ZERO - inchiesta sull'11 settembre

Con Dario Fo il 16 Novembre presso l’aula magna del LICEO SCIENTIFICO “SEVERI” Bastioni di Porta Volta, n° 16 - MILANO sarà proiettato in anteprima nazionale il film "Zero - inchiesta sull'11 settembre" di Giulietto Chiesa, Franco Fracassi e Thomas Torelli. Presenti i registi.

Subito dopo: presentazione e dibattito del libro di Webster Griffin Tarpley "La Fabbrica del Terrore Made in USA
Origini e obiettivi dell’11 settembre"

(Arianna Editrice, Bologna 2007)

Il libro è un’indagine coraggiosa sul Terrorismo di Stato nell’era Globalizzata e sul ruolo attivo dei servizi segreti Anglo-Americani negli attentati attribuiti ad Al-Qaeda.


Morte accidentale di un anarchico

Il giornalista Pierluigi Battista sul Corriere di qualche giorno fa, mi sferra un attacco a spaccagambe e lo fa in una specie di recensione a un mio testo satirico, Morte accidentale di un anarchico, appena andato in scena per la quarta volta consecutiva negli ultimi cinque anni qui in Italia, con debutto a Milano. Gli attori, a detta della maggioranza dei critici, sono eccellenti; i registi Elio De Capitani e Ferdinando Bruni, sono riconosciuti direttori scenici di notevole talento. Visto il numero straordinario di repliche effettuate in tutta la penisola da anni, è comprensibile il continuo ripetersi degli allestimenti. Ma l’autore della stroncatura non se n’è accorto: crede che le continue repliche siano dovute a una mia ostinazione ideologica, non al successo e al gradimento del pubblico. A dimostrare la tendenziosità esplicita dell’articolo in questione, dove mi si presenta come difensore di un’infamia perpetratasi più di trent’anni fa e autore mancante di pietas, viene subito all’occhio un particolare davvero sconcertante: il Battista non prende in considerazione né la chiave né il tema della commedia, e tanto meno il luogo fisico dove si svolge l’azione. Nessun recensore di qualità al mondo sarebbe incorso in un simile pacchiano errore. Ma in verità non si tratta di errore. Piuttosto si tratta di una furbizia da Brighella, giacché con questo escamotage, si evita di portare in primo piano la questione fondamentale dell’opera, cioè la tragedia di Pinelli e la morte dell’anarchico dopo un volo dal quarto piano della questura di Milano. Il Battista, da non confondere col santo del Battesimo a Gesù, non si chiede nemmeno se l’anarchico sia precipitato ancora vivo o già privo di vita, cioè se si sia trattato di un suicidio o di un omicidio. Va da sé che il “povero” Pinelli, come lo chiama il sensibile Battista, si sarebbe dato da sé la morte prendendo una considerevole rincorsa e superando a volo d’angelo la balaustra di 90 centimetri e, in seguito a una parabola adeguata alla forza di slancio, abbia raggiunto il suolo schiantandovisi. Il Battista mi accusa inoltre di aver cucito la pièce “con materiali inquinati dal pregiudizio e dal fanatismo politico”. Ora, quali sarebbero i materiali inquinati di cui mi sarei servito? Eccoli: niente meno che gli atti processuali del dibattito svoltosi in aula nel Tribunale di Milano appena qualche anno dopo la strage di Piazza Fontana e la più che sospetta defenestrazione di Pinelli, accompagnati dalla documentazione e dagli atti della revisione dell’inchiesta condotta dai giudici di Milano, in particolare da D’Ambrosio. Ogni dialogo o dichiarazione nella commedia è tratto quindi da documenti assolutamente autentici e soprattutto sconvolgenti. Come diceva Molière: “la realtà è sempre più impossibile della fantasticheria scenica”. Tanto per cominciare, in Morte accidentale di un anarchico, già nel primo atto viene riproposta la dichiarazione del questore di Milano, Marcello Guida, che, intervistato dal telegiornale Rai, il 15 dicembre 1969, solo qualche ora dopo l’avvenuta morte di Pinelli, racconta come si sia svolto il suicidio dell’anarchico in questione. Il dottor Marcello Guida, capo superiore della Polizia, davanti alle telecamere recita la propria entrata in scena nell’ufficio dove era “trattenuto” il “povero” Pinelli, invitato amichevolmente in Questura per semplici accertamenti. Il Guida gli si rivolge perentorio dicendo: “Il suo compagno Valpreda, or ora interrogato, ha ammesso di essere l’autore della strage della Banca dell’Agricoltura di Milano: è lui che ha messo la bomba”. Al che il Pinelli, sbiancando in viso si sarebbe levato in piedi gridando: “E’ la fine dell’anarchia!” e, montando nella disperazione, si sarebbe gettato dalla finestra. Ora urge condurre una breve analisi. Sappiamo che Valpreda finì in carcere e subì più di un processo; dopo tre anni di detenzione i giudici lo riconobbero