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Microplastiche: contaminato anche l’intestino umano

People For Planet - Ven, 10/26/2018 - 00:31

Non solo negli oceani, nei pesci che mangiamo, nell’acqua in bottiglia e nel sale da cucina. Frammenti di diversi tipi di microplastiche sono stati trovati anche nell’uomo. Più precisamente, nelle feci umane. Con conseguenze per la salute tutte da valutare.

La notizia arriva da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Medical University di Vienna e dell’Agenzia dell’Ambiente austriaca che è stato presentato a Vienna in occasione della 26° United European Gastroenterology (Ueg) Week Live, evento medico che raccoglie i gastroenterologi europei.

Otto Paesi coinvolti

La ricerca è la prima di questo genere a essere realizzata e il campione di persone esaminato è piuttosto esiguo, in quanto composto da sole otto persone: i risultati ottenuti, però, non possono passare inosservati perché gli otto soggetti esaminati provengono da altrettanti Paesi (Finlandia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Polonia, Russia, Regno Unito e Austria), e anzi la speranza è quella che contribuiscano a far luce sulla contaminazione ambientale e alimentare da parte delle microplastiche, stimolando ulteriori studi.

Frammenti di plastica nell’intestino umano

I partecipanti non erano vegetariani e sei di loro mangiavano regolarmente pesce. Ogni singolo campione di feci analizzato è risultato positivo per la presenza di microplastiche, e i ricercatori ne hanno identificate fino a nove tipologie, tra cui il polipropilene e il polietilene tereftalato (più noto come Pet). In media sono state riscontrate 20 particelle microplastiche ogni 10 grammi di materiale fecale.  “Questo è il primo studio nel suo genere e conferma ciò che sospettavamo da tempo, ovvero che la plastica alla fine raggiunge l’intestino umano”, ha spiegato Philipp Schwabl, primo autore dello studio, che ha anche spiegato che “le particelle microplastiche più piccole sono in grado di entrare nel flusso sanguigno, nel sistema linfatico e possono persino raggiungere il fegato. Ora che abbiamo le prime prove della presenza delle microplastiche negli esseri umani, abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per capire cosa questo potrebbe significare per la nostra salute“.

Microplastiche, piccole ma dannose

Le microplastiche sono piccole particelle di plastica molto piccole, di dimensioni comprese tra i 5 mm e i millesimi di millimetro. Possono formarsi staccandosi da pezzi più grandi di plastica, attraverso degradazione o usura, ma in alcuni casi fanno parte del processo di fabbricazione di alcuni prodotti come detergenti e vernici, ma anche di cosmetici (quelli che contengono microgranuli di plastica, ad esempio). I ricercatori spiegano che le microplastiche possono avere un impatto sulla salute umana attraverso il tratto gastrointestinale poiché all’interno di quest’ultimo, mediante l’accumulo o promuovendo la trasmissione di sostanze chimiche tossiche e patogene, potrebbero influenzare la tolleranza e la risposta immunitaria dell’intestino.

Classi miste, i bambini stranieri non rallentano i nostri figli

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 12:31

“Non voglio che mio figlio resti indietro a causa loro”.  Quando il dibattito sull’immigrazione affronta il tema della scuola, sembrano trovarsi d’accordo anche le persone più distanti, il giornalista di sinistra che per carità non è razzista però, e coloro che vedono in Salvini il Messia che ci salverà dalla terribile inondazione delle acque nere. “Il problema è che un bambino straniero in classe ritarda l’apprendimento”.  Il dibattito unidirezionale che non lascia possibilità al dissenso dimentica che la società multietnica è una realtà inconfutabile da cui è impossibile escludere i figli.

La campagna mediatica della paura – strumentale a molteplici forme politiche, loro sì pericolose – trasporta in un oscurantismo che ci riconduce a un medioevo senza via di uscita. Agli stranieri viene assegnato oggi lo stesso ruolo del Malaussène di Pennac: il capro espiatorio. È comodo avere qualcuno a cui addossare tutte le colpe per quello che non funziona nella nostra società. Perché non cogliere l’incontro di culture come vantaggio?

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Immigrazione Immigrazione e sicurezza, Torino “sospende” il decreto Salvini

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 10:37

Chiesta la sospensione in via transitoria, fino alla conclusione dell’iter parlamentare, dell’applicazione del Decreto Legge Salvini e l’apertura di un confronto fra il Governo e le grandi città per valutare le ricadute concrete del provvedimento in termini economici, sociali e di sicurezza dei territori

Il Consiglio comunale di Torino dice no al “decreto immigrazione e sicurezza” di Matteo Salvini. Con 30 voti favorevoli e solo due contrario, la Sala Rossa ha approvato ieri un ordine del giorno presentato da Elide Tisi (Partito Democratico) sul decreto 113/2018, invitando la Giunta a chiedere al Ministero dell’Interno e al Governo di «sospendere in via transitoria fino alla conclusione dell’iter parlamentare» gli effetti dell’applicazione del Decreto Legge Salvini e ad aprire un confronto con Torino e con le altre grandi città per valutare le ricadute concrete del provvedimento in termini economici, sociali e di sicurezza dei territori.

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La Svizzera dà 148 milioni di franchi per l’ambiente mondiale

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 09:20

La Commissione dell’ambiente, della pianificazione del territorio e dell’energia del Consiglio degli Stati (CAPTE-S) della Svizzera ha accolto quasi all’unanimità il decreto sottoposto dal Consiglio Federale che prevede di stanziare nel prossimo quadrienno 2019-2022 quasi 148 milioni di franchi, 147,83 milioni per l’esattezza, da destinare alla protezione dell’ambiente, non svizzero, ma del pianeta. La cifra è identica a quella spesa con il medesimo obiettivo nel quadriennio 2015-2018 e leggermente inferiore rispetto all’importo offerto nel periodo 2013-2015.

I soldi verranno divisi in quattro fondi distinti per settore, gran parte della cifra, ben 118,34 milioni di franchi,  andrà al Fondo globale per l’ambiente. Al Fondo multilaterale per l’ozono, il cui impegno è quello di ridurre lo strato sempre più ingente di ozono nell’atmosfera, saranno destinati 13,54 milioni di franchi, e i restanti 13,15 verranno divisi fra altri due fondi climatici. Sono 2,8 milioni, invece, i franchi che il decreto esecutivo svizzero ha preventivato per monitorare la gestione dei finanziamenti e garantirne la giusta amministrazione.

E all’interno dei confini della Svizzera come procede l’impegno nel settore della protezione climatica? Bene ma non benissimo, stando all’indice della svolta energetica pubblicato lo scorso 18 ottobre dall’Alleanza-Ambiente elvetica, al cui interno operano le associazioni Greenpeace Svizzera, WWF, Pro Natura e ATA (Associazione Traffico e Ambiente). Le emissioni di CO2 stanno sì diminuendo, ma lentamente. Troppo lentamente, se si confronta con gli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima.

