persona semplice che probabilmente ha detto quello che tanti avevano bisogno di sentirsi dire, sono stupito da tutta questa fama“, osserva.

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Meno ruote, più rotaie: togliere i camion dalle strade si può

People For Planet - Gio, 08/30/2018 - 09:40

L’idea è geniale: un vagone ferroviario con una pedana da cui camion e autobus possono salire e scendere in totale autonomia. Il treno viaggia trasportando i mezzi con meno inquinamento e traffico sulle strade, meno usura dei mezzi, maggiore sicurezza.


Il vagone si chiama Flexiwaggon, è prodotto dall’azienda svedese Flexiwaggon AB e importato in Italia da Greenova Italia.
L’autista del mezzo pesante può fare tutto da solo, paga con carta di credito, riceve un telecomando con cui estrae la pedana, ci sale con il camion e la fa rientrare. Un computer avvisa la motrice del treno dell’operazione in corso.
All’arrivo estrae la pedana dal lato opposto a quello da cui è salito, scende e se ne va. Nessuna manovra, nessuna retromarcia, circa 7 minuti il tempo necessario a fare tutto. E non servono nemmeno particolari infrastrutture ferroviarie per la salita/discesa dei mezzi.

Qualche dato sul trasporto merci su gomma
Secondo un comunicato stampa di Greenova Italia le merci su gomma in Italia costituiscono l’80% di tutti i trasporti, contro il 73% della media europea e citano un recente articolo del Messaggero a firma di Andrea Giuricin.
Un Dossier dell’Ansa parla di una media europea del 71,1% e conferma il dato dell’80%.
Secondo IlSole24Ore, che cita dati Eurostat, in Italia l’86,5 % delle merci viaggia su gomma, dieci punti percentuali in più rispetto alla media europea.
Il trasporto merci su rotaia è in crescita ma costituisce solo il 6% del totale.

Fonti:
http://www.flexiwaggon.se/
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-08-07/incidente-bologna-tir-sotto-accusa-orari-nodo-sicurezza-ecco-perche-settore-e-crisi-153802.shtml?uuid=AEEryHYF&refresh_ce=1
https://www.greenovaitalia.it/transporti

Foto: Ufficio Stampa Greenova Italia press@leonardomiliti.eu

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Gli italiani mangiano gli squali

People For Planet - Gio, 08/30/2018 - 02:27

Come ogni estate si susseguono le segnalazioni di avvistamenti di squali, squaletti e potenziali predatori sulle coste italiane. In Sicilia, a Sciacca, si segnala uno degli ultimi avvistamenti, uno squalo che poi qualcuno avrebbe provveduto anche a uccidere, come hanno denunciato le sezioni ambientaliste locali.

Sono gli squali che in effetti dovrebbero avere paura di noi, specialmente di noi italiani. Qualche giorno fa il quotidiano Il Secolo XIX ha pubblicato un’intervista a una biologa, Francesca Reinero, vice-coordinatrice del Centro Studi Squali di Massa Marittima, in Toscana, che rilanciava l’allarme: “L’Italia è tra i primi quattro Paesi del modo per il consumo delle carni di squalo, spacciate sul mercato come tonno e spada. Viene meno la catena trofica marina. Loro sono alla sommità della piramide: sterminandoli, spariranno anche gli altri pesci e resteranno solo alghe e meduse”.
Parallelamente la biologa confermava che se già gli squali raramente attaccano l’uomo, quelli nostrani sono davvero poco pericolosi.

In effetti anche il WWF da tempo insiste sul problema e spiega sul suo sito che un quarto delle specie di squalo presenti negli oceani di tutto il mondo rischia di estinguersi. Nel Mar Mediterraneo sono 47 le specie presenti ma più della metà di queste è sul punto di scomparire per sempre. La pesca accidentale è una delle principali minacce per la sopravvivenza degli squali, ma in Italia questi animali vengono anche pescati volontariamente, e finiscono sulle tavole.

Si legge, sempre sul sito del WWF: “L’ Italia è uno dei maggiori mercati al mondo per il consumo di carne di squalo. Molto spesso si tratta di vere e proprie frodi alimentari, poiché nemmeno i consumatori sono consapevoli di mangiare carne di squalo. In particolare, sono tre le principali cause di frode alimentare: la commercializzazione scorretta di specie commerciabili per aumentarne il prezzo (ad esempio la verdesca venduta come pesce spada); specie protette illegalmente vendute sul mercato o specie protette vendute involontariamente, a causa di una scorretta identificazione”.