assolutamente innocente. Quindi il questore Guida nella sua sparata verso Pinelli aveva spudoratamente mentito: Valpreda non solo non aveva compiuto l’atto criminale, ma fin dall’inizio si era dichiarato completamente estraneo ai fatti, per ciò nella commedia si sottolinea che il questore di Milano si è servito di un’infamia per indurre il Pinelli a una crisi e fargli ammettere d’aver partecipato alla messa in atto della strage. Non si tratta quindi solo di un espediente poliziesco ma di un vero e proprio crimine. E ancora, quando fa esplodere l’espressione disperata in Pinelli “E’ la fine dell’anarchia!”, il signor questore lo descrive nell’atto di gettarsi immediatamente dalla finestra, dimenticandosi di due sostanziali dettagli. Quella notte la temperatura esterna, a Milano, era sotto lo zero, solo un pazzo poteva tenere le finestre spalancate con un gelo simile. Quindi dobbiamo arguire che la finestra fosse chiusa e se la sarebbe aperta da sé solo il Pinelli; ancora, retrocedendo, l’anarchico avrebbe preso una buona rincorsa e prodotto il tuffo letale. Oppure, qualche amabile poliziotto, che casualmente si trovava presso la finestra, lo avrebbe aiutato esclamando: “Prego s’accomodi!”. Durante il dibattito processuale il giudice chiedeva come mai nessuno dei poliziotti presenti, che per loro ammissione si ritrovavano nei pressi della finestra, non fosse intervenuto cercando di bloccare il gesto suicida del Pinelli. Due dei poliziotti, imbarazzati, non sapevano cosa rispondere, ma un terzo, il brigadiere Vito Panessa, dichiarava: “In verità io personalmente mi sono preoccupato, tant’è che ho afferrato l’anarchico quasi al volo per un piede, ma mi è sfuggito egualmente, lasciandomi però in mano la sua scarpa...”. Il giudice, dopo una veloce inchiesta, scopriva che il Pinelli sfracellato al suolo portava ai piedi ancora tutte e due le scarpe. Quindi bisognava decidere: o Pinelli era tripede o i poliziotti a loro volta mentivano. A ‘sto punto chi di noi due, Dario Fo e Pierluigi Battista, possiede il “demone ideologico”? Io che racconto i fatti traendoli dai verbali e dagli atti processuali o il Battista che li ignora, e demonizza chi la pensa in modo diverso da quello ufficiale, che poi è il suo? E a quale altro linciaggio vado incontro se mi permetto di ricordare, che dalle immagini del servizio televisivo, a fianco del grande bugiardo statale, il Guida, si notava proprio il commissario Calabresi che ad ogni dichiarazione del suo superiore, il questore, assentiva col capo e con adeguate espressioni per niente imbarazzato!? Di questo particolare da niente, che sottintende un’operazione volta a deviare le indagini su un massacro organizzato da forze dell’estrema destra, oggi abbiamo idee più chiare. E questo, grazie all’inchiesta del giudice Salvini che ha indagato sui corpi dello Stato, occulti e palesi, raccogliendo una straordinaria documentazione che ci svela come il centro operativo, situato nella caserma Pastrengo di Milano, fosse in possesso perfino di aerei privati coi quali trasportare, secondo l’occorrenza, di volta in volta dalla Spagna e ritorno, la manodopera criminale con tanto di passaporto, stipendio e copertura. Manodopera che, giunta nei luoghi preordinati, metteva in atto azioni terroristiche. Il Battista non fa alcun cenno a questa situazione da fantascienza criminale e taccia me, autore della commedia, che invece ne parlo, di mancanza di pietas. Non è che qualche volta la pietas viene confusa con l’hypocrites? Ma il Battista, strada facendo si eccita e va giù sempre più pesante. A proposito dell’omicidio Calabresi e dal particolare che, secondo il mio modo di vedere, e non soltanto mio, gli autori del crimine siano da ricercare in tutt’altra direzione, per esempio fra le varie organizzazioni di polizia segreta di cui abbiamo accennato, così vivaci ed efficienti nel nostro Paese, il giornalista mi accusa di disegnare “con furore incomprensibile una dietrologia di seconda mano”. Ma che vuol dire dietrologia di seconda mano? Forse si allude a un’altra di prima mano più attendibile? Come vado sostenendo ormai da anni, il delitto Calabresi ha inizio dal momento in cui al commissario tolgono la scorta di protezione: solo dopo tre giorni mettono a punto l’omicidio. Calabresi era conscio che qualcuno si sarebbe giovato del saperlo indifeso e abbandonato, tanto che commentò: “Se qualcuno vuol colpirmi, questo è il momento giusto!”