“Abbiamo un assoluto bisogno di invertire la tendenza in materia di protezione climatica, se la Svizzera vuole evitare un risveglio doloroso e costoso”, ha dichiarato Elmar Grosse Ruse, specialista del clima di WWF. Dal 2013 la Svizzera rende pubblico un indice di valutazione della domanda, della produzione e dell’efficienza energetica rispetto a sette specifici settori: protezione del clima, uscita del nucleare, biodiversità ed energie rinnovabili, economia e società, sicurezza dell’approvvigionamento.

I consumi energetici dei privati e dell’economia svizzeri sono assai virtuosi rispetto alla media internazionale, e gli obiettivi fissati dal Consiglio federale rispetto a quanto stipulato nell’Accordo di Parigi sono stati raggiunti al 100%. Buona anche la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, che si attesta al 78%.  A mettere in allarme le associazioni ambientaliste svizzere sono piuttosto le tendenze in fatto di prestazioni di energie rinnovabili, vale a dire le installazioni solari, eoliche e di biomassa, che sono scese dal 18% al 16% rispetto allo scorso anno. Stesso trend per gli indicatori che monitorano lo stato della biodiversità, in calo dal 27% al 25%. Un calo tutto sommato risibile, che in Italia forse sarebbe passato in sordina, ma non in Svizzera, dove ha subito innestato una serie di contromisure e iniziative da parte delle istituzioni, a loro volta prese con un altro mea culpa in materia di ambiente: il commercio di carbonio.

Un terzo delle compravendite mondiali di carbone passa infatti dalla Svizzera, dove l’impatto ambientale complessivo procapite nell’ultimo ventennio è sì sceso al 19% grazie al progresso tecnologico e alla cittadinanza virtuosa, ma a scapito dell’impatto oltre i confini nazionali. La politica di delocalizzazione attuata dalla Svizzera – che ha estremo bisogno di importare materie prime e prodotti, si riversa prevalentemente su clima, biodiversità e risorse idriche del pianeta. Risorse che non godono di prosperità e salute, considerato che quelle del 2018 sono terminate l’1 agosto scorso. I 148 milioni di franchi confermati da Berna assomiglierebbero quindi una sorta di greenwashing. C’è un dettaglio, però, da non trascurare: lo studio che ha denunciato l’impatto ecologico della Svizzera sulla Terra proviene dall’Ufficio federale dell’Ambiente elvetico, non da commissioni o enti stranieri. Una presa di coscienza come raramente capita dalle nostre parti.

Storia di una “normale” spazzatura…

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 02:28

Da qualche mese a questa parte io e il mio compagno ci siamo trasferiti in un piccolo bilocale. Quando abbiamo fatto questa scelta abbiamo pensato a molte cose: abbiamo valutato i problemi di una convivenza in pochi metri quadri, abbiamo deciso di portare poche cose, abbiamo optato per un arredamento “minimal”. Non abbiamo però mai pensato a una cosa: la spazzatura. Era l’ultimo dei nostri pensieri, e invece è diventato un vero problema.

Da quando ci siamo trasferiti ci sembra di passare il tempo a buttare immondizia: è vero che non possiamo tenere grossi sacchi o bidoni in casa ma non pensavamo nemmeno che saremmo riusciti a riempirli così velocemente, pur facendo la raccolta differenziata.

Dovendo andare a buttare tutto così spesso, ho notato che quello dei rifiuti è un problema di tutto il palazzo: qui vive un centinaio di famiglie e l’esercito di bidoni condominiali schierato al piano interrato non basta mai. I bidoni sono sempre pieni e il povero custode passa intere mattinate a svuotarli e spostarli controllando che la differenziata sia fatta correttamente.

Ho iniziato a rifletterci: in casa non siamo spreconi, stiamo attenti a differenziare, privilegiamo quando possibile i contenitori con il packaging più semplice, non siamo “amazon-addicted” quindi ci arriva solo qualche scatolone ogni tanto. Eppure la mia impressione è che alla fine, pur stando attenti, produciamo lo stesso, come gli altri inquilini del nostro palazzo, tantissima spazzatura.

Quindi ho deciso di fare un esperimento. Non una cosa valida statisticamente ma che servisse per farmi un’idea. Ho iniziato a pesare la spazzatura che abbiamo prodotto in casa in una settimana, la spazzatura domestica che produce una coppia di giovani milanesi che – tra l’altro – vivono gran parte della loro giornata fuori casa.

Ne ho approfittato per seguire la storia della mia spazzatura, cercando di capire come e quando qualcosa è arrivato nel cestino per capire se potevo evitarlo. Ho pesato i sacchetti quando era ora di buttarli, usando la pesa da cucina e la bilancia pesapersone, per la gioia del mio compagno che intanto si è portato avanti informandosi per il divorzio breve nel caso mi venissero altre idee del genere.

Ho fatto la spesa nel weekend, cercando di non farmi condizionare dal mio esperimento e comprando le solite cose. I sacchi della spazzatura, portati fuori la domenica, hanno cominciato ad essere pieni verso il giovedì. Quel giorno ho buttato 620 grammi di umido e 393 di plastica.

Nella stessa giornata mi sono accorta di aver fatto andare a male i fichi, così ho prodotto altri 518 grammi di umido. Mi dà molto fastidio buttare il cibo e misurare quanto ne ho buttato in un colpo solo mi ha fatto ancora più rendere conto di quanto sia facile sprecarlo.

Nei giorni successivi ho pesato e buttato: 1,357 kg di vetro e lattine, 287 grammi di plastica, 315 grammi di carta, 250 grammi di rifiuto indifferenziato. Ovviamente il vetro e le lattine sono il rifiuto più pesante, ma la plastica, pur pesando poco, è quella che occupa più spazio, con le bottiglie dell’acqua che, per quanto schiacciate, sono davvero voluminose. Anche le vaschette che i supermercati usano per la carne o il pesce occupano tantissimo spazio e non hanno grandi possibilità di riutilizzo in casa, anche perché molte volte rimangono sporche o maleodoranti.

Domenica, dopo due giorni in cui eravamo entrambi in casa, ho buttato di nuovo l’umido, 229 grammi, e poi ho deciso di pulire uno scaffale e ho buttato altri 700 grammi di carta.

A conti fatti, alla fine in due abbiamo prodotto 4,669 kg di rifiuti in una settimana.

Bisogna ricordare che noi pranziamo sempre fuori casa, portandoci la “schiscetta”(termine milanese per indicare il portavivande che contiene il cibo preparato in casa e consumato fuori, se preferite l’inglese chiamatelo “lunch box”), e quindi ciò che diventa spazzatura dopo pranzo e durante la giornata lavorativa non lo smaltiamo in casa. Probabilmente arriveremmo facilmente ai 7 o 8 kg in una settimana, se non di più.