Il WWF per tutelare gli squali nel mediterraneo ha attivato il progetto SafeSharks, in collaborazione con associazioni di pescatori e altre ONG. Gli squali vengono monitorati e si cerca di creare aree sicure per loro e per la loro riproduzione. Anche le altre associazioni ambientaliste italiane ed internazionali hanno all’attivo programmi di sensibilizzazione, tutela e monitoraggio.

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C’è un uomo in tutù rosa che gira per il mondo

People For Planet - Mer, 08/29/2018 - 02:30

Lui si chiama Bob Carey e dal 2003 è salito agli onori della ribalta per il suo “Tutù Project“: farsi fotografare in tutù rosa da ballerina per dare un po’ di gioia e svago alla moglie, malata di tumore dal seno. Oggi il progetto è diventata una fondazione non-profit.

Clicca qui per vedere altre foto di Bob

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Una “sniffata” di caffè accende il cervello

People For Planet - Mer, 08/29/2018 - 02:29

Per “accendere” il cervello e ottenere un aumento in fatto di concentrazione e attenzione, non è (più) necessario bere caffè: basta sentirne l’odore. Proprio così: secondo uno studio pubblicato sul Journal of Environmental Psychology il solo profumo del caffè sembrerebbe sufficiente a sortire un vero e proprio potenziamento cognitivo in campo matematico al punto di migliorare i risultati nel Graduate Management Admission Test (o GMAT), un test utilizzato per determinare l’attitudine personale agli studi aziendali a livello universitario e post-universitario e utilizzato come uno dei criteri di ammissione nelle più importanti università del mondo.

Due esperimenti

Lo studio è stato realizzato dai ricercatori dello Stevens Institute of Technology di Hoboken (New Jersey, Stati Uniti) guidati da Adriana Madzharov, docente della Stevens School of Business, in collaborazione con i colleghi della Temple University di Filadelfia (Pennsylvania, Stati Uniti) e del Baruch College di New York City (Stati Uniti). I ricercatori hanno somministrato un test GMAT a circa 100 studenti divisi in due gruppi: dopo aver fatto svolgere il test a un primo gruppo in una stanza pervasa da un profumo simile a quello del caffè e all’altro gruppo in una stanza inodore, i ricercatori hanno rilevato che gli studenti del primo gruppo avevano ottenuto punteggi significativamente più alti. Da un secondo esperimento, condotto su altri 200 studenti, è poi emerso che per la maggior parte dei partecipanti l’odore del caffè rende le persone più vigili ed energiche (a differenza, ad esempio, del profumo di fiori o dell’assenza di profumo).

Effetto placebo, ma non solo

Gli studiosi hanno quindi messo in evidenza che gli studenti universitari che avevano la possibilità di odorare il caffè durante lo svolgimento del GMAT avevano ottenuto punteggi molto più alti, “dato già interessante di per sé”, come ha sostenuto la stessa Madzharov, e che il miglioramento delle prestazioni sembrerebbe dipendere dalla convinzione che il solo odore del caffè possa rendere le persone più vitali, in una sorta di effetto placebo.

Nuovi studi

“L’olfatto è uno dei nostri sensi più potenti”, spiega Madzharov. La studiosa, che si occupa soprattutto di marketing sensoriale, è ora alle prese con nuove ricerche per capire se gli odori simili al caffè possono avere un effetto placebo anche su altri tipi di performance mentali, come il ragionamento verbale.

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Le “Vie del Mare” vincono il confronto

People For Planet - Mar, 08/28/2018 - 09:16

Il 10 marzo 2004 partiamo da Livorno alla volta di Palermo. I due TIR forniti dall’IVECO, hanno sulla fiancata del semirimorchio il marchio della sfide con l’ippopotamo e il rinoceronte che si confrontano.
Lo straordinario lavoro organizzativo fu coordinato da tutti i collaboratori del Gruppo Verdi-Toscana Democratica della Regione Toscana ed in particolare da Giuseppe Bonanno, poi divenuto Presidente del Parco de “La Maddalena”.

L’interesse scaturito dopo la Conferenza Stampa di presentazione di Roma fu enorme, per cui decine di giornalisti e di operatori televisivi seguirono il TIR imbarcato sulla nave ed altrettanti seguirono a bordo di un pulmino, il TIR via terra.