. E chi poteva essere al corrente di quell’isolamento, se non le polizie segrete e deviate, preoccupate di mantenere il silenzio?! E tu guarda è proprio a ‘sto punto che il Battista scodella l’accusa di dietrologia fanatica e insensata. Forse gli sfugge il numero impressionante di poliziotti, sottufficiali e ufficiali superiori che troppo sapevano e che nell’ultimo mezzo secolo sono scomparsi attraverso strani suicidi, brutali incidenti o palesemente assassinati, basta ricordarsi l’elenco dei testimoni della strage di Ustica, uomini di coraggio a cui s’è tolta la parola, ultimo addirittura un generale accoltellato a Bruxelles. * Tutti dietrologi ossessionati? Quindi, al contrario di Battista, io personalmente sono più che convinto che Sofri e i suoi compagni condannati per quel delitto siano assolutamente innocenti e che Leonardo Marino, l’accusatore, unico testimone in forza alla polizia, sia stato letteralmente plagiato, o meglio ammaestrato, dal gruppo speciale di Carabinieri che l’ha tenuto a lezione per più di un mese. Particolare questo che è venuto alla luce soltanto dopo un anno dall’inizio del processo, grazie alla testimonianza, imprevista e imprevedibile, di un sacerdote al corrente dell’operazione di imboccamento di Marino da parte della Benemerita. Così ecco che al processo Marino testimonia di tutta l’operazione che doveva portare all’assassinio di Calabresi. Soltanto che, ahimé, riferisce particolari che risultano spesso errati o addirittura falsi. Per esempio il testimone si auto-accusa di due rapine realizzate con l’appoggio di tre suoi compagni di Lotta Continua che vengono prontamente arrestati. Ma i compagni, incriminati per chiamata di correo, di lì a qualche mese vengono assolti per non aver commesso il fatto, invece Marino resta dentro. Gola profonda Marino testimonia, anzi giura, che una delle ragazze del commando sta preparando nelle valli del Canavese un poligono di tiro: ma nello stesso giorno indicato, si scopre che la ragazza si trovava ricoverata in un ospedale di Torino, intenta a partorire il suo primo bambino. Inoltre, il testimone descrive con precisione la macchina che personalmente guidava nell’attentato: “Era beige”, assicura. Ma in verità appresso si scoprirà che era blu. Ma dove ha rubato questa macchina? “Nei pressi delle carceri di San Vittore, lato sinistro del viale” dichiara. Errore: la macchina si trovava sul lato destro della strada. “La portiera che ho forzato – dice ancora – era a destra”. Errore: la portiera forzata era quella di sinistra. Afferma che in macchina non c’era nulla, vuota. E invece i poliziotti ritroveranno la vettura abbandonata qualche ora dopo ingombra di oggetti, i più disparati: palle da tennis in quantità, un paio d’occhiali, un ombrello, una pipa, un cappello, una lampada a pila, delle riviste, carte geografiche di aree orientali, una radio ricetrasmittente truccata in grado di ascoltare le frequenze della polizia (aggiustamento che può essere in grado di realizzare solo un tecnico d’alta professionalità, probabilmente legato a organizzazioni militari), una scatola di fiammiferi, un impermeabile, uno specchietto retrovisore - optional - e sul tetto della macchina, ben evidente, si scopre una lunghissima antenna radio, inarcata, lunga un paio di metri, ma lui non l’ha vista. Non ha visto nemmeno tutta la mercanzia di cui era ingromba la macchina… Ma come mai questo svarione? È semplice, poliziotti della PS che hanno ritrovato la macchina del delitto, hanno tenuto celata la presenza di oggetti nell’interno del reperto, quindi non essendone a conoscenza i Carabinieri, come potevano essi procurare l’informazione a Marino? Ecco il perché della scena muta davanti al giudice. Ad ogni modo, per concludere questo frammento d’indagine, è chiaro che Marino in quella vettura non c’è mai stato, non ha mai guidato quella macchina. L’unica cosa certa è che gli assassini con quell’auto hanno compiuto il delitto Calabresi. Ma senza di lui. Lui non c’era. Lui è completamente innocente. Un innocente venduto! Proseguendo, la macchina, secondo gli inquirenti della PS, è stata ritrovata intieramente pulita, e quindi priva di impronte. Inoltre, il proprietario della macchina, al momento di ritirare la vettura a lui rubata, si è reso conto, che le due ruote anteriori erano state sostituite con pneumatici nuovi di zecca. Roba da specialisti del crimine! Ma a queste notizie Marino cade dalle nuvole. Il tragitto ricostruito dalla polizia in seguito alle testimonianze dei passanti sulle varie strade percorse dalla macchina in fuga dopo l’attentato, non ha niente a che vedere con quello disegnato dal Marino. Anzi, è completamente diverso. Ma gli inquirenti badano bene di non contestare l’evidente diversità… Per carità, se si cominciano ad analizzare tutti gli errori commessi e le frottole raccontate da Marino non la