L’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel suo ultimo rapporto ha misurato un aumento dei rifiuti prodotti in Italia tra il 2016 e il 2017, e la media nazionale si attesta a 497 kg pro capite in un anno. Praticamente mezza tonnellata di rifiuti in un anno. Ci sono regioni dove si supera anche questa cifra. Dividendo in maniera grossolana per 52 settimane all’anno significa che in una settimana ogni italiano produce circa 9,5 kg di spazzatura.

Se in due abbiamo prodotto circa 8 kg vuol dire che produciamo a testa circa 4 kg, la metà della media nazionale. Era però solo una settimana di esempio: nell’arco di un anno, quando capita di fare pulizie o buttare oggetti, mobili o elettrodomestici, probabilmente anche noi saremmo vicini alla media nazionale.

Che si faccia la raccolta differenziata o meno, il problema rimane la quantità e i tanti oggetti usa e getta che ci riempiono la vita: mi ha fatto impressione pensare che io, che peso 50 kg, in un anno posso buttare quasi dieci volte il mio peso.

Il mio esperimento mi ha fatto rendere conto di quanto effettivamente buttiamo via senza nemmeno pensarci e di quanti pacchi, pacchetti, contenitori compriamo quando facciamo la spesa.

Arrivare a un’economia circolare dei rifiuti, riciclarli e creare valore da ciò che si butta è una priorità europea che non si può non condividere. Ma lo è anche la riduzione dei rifiuti e un consumo più consapevole.

Chissà se, pur vivendo in città, è possibile riavvicinarci a un consumo più semplice, senza tante scatole, contenitori, bottiglie. Come facevano i nostri nonni, quando la plastica era un oggetto mitico, gli imballaggi erano pochi e le cose si avvolgevano, si incartavano, si svuotavano e si riempivano di nuovo?

Il prossimo esperimento sarà quello di ripartire da lì.

Dieta equilibrata: i macronutrienti

People For Planet - Gio, 10/25/2018 - 02:00

Una dieta equilibrata prevede il 55-65% di glucidi, carboidrati, il 10-12% di proteine e il 25-30% di grassi. Dove si trovano queste sostanze?

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L’Antitrust multa Apple e Samsung

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 16:35

Il Garante impone una sanzione di 10 milioni alla Mela per aver penalizzato alcuni modelli di iPhone. Non solo: informazioni non corrette ai consumatori su come usare le batterie al litio. Ammenda da 5 milioni per la società coreana, sotto accusa per il modello Note 4

Dieci milioni di multa alla Apple. Cinque invece alla Samsung. Il Garante italiano dei consumatori (l’Antitrust) colpisce i due giganti della telefonia che hanno imposto ai consumatori di scaricare aggiornamenti software colpevoli poi di rendere meno efficienti o mal funzionanti modelli di smartphone nuovi e costosi. Apple riceve una sanzione più alta perché non ha correttamente informato gli utenti, peraltro, della deteriorabilità delle sue pile al litio.
Le due aziende, dunque, hanno violato gli articoli 20, 21, 22 e 24 del nostro Codice del Consumo. Ed è la prima decisione al mondo che colpisce la “obsolescenza programmata” per la quale Apple, ad esempio, deve rispondere davanti ai tribunali francesi.

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Ora anche il Giappone vuole combattere la plastica

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 13:13

Per la prima volta il ministro dell’Ambiente giapponese comunica dei target specifici sui limiti dell’utilizzo della plastica, ordinando una riduzione del 25% entro il 2030 e l’obbligo per le attività commerciali di far pagare l’uso delle buste.

In base alla bozza del governo presentata al Consiglio nazionale per il monitoraggio dell’Ambiente, oltre alle nuove norme sul riciclo dei prodotti in plastica, verranno aggiunte 2 milioni di tonnellate all’anno di biomasse vegetali entro il 2030 – per accelerare il ritorno della CO2 in atmosfera, un livello di 50 volte superiore ai valori attuali. L’esecutivo ha inoltre presentato un piano per il riciclo o il riutilizzo del 100% dei contenitori di plastica entro il 2035, tramite il loro incenerimento per lo sviluppo di energia termica.

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Come costruire una mangiatoia per gli uccelli

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 13:11

In questi giorni di intenso freddo invernale gli uccelli selvatici che popolano i parchi e i giardini delle nostre città faticano a trovare cibo; non a caso, proprio in questo periodo, la mortalità degli uccelli è maggiore.

Eppure basta poco per aiutarli in maniera concreta senza, tuttavia, sconvolgere l’equilibrio ecologico.

L’invito a dare un aiuto è arrivato anche da Fulco Pratesi, presidente onorario del WWF. «I piccoli uccelli con questo freddo hanno difficoltà ad alimentarsi, non trovando la fonte proteica primaria, costituita dagli insetti; per questo, sul mio davanzale non mancano mai briciole di biscotti, dolci… Tuttavia è meglio evitare le briciole di pane che non hanno alcun potere calorifico».

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Immagine: Ivan Palaia

Che fine hanno fatto i verdi italiani?

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 10:46

I verdi hanno stravinto in Baviera, e ora un tedesco su due si dice ben disposto a votarli. E’ bella e contagiosa questa storia del rinascimento verde alla tedesca. In anni di radicalismo xenofobo e introspezione, la lezione tedesca è che i verdi ce la possono e ce la devono ancora fare. Ma come? Come hanno fatto? E come mai noi italiani, di verde, non abbiamo neppure un partito?

Partiamo dai fatti. Alle elezioni di metà ottobre – elezioni già eccezionali per un’affluenza al 72,4% – la Csu (l’Unione cristiano-sociale, al governo) ha superato la soglia critica del 35% per un pelo, mentre i Verdi si sono assestati con il 18,5% a secondo partito. La Spd (partito social democratico, attualmente al governo) è precipitata al 10%, mentre l’estrema destra dell’Afd si è fermata all’11%.

Secondo un sondaggio di Infratest per Der Spiegel, adesso addirittura il 47% dei tedeschi immagina “di poter votare in linea di principio” il partito ambientalista. Perché? Perché è successo un miracolo e i miracoli fanno impressione, anche ai tedeschi: la Baviera è un Land ricchissimo e importante, lo ricordiamo, è il motore della Germania, ma soprattutto è il cuore del Sud, per tradizione conservatore, e in mano al partito cattolico. Per questo l’intera Grande Coalizione tra Csu-Cdu e Spd, e anche, in prospettiva, l’Europa, adesso tremano, perché ne subiranno verosimilmente forti modifiche. Il trend di crescita è confermato anche dai sondaggi a livello nazionale, per i quali i Verdi arrivano a toccare il 20%, mentre continua il calo della Spd.

Tornando al rilevamento Infratest, il 22% degli interpellati immagina che il prossimo o la prossima cancelliera possa essere Verde e il 55% ritiene che gli ambientalisti siano “un partito di centro”, contro il 36% che li assegna alla sinistra.