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Un’eccellenza italiana: il Centro Antiveleni di Pavia

People For Planet - Mar, 08/28/2018 - 04:39
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Lignina da competizione

People For Planet - Mar, 08/28/2018 - 02:42

Non è una sostanza che utilizziamo a nostra insaputa ma uno scarto di lavorazione che deriva dalla produzione di alcune tra le cose che usiamo di più: la carta in tutte le sue forme, l’ovatta, gli imballaggi a base di cellulosa e gli assorbenti. Stiamo parlando della lignina che è, o meglio era fino a oggi, uno scarto della lavorazione del legno, e che oggi una delle più grandi imprese del mondo attive nell’estrazione della polpa di cellulosa – alla base di tutti i prodotti ai quali abbiamo accennato – ha deciso di nobilitare, attraverso un processo dell’economia circolare chiamato upcycling, a materia prima a tutti gli effetti.

Per vedere tutto ciò siamo andati in Svezia, dove ha sede il gruppo svedese-finlandese Stora Enso (nel 2016 ha fatturato 9,8 miliardi di euro, con 25 mila dipendenti in 35 paesi) che ha deciso di trasformarsi in un’azienda che utilizza materie prime rinnovabili di seconda generazione. Ossia non in competizione con gli alimenti destinati a noi umani. Stora Enso ha come materia prima gli alberi, utilizzati in maniera molto sostenibile, visto che per ogni pianta abbattuta se ne piantano tre. Il che è nella logica delle cose, visto il tipo di attività dell’impresa. «Il nostro business è e rimane nelle foreste – ci dice Andreas Birmoser, vicepresidente per il business e le strategie del settore biomateriali di Stora Enso – Siamo convinti che già oggi sia possibile fare con gli alberi tutto ciò che facciamo con il petrolio». Frase che riprende una famosa intervista di Henry Ford, convinto assertore della validità dei biocarburanti, rilasciata nel 1925 al New York Times.

Dal 2012 l’azienda ha creato la divisione dei biomateriali innovativi e da allora ha intrapreso un percorso per utilizzarli al meglio, producendone inoltre diversi in sostituzione di quelli di derivazione fossile. «Oltre due terzi della nostra attività undici anni fa erano legati alla carta» prosegue Birmoser, illustrandoci presso il laboratorio di ricerca sui biomateriali di Stoccolma, la nuova strategia industriale. «Oggi è poco meno di un terzo. E i biomateriali innovativi ora rappresentano il 14% della nostra attività».

Vediamo il processo nel dettaglio.
Nel processo di estrazione della polpa di cellulosa si utilizza meno del 50% della massa legnosa degli alberi, con un 35-45% di cellulosa, mentre il restante 50% è rappresentato da un 20-30% di lignina e un 25-35% di emicellulosa, sostanze il cui destino fino a ieri era “insostenibile” sul fronte dei materiali, anche se è neutro sul fronte della emissione di CO2: l’incenerimento a scopi energetici. Uno spreco destinare all’incenerimento un materiale nobile come quello che proviene da alberi che hanno un’età media di 80 anni.

Dal 2015, nello stabilimento di Sunila in Finlandia, Stora Enso produce 50.000 tonnellate di lignina all’anno, attraverso il processo kraft, utilizzato normalmente per la conversione del legno in polpa di legno; e così l’azienda è diventata il più grande produttore di lignina al mondo e ha lanciato, di recente, un nuovo prodotto, chiamato Lineo, in grado di sostituire in tutto per tutto il fenolo di origine fossile.

I materiali fenolici a base di petrolio che vengono utilizzati nelle resine per il compensato, per i pannelli a scaglie orientati (OSB), il legno laminato multistrato (LVL), la laminazione di carta e il materiale isolante, possono essere infatti sostituiti in tutto e per tutto dal nuovo materiale a base di lignina. E la Lignina, rispetto al fenolo, oltre ad avere un impatto ambientale molto minore, è più facile da lavorare e da conservare, visto che è essiccata. Ma ha anche un’altra caratteristica che la rende molto appetibile per il mondo delle imprese: la stabilità del prezzo. I biomateriali non risentono delle crisi geopolitiche che affliggono l’energia fossile e la loro stabilità di quotazione nel tempo consente una programmazione industriale migliore. Tutte caratteristiche, queste, che rendono la lignina più economica del fenolo, a parità di prestazioni.