finiamo più! Altro particolare interessante: grazie a varie testimonianze, alla guida della macchina, c’era una donna, bionda, e dall’aria elegante. Non c’è traccia di lei. Quindi, sedici anni dopo l’efferato delitto, appare Marino e gli inquirenti esclamano: “Eccolo! È lui la signora bionda, elegante!” Di certo, ne è una prova la folta capigliatura fortemente arricciata di foggia negroide che gli decora il capo! Altro grosso particolare, meglio dire grossolano, è il fatto che Marino, scelto come autista della macchina dell’attentato, non conosce Milano, ci è stato poche volte; egli vive a Torino, sua città d’origine. Ma non importa. Importanti sono l’istinto e l’ideale! Durante l’interrogatorio, il giudice chiede al testimone il nome e le sembianze del personaggio determinante, cioè il basista, ovvero colui che avrebbe dovuto dirigere l’intiera operazione. Marino non ricorda né nome né figura, ma qualcuno gli offre una dritta: si chiama Luigi. “Adesso mi viene in mente! – esclama il Marino – Si tratta di Luigi Bobbio!” Ma, bumpete!, non può essere lui: ha un alibi perfetto. Poi annaspa su altri nomi ma sono tutti inattendibili. Finalmente s’imbatte nell’uomo giusto: Noia, Luigi Noia. I Carabinieri accompagnano il Marino, meglio lo portano nella casa che lui dovrebbe conoscere bene, ma non se la ricorda. Il Noia viene comunque incriminato. Gli inquirenti esultano: “Finalmente abbiamo il basista!”. Secondo la testimonianza del Marino, al tempo dei fatti, il Noia era privo di baffi e barba, sempre ben rasato. Ma il fratello del Noia, fotografo dilettante, aveva scattato una foto, esattamente nei giorni del delitto, in cui appariva il presunto basista con baffi e barba fluenti, intento a leggere un giornale. Il giornale è il “Corriere della Sera”. Il fratello si reca allora all’archivio del Corriere; analizzando i titoli che appaiono nella foto e alcune immagini scopre che la data di quel quotidiano è esattamente il 18 maggio 1972, il giorno dopo dell’omicidio Calabresi. Quindi doveva possedere quella barba fluente anche il giorno prima, una barba del genere non ricresce in una notte, ergo non è lui. Gli inquirenti devono forzatamente riconoscere la sua innocenza. Il Noia non è il basista. Qualcuno si è inventato tutto. Ma senza quella foto oggi il Noia sarebbe stato condannato a vent’anni di carcere con i suoi compagni di Lotta Continua. E ci starebbe ancora, forse, in carcere. Questo ci dice della serietà di tutto quel processo, dove il perno dell’accusa ruota intorno alla figura di Marino un personaggio che i giudici di Torino avevano dichiarato testimone assolutamente inattendibile. In seguito a tutte queste lacune e incongruenze che mal occultano un vero e proprio complotto, nel processo d’Appello del 1993 i giudici popolari, all’unanimità si rifiutano di ritenere colpevoli del delitto i tre imputati di Lotta Continua e il loro voto è determinante per la sentenza finale: Sofri, Pietrostefani e Bompressi sono da ritenersi innocenti, quindi da liberare. Ma qui, entra in campo l’orrenda trappola: pur di ribaltare il verdetto, i giudici della Cassazione decidono di mettere in atto la cosiddetta sentenza suicida, cioè a dire, il giudice estensore espone, nel documento finale, la cronaca del processo e le motivazioni della sentenza in modo caotico e confuso, così da rendere tutto inattendibile. A questo punto il giudice superiore è tenuto ad annullare non solo il processo, ma anche la sentenza, quindi tutto da capo e i tre di Lotta Continua tornano sul banco degli imputati. Una truffa giuridica maestrale! Che ne dice il Battista? Si tratta o no di una sindrome di ostinazione machiavellica, anzi demoniaca, quasi criminale vissuta dentro una stagione politica tetra e asfissiante? Ma il botto finale del censore, pardon del recensore, è la messa in campo, nel suo articolo pubblicato sul Corriere, di un personaggio davvero terrorizzante. Renato Farina, che suggerisce l’intervento censorio del Governo nei riguardi di questa mia pièce. Ma chi è Renato Farina, che il Battista usa come ariete da sfondamento nei nostri riguardi? È un giornalista arruolato nei servizi segreti, il SISMI, nome in codice Betulla; è stato indagato insieme a Niccolò Pollari, alto ufficiale, direttore del SISMI, per il rapimento di Abu Omar, trasportato dall’Italia in Egitto a disposizione della Cia che l’avrebbe addirittura torturato. Per questo la Procura della Repubblica, qualche mese fa, ha radiato Renato Farina dall’albo dei giornalisti! Ma lui continua a collaborare con Libero, come opinionista, Feltri lo protegge. Bene, caro Battista, ognuno ha le conoscenze che merita! Dario Fo