Questo è un primo importante punto da tenere a mente per capire come potremmo emulare cotanto successo.

Il secondo si chiama Katharina Schulze. La vera vincitrice delle elezioni in Baviera è giovane, è donna, è positiva, ha una retorica travolgente, ed è la capogruppo dei Verdi al Parlamento regionale, una dei due candidati di punta del partito insieme a Ludwig Hartmann. Schulze ha studiato psicologia e politica, e ha fatto esperienza di campagna elettorale nientepopodimeno che alle prime presidenziali di Barack Obama, nel 2008.

Esperta di politica interna, porta avanti un’idea anomala di Verdi, un’idea che non si limita alla retorica ambientalista. Lei vorrebbe ad esempio più poliziotti nelle strade, per garantire uno stato di diritto più forte e maggiore sicurezza, ma anche “meno polizia ai confini bavaresi, visto che viviamo in un’Europa unita”. Parla di pensioni minime garantite e sul tema migrazione, molto sentito anche in Baviera, Schulze spiega che il fenomeno “va guidato e non semplicemente amministrato”, mentre gli Ankerzentren, i centri di accoglienza per migranti, vanno eliminati perché ostacolano l’integrazione invece di favorirla. Poi certo, la sua lotta è lotta ambientalista: vuole qualità dell’aria e delle acque, e un’agricoltura sostenibile.

Perché, invece, non ci sono più i verdi italiani lo abbiamo chiesto a Fabrizia de Ferrariis e a Fulco Pratesi, una coppia protagonista dei pochi anni in cui anche da noi si sperò in un solido partito verde tra le forze politiche italiane.

Fulco Pratesi è stato un simpatizzante del partito dei verdi finché nel 1992 “Rutelli mi convinse a candidarmi e fui eletto a Milano e Torino come deputato. Avevamo avuto successo e feci due anni con i verdi. Si fecero leggi importanti, riguardo ai parchi nazionali e alla caccia, a difesa della fauna. Furono due begli anni, si lavorò bene…e poi ci fu il calo..non so bene perché…forse c’era troppa politicizzazione…e anche molta forza dell’associazionismo…Legambiente, Wwf, Greenpeace erano molto presenti in quegli anni e la forse l’eccessiva istituzionalizzazione dei verdi come partito fece perdere fascino alla politica. Chissà com’è, ma siamo stati surclassati dalle associazioni”.

“Troppe chiacchiere, troppe chiacchiere…” lo interrompe la moglie. “Guarda la sinistra che fine ha fatto!! … Troppe chiacchiere, troppe chiacchiere”. Fabrizia De Ferrariis è stata candidata al parlamento europeo per i verdi e promotrice del comitato, una vita spesa a combattere soprattutto gli OGM. Ricorda: ”I verdi sono stati molto bravi a parlare e poco a realizzare. Io stavo dentro il consiglio esecutivo, assieme a pochi altri ho lavorato tantissimo sui temi sociali, il biologico e gli ogm…il risultato è stato che nessuno di noi è entrato in parlamento. Gli altri passavano il loro tempo a discutere su come dividere i seggi, e pochissimo delle battaglie e di come portale avanti”.

Altro grande storico dell’ambientalismo italiano, Franco Pedrotti è in sintesi l’uomo al quale dobbiamo l’esistenza, in Italia, di Parchi e riserve naturali. “Erano troppo politicizzati, avrebbero dovuto occuparsi di verde e lasciar perdere gli schieramenti. Facevano iniziative in contrasto le une con le altre, mentre architetti e politica portavano a termine la distruzione delle periferie e la rovina delle campagne”. Qualche esempio? “Mah, di recente c’è Pescasseroli, in Abruzzo, una grande piana di prati e pianure: dentro ci hanno costruito mega depuratore di acque che ha rovinato tutto, la primavera scorsa. Poi nel parco dei Sibillini, vicino Norcia, dove ci sono le sorgenti dalla montagna e praterie marcite. Con il terremoto sono arrivati i fondi, ed è nato un centro sociale dentro alle praterie marcite, nonostante siano protette da leggi speciali. Nessuno ha fatto niente: c’è un procedimento aperto ma la legge deroga per le zone terremotate dice in sostanza che si può fare quel che si vuole. C’è indignazione, anche per Norcia, ma la maggioranza è da un’altra parte. Vuole ancora un esempio? Le nostre foreste dipendevano dal Corpo Forestale dello Stato, ma Renzi le ha abolite e sono diventati tutti carabinieri forestali …è il colmo..in tutta Europa, oggi l’Italia è l’unico paese che non ha più un corpo forestale”.

Ma c’è speranza per il futuro? Fulco Pratesi non ha dubbi: “No, i giovani sono disillusi e disperati…vedono la politica come qualcosa di impresentabile e hanno ragione. Tutti cercano di sopravvivere e a quello si fermano. Non vedo spinte verso qualcosa di concreto, anche perché le battaglie sono enormi e sembrano insormontabili, come l’aumento della quota di CO2 in atmosfera”. Più aperta e positiva la posizione di de Ferrariis, che sembra crederci ancora: L’ultima conferenza del club di Roma mostra il contrario: tanti giovani attivi ed energici. Guardi al nuovo presidente del Wwf, ha fatto interventi davvero coinvolgenti. Io vedo il momento come importante, magico direi, e decisivo. Le ong sono piene di forza”.

Chissà. Se tuttavia un movimento politico ambientalista dovesse poter rinascere e risorgere anche da noi, adesso quanto meno ha un modello di tutto rispetto da seguire, quello dei Grünen tedeschi. Una bella sorpresa, in un autunno per altri versi pieno di cattive notizie.

La salute è sempre più digital

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 02:36

Nel 2017 il 66% degli italiani – 2 su 3 – ha cercato sul web informazioni relative alla salute propria o di un familiare.

La ricerca dell’Osservatorio conferma una precedente del 2015 condotta dall’azienda di mercato di Gfk su un campione di 2.066 individui dove emergeva il dato che 1 italiano su 2 ricercava attivamente informazioni sulla salute, 2 su 3 nella fascia tra i 25 e i 55 anni.

Oggi Internet viene utilizzato soprattutto per l’autodiagnosi: un dolore, un malessere ci porta immediatamente a cercare di capire la patologia; il 41% degli intervistati cerca anche notizie sull’utilizzo dei farmaci mentre il 28% chiede informazioni su come prevenire alcuni malanni e il 24% si informa su quali integratori alimentari usare. E con piena fiducia: il 25% degli intervistati afferma che in futuro il web potrà sostituire il medico soprattutto se blog, forum e siti saranno affidati ai vari professionisti della salute.