L’azienda non si ferma alla lignina ed è convinta che si possa fare di più. «Siamo attenti alla tecnologia» prosegue Birmoser. «E siamo convinti che l’inserimento delle nuove filiere nelle strutture esistenti sia anche un elemento per abbassare il rischio degli investimenti». E oltre a intervenire sulle filiere esistenti l’impresa sta investendo anche su ricerca e sviluppo su questi materiali. Stora Enso, infatti, ha completato la realizzazione di un centro di ricerca a Stoccolma dedicato ai biomateriali di 4.900 metri quadrati, dei quali 1.600 sono di laboratori dove lavorano oltre settanta ricercatori, che sono quasi il 50% degli addetti alla ricerca e sviluppo dell’impresa, a livello mondiale.

Una delle linee di prodotto che si sta studiando ora nel centro di ricerca, per esempio, è quella relativa alle possibili metodologie di fabbricazione per la fibra di carbonio partendo alla combinazione tra la lignina e la cellulosa. Oltre a trovare un nuovo materiale, l’intenzione è quella di smentire la credenza che i biomateriali siano prodotti dai quali non è possibile ottenere prodotti d’alto livello qualitativo, vista la loro origine organica.

Immaginatevi in un futuro la prossima autovettura da competizione vincitrice della Formula E – quella elettrica – che taglia il traguardo rivestita in una fibra di derivazione vegetale.

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Le donne per gli ultras della Lazio e per il Manchester City

People For Planet - Mar, 08/28/2018 - 02:10

Era l’ottobre del 2009, quasi dieci anni fa, quando Fabio Capello disse chiaro e tondo: «Nel calcio italiano comandano gli ultrà. In Italia allo stadio si può insultare tutto e tutti. All’estero no». Una riedizione in versione pallonara del morettiano: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”, gridato una sera di febbraio del 2002 in piazza Navona davanti a due esterrefatti Fassino e Rutelli.

Capello non ha mai più allenato in Italia, si limita a fare il commentatore. E gli ultras spesso fanno notizia. Quelli della Lazio più di altri. Le figurine con Anna Frank con la maglia della Roma fecero tristemente il giro del mondo. Così come l’audio rubato in cui Lotito annunciava la visita alla sinagoga: “Annamo a fa’ sta sceneggiata”. Finì con 50mila euro di ammenda e nessuna squalifica per il club.

Il volantino della Curva della Lazio

Stavolta i signori della Curva Nord – il settore dei tifosi della Lazio – hanno voluto mettere in chiaro i rapporti di genere allo stadio:  “Le prime file, da sempre, le viviamo come fossero una linea trincerata. Moglie e fidanzate pertanto le invitiamo a posizionarsi dalla decima in poi. Chi sceglie lo stadio come alternativa alla spensierata e romantica giornata a Villa Borghese, andasse in altri settori”.

Anche in questa occasione “ohhhh” di disappunto hanno accolto la notizia. Come in un film di Buñuel, i cummenda del calcio hanno scosso l’opinione pubblica con le loro roboanti dichiarazioni. La Procura della Federcalcio ha persino aperto un’inchiesta. Il mondo ultras si è talmente spaventato che in Sicilia, a Siracusa, hanno deciso di adottare il modello Lazio e le tifose locali, le Arutesee, hanno abbandonato il movimento per protesta.

Il documentario sul Manchester City

Sui media italiani non si è andati oltre qualche corsivo di maniera. È andata diversamente al Guardian dove la giornalista Marina Hyde ha paragonato l’attenzione e lo sdegno che i media hanno riservato al volantino maschilista laziale (da lei ovviamente definito sconvolgente), agli elogi che hanno accompagnato il documentario sul Manchester City. E, soprattutto, ai silenzi sul trattamento riservato alle donne negli Emirati Arabi il Paese dei proprietari del club allenato da Guardiola: “lì – scrive – ai mariti è concesso picchiare le loro mogli; lo stupro coniugale non è un crimine; centinaia di vittime di stupro sono frustate o imprigionate ogni anno in base a leggi che vietano il sesso extra-coniugale”.

E ancora: “Il calcio – scrive Hyde – è un veicolo per il riciclaggio della reputazione. Nessun documentario dovrebbe tacere che il proprietario della squadra fa parte di un regime di orribili autocrati, e ogni tentativo di trascurare l’attenzione da quello è un’azione compiuta nel servizio di quel regime”.