Servizi on line

Tra i servizi on line legati alla sanità il 59% degli intervistati apprezza la possibilità di prenotare esami e visite specialistiche come di consultare referti o documenti clinici dal proprio pc o smartphone (48%) o comunicare via mail con il proprio medico di base, specie per quanto riguarda la cura e l’assistenza di pazienti non autosufficienti.

Insomma, niente di meglio di avere le ricette via mail che permettono di eliminare lunghe attese nelle anticamere del medico o la consultazione dei referti on line per evitare le file per il ritiro dei referti. Indiscutibilmente i servizi on line garantiscono un notevole risparmio di tempo.

Muoviti, muoviti!

Il web pullula di app e di wearable devices (dispositivi indossabili) che ci aiutano ad avere una vita più sana. App, bracciali, orologi sono considerati un valido supporto per mantenerci in forma (55%), per tenere sotto controllo frequenza cardiaca o pressione sanguigna (47%) ma anche come aiuto nell’attività fisica (37%) o per ricordare l’orario dell’assunzione dei farmaci (27%).

Ci sono decine di app che ci possono aiutare a monitorare l’attività fisica giornaliera: dalle più semplici che contano i passi che facciamo nell’arco della giornata alle più complesse che definiscono un piano di allenamento quotidiano.

Oggi 2 italiani su 3 si dichiarano attenti alla propria alimentazione, il 34% controlla le etichette degli ingredienti mentre il 28% acquista prevalentemente alimenti biologici o integrali. Si mangiano più frutta e verdura e si limitano il sale, l’alcol, la carne rossa.

Siamo bravi per quanto riguarda l’attenzione all’alimentazione, un po’ meno per quanto riguarda l’attività fisica, solo il 32% degli intervistati dichiara di allenarsi quotidianamente, gli altri ammettono di fare spesso buoni propositi ma poi… si sa, si comincia sempre da lunedì.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato in 10mila passi giornalieri la quota per mantenersi in buona salute e quindi ben vengano tutti gli strumenti atti ad aiutarci nel movimento quotidiano e a porre attenzione alla nostra salute.

C’è ancora molta strada da fare – e non solo in senso figurato – ma senz’altro queste app o wearable hanno fatto in modo che ci sia una maggiore consapevolezza del proprio benessere, permettendo alle persone di esserne più partecipi e responsabili. Sapere quanti passi facciamo in una giornata, confrontarci con amici e parenti sulle rispettive frequenze cardiache ci ha fatto mettere un occhio digitale sulla nostra salute.

E’ tutto oro quello che luccica?

Tutto bene quindi? Evviva il Web? Non del tutto.

Per quanto riguarda i wearable devices il 45% degli intervistati nell’inchiesta dell’Osservatorio dichiara di non fidarsi molto di questi apparecchi. Il 34% li considera non necessari e il 25% ammette di usarli con poca costanza, mentre il 24% pensa siano ancora poco affidabili.
Insomma, sempre meglio andare dal medico e avere un rapporto diretto con chi di salute se ne intende. Il 56% degli italiani preferisce affidarsi a un professionista che sia il dietologo, il personal trainer o il medico stesso.

Una scelta di buon senso, visto che districarsi nel web non è sempre semplice e i rischi dell’autodiagnosi sono al centro di un ampio dibattito tra chi si occupa di salute, tanto che i giornalisti di Unamsi, l’Unione nazionale medico scientifica di informazione, hanno stilato un decalogo per “salvarsi” dalle bufale o dalle fake news on line sulla salute.

Eccolo.

Consigli semplici da seguire:

1 – Controllare la fonte, verificare che il sito, il blog o quant’altro sia autorevole.

2 – Controllare la data di pubblicazione dell’articolo. Internet non perde nulla, magari si tratta di una notizia vecchia di anni e quindi non più attendibile.

3 – Evitare il fai da te: per diagnosi e terapia affidarsi al proprio medico. La cura può essere diversa da soggetto a soggetto. Meglio rivolgersi a chi ci conosce.

4 – Diffidare dei medici che fanno diagnosi o –peggio – prescrizioni on line senza vedere il paziente.

5 – Attenzione alla privacy, verificare che sia rispettata la normativa sul trattamento dei dati

6 – La storia di un altro non è la nostra. Il racconto di un paziente può essere emozionante ma manca di affidabilità scientifica.

7 – Non fermarsi ai primi risultati del motore di ricerca, i primi siti che appaiono non sono in ordine di importanza.

8 – Attenzione alla pubblicità mascherata, un sito di qualità tiene separata in modo molto chiaro la pubblicità dall’informazione.

9 – Acquistare farmaci on line solo da farmacie autorizzate cliccando sul logo identificativo del sito che riporta all’elenco di venditori autorizzati del Ministero della Salute.

10 – Attenzione ai complottisti, alle notizie catastrofiche sull’effetto dei vari farmaci o altro. La capacità di analisi e la verifica delle fonti in questi casi è essenziale.

In conclusione, usiamo il buon senso, un consiglio che vale per tutto ma soprattutto per la nostra salute e quella dei nostri cari.

Fonti:

https://www.realemutua.it/rma/realmentewelfare/osservatorio-welfare/salute-digital
https://www.blitzresults.com/it/passi/
http://ordinefarmacistiroma.it/giornalisti-medico-scientifici-un-decalogo-contro-le-bufale-sulla-salute-del-web/
http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=33529

 

Palio di Siena: muore Raol, l’ira del web

People For Planet - Mer, 10/24/2018 - 02:00

Si è corso sabato 20 ottobre il Palio di Siena Straordinario dedicato al Centenario della Prima guerra mondiale che ha visto il trionfo della Contrada della Tartuca. Ma qualcosa, anche questa volta, è andato storto scatenando l’ira del web e delle associazioni animaliste.

Raol, il cavallo della contrada Giraffa, scivola sul tufo al secondo Casato procurandosi una frattura all’arto anteriore destro. Le condizioni del cavallo appaiono fin da subito molto gravi e, nonostante il tempestivo intervento, per il sauro di 8 anni non c’è stato nulla da fare. Immediata la condanna dei social e dei media dove, assieme al video virale degli ultimi sussulti di Raol, rilanciato anche da esponenti animalisti come Rinaldo Sidoli (Dirigente nazionale Animalisti Italiani onlus, che ha dato vita anche alla petizione online Basta Palio di Siena), si è apertamente presa posizione contro lo storico Palio mettendo in discussione una delle corse più famose del mondo che va in scena, così come la conosciamo oggi, dal 1633.

Nonostante la dichiarazione del Comune di Siena (“Ieri si è concluso il Palio Straordinario dedicato alla fine della Prima Guerra Mondiale, che ha visto una grandissima partecipazione di contradaioli, senesi e turisti assistiti da un tempo splendido. Tuttavia l’amministrazione deve dare la notizia che il cavallo dato in sorte alla Contrada Imperiale della Giraffa è deceduto a seguito di un infortunio dopo essere stato prontamente soccorso, sedato e trasportato con una biga alla Clinica veterinaria “Il Ceppo”. Il dispiacere è di tutta la città che ama i cavalli e li rispetta, e non accetta provocazioni da chiunque abbia solo l’interesse a farsi pubblicità, non conoscendo la nostra cultura, tradizione, rispetto e cura dei cavalli“) e le dichiarazioni apertamente schierate a favore della tradizione senese come quelle del giornalista professionista e anche Iena Antonino Monteleone, questa volta le voci che chiedono di mettere fine a questa manifestazione sembrano essere più forti ed è stata promessa anche una battaglia legale.

Sulla morte di Raol è intervenuta l’Enpa, promotrice della denuncia: “Se già appariva assurdo pensare di ricordare la fine della “Grande Guerra” con un evento, il Palio di Siena, che ha un lungo passato di morti animali, il fatto che un cavallo sia deceduto proprio in occasione di tale ricorrenza rende la vicenda ancora più paradossale e inaccettabile. La morte di Raol non né casuale né imprevedibile. La magistratura accerterà le responsabilità penali di questa ennesima morte, ma quelle morali e politiche sono evidenti per sé e ricadono su tutti coloro i quali hanno partecipato, a vari livelli, all’organizzazione dell’ennesima corsa della morte”. Prosegue la direttrice dell’Enpa, Carla Ronchi “La storia, con i frequenti e ripetuti incidenti di questi anni, ci dice che il Palio di Siena rappresenta una seria e concreta minaccia per l’incolumità degli animali. (…) iniziativa che ormai non ha altra ragion d’essere se non quella di farsi strumento di marketing, anche politico. Lo ribadisco: la morte di Raol non né casuale né imprevedibile. Invece, visti i nefasti trascorsi del Palio, era un evento con elevata probabilità”.

Sì, la morte di Raol non è né casuale né imprevedibile né sarà l’ultima. Infatti si stima che dal 1970 ad oggi siano morti circa 50 cavalli, e dal 2000 sono 8, una media di un cavallo ogni due anni.

A seguito di dichiarazioni così contrastanti tra chi conosce la tradizione e si batte per difenderla e chi conosce gli effetti di tale manifestazione e si batte per un cambiamento, la domanda è lecita: le tradizioni si devono adeguare ai tempi?

(Immagine di copertina: Alessandro Maffei “Veduta della piazza di Siena nell’atto della corsa del 16 agosto”, 1840 ca., incisione acquerellata)

I cani più famosi della Storia

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 16:04

Dalla piccola Laika alla celebre Lessie, passando per Peritas, il cane di Alessandro Magno …

Guarda tutta la galleria su Focus.it

Stiamo uccidendo il Pando: il più grande essere vivente del Pianeta rischia di morire

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 15:55
IL “GIGANTE tremante” è scosso dalla paura, quella di scomparire davvero per sempre a causa dell’uomo. In questi giorni, sulla rivista Plus One, è stato pubblicato un nuovo studio di scienziati americani sulle condizioni del “Pando”, considerato uno dei più antichi organismi viventi al mondo. Si tratta di una foresta, nota anche come Trembling Giant (gigante tremante) costituita da un unico genet maschile di pioppo tremulo americano. In sostanza, questo bosco nello stato dello Utah (Usa) nell’area di Fishlake, è unico al mondo: è formato da 47mila alberi geneticamente identici. Attraverso marcatori della pianta si è stabilito infatti che le ramificazioni di Pando (nome di origine latina) fanno parte dello stesso organismo vivente, con un sistema di radici di 7mila tonnellate, talmente antico che potrebbe avere 80mila anni. CONTINUA A LEGGERE SU Repubblica.it (foto di copertina Mark Muir – Wikimedia Commons)

Il clamore per le pallavoliste italiane nere ci spiega il successo di Salvini

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 02:25
La Francia del 98

Vent’anni fa la Francia del calcio vinse per la prima volta il campionato del mondo. Quella squadra era un simbolo dell’integrazione, con Thuram, Karembeu, Vieira, Desailly. Ovviamente la Francia ha una storia di colonialismo decisamente diversa dalla nostra. Negli anni Ottanta vinsero nel tennis grazie a Yannick Noah. Just Fontaine, senza dubbio il loro calciatore più forte, almeno fino a Platini, era originario del Marocco. Al Mondiale 1982 avevano in squadra neri come Tresor e Tigana, due bandiere della Nazionale. Più recentemente, nel 2014, la Germania ha vinto il Mondiale di calcio con Boateng, Mustafi, Ozil.

Da noi è diverso perché la storia dell’Italia è differente. Ma ormai, siamo nel 2018, anche noi dovremmo essere abituati a vedere atleti e atlete nere che indossano i colori dell’Italia. Purtroppo, però, il condizionale è d’obbligo. Balotelli, per fare l’esempio più semplice, ha esordito in Nazionale ormai otto anni fa, nel 2010. Nell’atletica leggera l’eterna promessa Andrew Howe accese i sogni di medaglia già alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Senza dimenticare Fiona May diventata italiana per aver sposato un italiano. E altri che evitiamo di citare per non occupare tutto lo spazio dell’articolo.

Come per le coppie di fatto

Come accadde già ai tempi del dibattito parlamentare sulle coppie di fatto, il paese reale è decisamente più avanti di quello politico-mediatico. L’Italia parlamentare opponeva – allora con successo – una strenua resistenza al presunto annacquamento dell’istituto del matrimonio, mentre in ciascun condominio e persino in ciascun nucleo parentale esistevano uno o più esempi di coppie di fatto etero e omosessuale. La resistenza era burocratica, la vita – quella vera – aveva già scelto da un pezzo.

È lo stesso fenomeno a cui assistiamo nel cosiddetto processo di integrazione, il multiculturalismo. Non può fare notizia nel 2018. E se invece lo fa, come è accaduto in Italia la settimana scorsa con la nazionale femminile di pallavolo, ci dà una risposta al perché riscuota tanto consenso la politica di Salvini sul tema. Almeno dal punto di vista politico-mediatico. Perché poi, come per le coppie di fatto, in tante scuole ci sono bambini neri, di origine orientale, dell’est europeo. La vita reale.

L’uomo che morde il cane

Quando però scopriamo che una delle nostre migliori giocatrici di pallavolo è una ragazzona nera nata a Padova da genitori nigeriani, l’evento si trasforma immediatamente nell’uomo che morde il cane. Toh, una nera italiana. Col solito codazzo di dibattito che finisce col darci qualche spiegazione dello share elettorale di Salvini. Se stiamo ancora a sorprenderci che la Nazionale di pallavolo ha due atlete nere, vuol dire che siamo effettivamente indietro. O comunque non attrezzati. Paola Egonu non è la risposta politica a nulla. Così come non lo è Miriam Sylla. Sono semplicemente testimonianze di vita. Come lo sono Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Rapahela Lukudo e Libania Grenot, che vinsero la staffetta 4×400 femminile ai Giochi del Mediterraneo. E ovviamente tanti altri che hanno eguale diritto di cittadinanza senza avere nel proprio codice genetico formidabili doti atletiche come le medagliate.