Problemi – conclude la giornalista – non meno importanti di quelli sollevati dal volantino della Lazio. Eppure non si direbbe dalla copertura mediatica. La spiegazione è nel titolo del suo articolo che suona più o meno così: “Se gli ultras della Lazio avessero le riserve di denaro del Manchester City”.

Il sindaco di Napoli in prima fila

Gli ultras sono protagonisti anche a Napoli. Più che altro nel ruolo di attori non protagonisti. La copertina va senza dubbio al sindaco Luigi de Magistris da tempo in battaglia con il presidente del club Aurelio De Laurentiis per la gestione dello stadio. Lite che si combatte a colpi di comunicati, continue dichiarazioni, acquisti di pagine di quotidiani. Il tutto in un clima di perenne contestazione a De Laurentiis da parte degli ultras che hanno invitato il primo cittadino a disertare la tribuna d’onore e a guardare la partita con loro in curva. De Magistris non se l’è fatto dire due volte: “Sarò in curva con voi per la prossima partita in casa con la Fiorentina. Del resto dopo i reiterati e offensivi attacchi alla Città e ai napoletani ho deciso di non sedermi più accanto ad Aurelio De Laurentiis”. Il genere è quello giusto.  

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Ponte Morandi: il danno e la beffa

People For Planet - Mar, 08/28/2018 - 00:39

La mattina del 14 agosto 2018 è crollato il Ponte Morandi. Conosciuto anche come il piccolo ponte di Brooklyn, simbolo di Genova e importante punto di passaggio e collegamento per persone e merci.

Il crollo del ponte ha causato 43 vittime e centinaia di sfollati. Sono quasi 300 le famiglie che sono state evacuate e molte di loro non potranno più rientrare nella propria abitazione, come quelle le cui case si trovano sotto il moncone, per queste è già previsto l’abbattimento.

Il paradosso di questo evento drammatico che ha scosso tutta Italia è che le famiglie dovranno continuare a pagare il mutuo anche se la propria casa non esiste più. Questo è quanto prevede il nostro ordinamento. Come si evince dalla Gazzetta Ufficiale dove è stato anche dichiarato per 12 mesi, a partire dal 15 agosto 2018, lo stato di emergenza, ai proprietari delle abitazioni direttamente interessate si garantisce la possibilità di richiedere la sospensione dei mutui della quota capitale o dell’intera rata del mutuo ipotecario fino ad un massimo di 12 mesi. Una misura temporanea quindi, a meno che il Governo non approvi l’annullamento dei mutui.

Ma le case non esistono più o, se ancora in piedi ma pericolanti, verranno abbattute. Come sembra essere quasi una normalità per il nostro paese, siamo di fronte ad una situazione paradossale e, come spiega Aldo Bissi, collaboratore di Ridare, portale di Giuffré Francis Lefevbre che affronta tutte le tematiche in materia di risarcimento del danno e responsabilità: “l‘obbligo di restituzione del mutuo è indipendente rispetto alla perdurante esistenza del bene che si è acquistato impiegando la somma mutuata; nel caso che ci occupa, dunque, il mutuatario rimane obbligato a provvedere al pagamento delle rate di mutuo anche nell’ipotesi di perimento totale del bene immobile”. Anche la banca subirebbe un danno dall’abbattimento della casa, in quanto ipotecata, e quindi potrebbe ” in caso di sospensione dei pagamenti, rivalersi su eventuali altri beni del debitore o sulle sue fonti di reddito (per esempio pignorando lo stipendio)”.

Al termine del tempo di sospensione concesso, le famiglie sfollate di Genova dovranno quindi ricominciare a pagare le rate del mutuo.

Unico modo per evitare che questo avvenga sarebbe aver sottoscritto una polizza assicurativa ad hoc che copra il rischio di “perimento dell’immobile”, assicurazioni molto rare che quasi nessuno stipula.

Oppure, data la natura dell’evento e considerando che sono sempre i cittadini a rimetterci, altra ipotesi sarebbe quella di un decreto del governo che, coordinato con l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) e le banche interessate, intervenga affinché venga annullato l’obbligo di restituzione del mutuo per quelle case che non ci sono e non ci saranno più.

Ma in questo paese è difficile fare ipotesi logiche su cosa si deciderà e succederà, quindi, come troppo spesso succede staremo a vedere, da spettatori inermi.

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