Ahi noi, i mondiali femminili di pallavolo – che si sono chiusi con la splendida medaglia d’argento dell’Italia – ci hanno detto che il percorso che ci conduce alla normalità di un atleta nero italiano è ancora lungo. E, di conseguenza, il timore è che sarà ancora lunga la vita politica di Salvini.

Una bici in bamboo dura più di quelle in acciaio

People For Planet - Mar, 10/23/2018 - 02:16

A Brescia si costruiscono biciclette in bamboo. Si chiama Bamboo Bicycle Club e People for Planet è andato a intervistare uno dei fondatori, Suami Rocha.
La bicicletta in bamboo si può autocostruire con un corso di formazione oppure si può acquistare online un kit.

Sito internet Bamboo Bicycle Club https://www.bamboobicycleclub.org/
Sezione di Brescia https://www.facebook.com/bamboobicyclebrescia/

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Le culle africane dell’umanità: potrebbero essere più di una

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 17:17

Secondo una recente ipotesi Homo sapiens è sì nato in Africa, ma dall’incontro reiterato di diverse popolazioni provenienti da regioni africane diverse. Una volta usciti dall’Africa i sapiens si sono ibridati con altre varietà umane, come i Neanderthal, i Denisova e forse altre ancora. Queste nuove evidenze oggi a disposizione ci portano ad aggiornare le ipotesi evolutive sulle nostre origini.

Fino a poco tempo fa eravamo convinti che la nostra specie fosse nata 200.000 anni fa nell’Africa orientale. L’anno scorso abbiamo scoperto, analizzando un cranio fossile, che Homo sapiens era presente in Marocco (a Jebel Irhoud) già 300.000 anni fa. Pensavamo anche che sapiens e Neanderthal fossero due specie ben distinte e che quindi non potessero accoppiarsi tra di loro. Tre anni fa, le analisi genetiche condotte su un fossile umano di circa 40.000 anni fa, ritrovato in Romania (a Peştera cu Oase, che significa “caverna con ossa”), hanno rivelato che quel sapiens aveva una percentuale di Dna Neanderthal più alta del solito, il che poteva significare solo una cosa: quell’individuo era bisnipote di un nonno (o nonna) Neanderthal vissuto dalle 4 alle 6 generazioni prima di lui.

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Costa Volpino, il sogno si avvera: l’Isola ora c’è

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 15:28

Promuovere un modello di sostenibilità ambientale rivolto soprattutto alle nuove generazioni. È l’obiettivo dell’Isola che non c’era, la chiatta, il terzo atollo artificiale al mondo creato con materiale di scarto, inaugurata e varata ufficialmente ieri mattina a Costa Volpino, al circolo Nautico Bersaglio, per depurare le acque del lago. Inizialmente sarà ormeggiata al porto di Lovere a disposizione delle scuole, successivamente diventerà operativa e attraccherà in tutti i paesi del Sebino. La chiatta è stata realizzata con 25mila bottiglie di plastica che, insieme agli scampoli di rete dei retifici di Monte Isola, fanno da base galleggiante a una piattaforma di legno di 24 metri quadrati sulla quale sono state caricate nove tonnellate di materiale, compreso un impianto di fitodepurazione.

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Non possiamo farci togliere l’aria

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 06:35

In questi giorni Milano è stata investita dalla puzza degli incendi che sono scoppiati nei depositi di rifiuti di Novate e della Bovisasca. Si sta indagando sulle loro autorizzazioni, sui rifiuti che avrebbero o non avrebbero dovuto esserci e, dopo aver escluso che nel fumo ci fossero gli inquinanti più pericolosi, si stanno facendo le analisi sugli altri. Al momento, secondo le analisi dell’Arpa, la qualità dell’aria risulta alterata ma non peggio dei valori invernali tipici di Milano.

La vita di una mamma milanese in questa settimana

Ho raccolto la storia di Anita, una mamma milanese, per avere un’idea su come si è vissuto in certe zone della città in questi giorni in cui arrivava l’odore e il fumo degli incendi.
“Sono la mamma di due bambini di 3 e 1 anno, che vanno alla materna e al nido. Abitiamo in zona Fiera. Martedì mattina, alle 7.30, ho alzato le serrande e ho aperto la finestra. Sono stata investita da un odore fortissimo, insopportabile, di plastica bruciata. Chiusa la finestra, ho controllato le notizie sul cellulare: sapevo già del rogo a Quarto Oggiaro, ho appreso in quel momento che era in corso un secondo incendio a Novate. Ho guardato fuori: c’era la nebbia, o forse una nube tossica. Ero sola, mio marito in trasferta a Roma. Dovevo svegliare entrambi i bambini e portarli a scuola a piedi, passando per il parco di City Life. Saremmo stati fuori – in quella nebbia puzzolente – almeno 20 minuti. Ho optato per la macchina. Finestrini chiusi e trasbordi veloci. Non sapevo se sentirmi esagerata, iperprotettiva, o un’incosciente a uscire comunque di casa. Forse stavamo respirando davvero le peggiori sostanze possibili. Osservavo quelli che stavano fuori, a fumarsi una sigaretta, a far passeggiare il cane… e pensavo: ma come fanno? Bruciano gli occhi e la gola, il sapore di plastica bruciata rimane appiccicato alla lingua. Entrate tutti, chiudete le finestre per amor del cielo! Ma come si fa a stare fuori con questa nube irrespirabile? Arrivata al nido prima, e alla materna poi, mi sono confrontata con altri genitori. Alcuni non sapevano degli incendi e si chiedevano che cosa fosse quel cattivo odore nell’aria; altri erano più informati. D’accordo con molti di loro, ci siamo raccomandati con le educatrici di evitare le uscite al parco (previste per quella mattinata). Intanto le istituzioni tacevano. Nessuna notizia o aggiornamento dal Comune o dall’Arpa. E allora, se nessuno ci dice nulla, meglio prendere provvedimenti in maniera autonoma. Niente uscite per oggi, finestre chiuse. Non potevo fare altro. Anche adesso, che – seduta al mio pc – cerco compulsivamente aggiornamenti sulla situazione dell’aria e i risultati delle rilevazioni dell’Arpa, mi chiedo che cosa avrei potuto fare di più per i miei bambini. Mi auguro che il cattivo odore che da ormai tre mattine impregna il nostro quartiere se ne vada al più presto, e che arrivino finalmente i risultati delle analisi, per avere la consapevolezza di ciò che abbiamo respirato, o per tirare un sospiro di sollievo”.

Riflessioni: “Mi manca come l’aria”, “Ne ho bisogno come l’aria”

Non sono pochi i modi di dire in italiano che spiegano la necessità fisiologica che ognuno di noi ha, esseri umani e gran parte degli esseri viventi in generale, di far entrare aria nel proprio corpo per poter vivere.
Si può rinunciare per pochi giorni a bere, a mangiare anche per più giorni, ma se non respiriamo per qualche decina di secondi ci rimaniamo secchi.

Anche se non ci fosse nulla di pericoloso, chi ha girato per alcune zone di Milano in questi giorni ha camminato col pensiero di non respirare la puzza di plastica bruciata che si sentiva.

Anche se non ci fosse nulla di pericoloso, chi ha pensato di dare fuoco a quei rifiuti per disfarsene (ipotesi molto probabile secondo le prime indagini), oppure chi ha lasciato che succedesse per negligenza ci ha letteralmente rubato l’aria.

Non vi fa veramente arrabbiare questa cosa? Tra smog delle auto, Pianura Padana inquinata come pochi altri posti della Terra, Lombardia come “nuova terra dei Fuochi” dove ormai sono decine i depositi di spazzatura bruciati, non vi sembra che farci togliere anche l’aria che respiriamo sia un po’ troppo? E’ l’ultima cosa che ci rimane.

Questo è il pensiero che ho tutti i giorni quando aspetto il verde a un semaforo e in 30 secondi respiro smog di ogni tipo di mezzo, ed è il pensiero che avevo anche in queste mattine.

Non è possibile farsi togliere anche l’aria che respiriamo, senza quasi accorgersene e lamentandoci qualche volta. Dobbiamo al più presto ripensare ai nostri stili di vita seriamente e fare il possibile perché le istituzioni e gli organi di governo locali e nazionali perseguano politiche più verdi e vigilare in prima persona perché vengano rispettate. Come i bravi cittadini di Cornaredo che hanno segnalato e fatto scovare un deposito di rifiuti abusivo proprio nei giorni scorsi.

 

Riforma delle bcc: i soci prigionieri delle nuove banche

People For Planet - Lun, 10/22/2018 - 02:26

I cittadini italiani, soci delle banche di credito cooperativo, stanno perdendo il loro diritto di vendere le quote rappresentative della qualità di proprietari delle banche.
Sono circa 1,3 milioni gli italiani, soci cooperatori delle bcc, che stanno per essere espropriati per legge e senza indennizzo del capitale che hanno messo (speriamo consapevolmente) nella loro banca.
Ci sono soci delle banche di credito cooperativo che hanno investito solo 300 euro, ma ci sono soci che hanno messo anche 50.000 euro nel capitale della loro banca
Ma nessuno ne parla!
Si sta gravemente sottovalutando il problema del recesso dei soci delle bcc e delle banche popolari quando andrà in vigore la riforma prevista dalla legge n* 49/2016.
Un problema che la maggior parte dei soci, e forse anche degli esponenti aziendali delle banche territoriali, non conosce affatto.
Cerchiamo di fare chiarezza
La legge 49/2016 con cui si vuole riformare il mondo del credito cooperativo obbliga praticamente le banche, al fine di efficientare e modernizzare un sistema che, ricordiamolo, ha oltre 150 anni di vita, ad aderire ad un “gruppo cooperativo” producendo una balcanizzazione degli assetti con le circa 300 Bcc del nostro Paese aggregate in tre galassie. Due grandi gruppi facenti capo all’area romana di Iccrea (160 circa) e ai “trentini” della Cassa Centrale Banca di Trento (100) che si guardano in cagnesco e uno più piccolo (50 circa) facente capo alle realtà della provincia di Bolzano che segue una strada propria.
La legge n. 49/2016 con una norma (art.2 comma1) che autorevoli giuristi considerano incostituzionale, sta provando ad affermare che l’art. 2437 del c.c. non si debba applicare alle modifiche statuarie necessarie per l’ingresso delle banche di credito cooperativo nel gruppo che si andrà a costituire, anche se tali modifiche dovessero comportare un cambiamento significativo dell’attività o una compressione dei diritti dei soci.

Recita infatti l’art.2437 del c.c. che quando una società cambia in modo significativo la sua attività o i diritti dei soci, i soci che non sono d’accordo hanno il diritto di recedere e di avere indietro il capitale versato.

In parole semplici ai soci che voteranno a favore dell’adesione al gruppo ed a tutti quelli che non parteciperanno alla votazione non si applicherà l’art. 2437 lettere a) e g) del Codice Civile e quindi gli si negherà per legge il diritto di recedere e di avere indietro i soldi delle quote sottoscritte!

Quando i soci capiranno che la riforma – per come il legislatore, influenzato dagli organi di vigilanza e da quei pochi interessati alle poltrone delle banche capogruppo, l’ha pensata – è andata al di là dell’obiettivo condivisibile di mettere in sicurezza il sistema facendo diventare tutte le banche di credito cooperativo come delle semplici filiali di società per azioni uguali in tutto e per tutto a quelle delle grandi banche, è molto probabile che non avranno più quell’interesse a partecipare, e sicuramente si affievolirà quel legame, spesso affettuoso, che hanno dimostrato fino a quando la loro banca era una vera cooperativa di territorio.

E quando si accorgeranno che ciò nonostante le loro quote non potranno essere restituite, perché una norma di legge ha messo di fatto quelle quote a disposizione di quelli che diventeranno i nuovi padroni del credito cooperativo, nasceranno infiniti problemi, la norma che imprigiona il capitale finirà molto probabilmente davanti alla Corte Costituzionale e i soci delusi chiederanno comunque di ritirare i loro depositi.

Ad oggi, nel credito cooperativo, il capitale detenuto dai soci sfiora un miliardo e quattrocento milioni di euro; i depositi dei soci ammontano ad una cifra molto superiore come si evince dal documento esclusivo qui scaricabile.

Si è pensato a cosa accadrà quando i soci, i quali hanno confidato sull’aiuto del legislatore e degli organi di vigilanza affinché le Bcc risolvessero i loro problemi e continuassero a dare supporto ad una parte essenziale dell’economia del Paese, si accorgeranno che le banche di credito cooperativo sono stato invece snaturate e sono state trasformate in pezzi di un’unica banca comandata da altri interessi ed alla quale si applicano le regole e i metodi tipici delle grandi banche con scopo di lucro?

Si è pensato ad informarli di quello che sta accadendo e del fatto che, in altri Paesi dell’UE, le banche cooperative sono state salvaguardate in modo del tutto diverso e restano vigilate dalla loro autorità nazionale?

Si è pensato ai rischi per la stessa stabilità patrimoniale delle banche di credito cooperativo, quando i soci delusi capiranno di non poter neanche recedere e reagiranno in massa come già si è visto fare nei casi del così detto risparmio tradito?
Forse è il caso che il Governo deliberi una ulteriore proroga per l’entrata in vigore della riforma.