Non si paga! Non si paga!

Quando debuttammo nel 1974, la storia di questa commedia appariva piuttosto surreale: infatti raccontavamo di avvenimenti che non erano ancora accaduti. In sala il pubblico ascoltava molto perplesso, ci guardava come fossimo dei pazzi. Raccontavamo di donne che nella periferia di Milano, andando a fare la spesa, si ritrovavano con i costi aumentati a dismisura e, furenti, decidevano di pagare metà prezzo rispetto alla cifra imposta.

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Presi nel mucchio

ANSA sul processo per i fatti dell'11 marzo 2006
in Corso Buenos Aires a Milano

"I danni di quel giorno sono evidenti ma i colpevoli non sono stati presi. E' stato applicato un assioma sconvolgente secondo cui chi è presente è colpevole".

Il premio Nobel Dario Fo si è detto "sconvolto" per la decisione dei giudici di appello che oggi hanno confermato le condanne comminate in primo grado a 15 dei 18 imputati per devastazione e saccheggio in relazione alla manifestazione dei centri sociali milanesi dell'11 marzo 2006.

Per Fo, che ha seguito passo per passo la vicenda processuale dei protagonisti di quella manifestazione e che ha visionato tutto il materiale agli atti, "non esiste una sola immagine in cui in cui sia identificabile uno di quei ragazzi mentre commette un reato. Semmai erano sul posto, come mille altre persone".

"Non si può sparare nel mucchio - ha concluso il premio Nobel per la letteratura - se ci sono dei colpevoli li trovino, ma non sono certo quelli condannati oggi. I ragazzi sono in carcere senza prove, gran parte di loro non ha fatto nulla, si è trovata nel mucchio. Questa è giustizia di classe e tanta severità si spiega solo con la volontà di castigare chi manifesta».


Truffa a Nobel Disabili: ex collaboratore condannato a 2 anni e mezzo

12 Novembre 2007

Due anni e sei mesi di reclusione e un risarcimento in via provvisionale di 200 mila euro: è questa la condanna decisa dal Tribunale di Milano per Luciano Silva, ex collaboratore di Dario Fo e Franca Rame che sottrasse 400 mila euro al 'Comitato per i disabilì creato con i fondi che Fo aveva ricevuto quando vinse il premio Nobel. Silva è stato riconosciuto colpevole di truffa e falso in scrittura privata.
Rubò 400mila euro: ex assistente di Fo condannato a 2 anni (Corriere della Sera)
Trenta mesi ad ex collaboratore di Fo (Cronacaqui)
Si intascò i soldi destinati ai disabili. Due anni e mezzo al consulente di Fo (Epolis Milano copertina  - articolo)
Ex collaboratore di Dario Fo condannato per truffa (Giornale di Sicilia)
Fo truffato, due anni e mezzo a ex collaboratore (Il Giorno)
Truffò Dario, condannato (La Prealpina)
Truffa al Premio Nobel Fo: 2 anni all'ex collaboratore (Leggo Milano)


DARIO FO SETTIMO TRA I 100 'GENI VIVENTI'

LONDRA

Dario Fo è l'unico italiano che compare nella hit parade dei 100 geni viventi, compilata da sei esperti di creatività sulla base anche di un sondaggio tra i sudditi di Sua Maestà.
La classifica, riportata oggi dal Daily Telegraph, vede al primo posto Albert Hofmann, 101 anni, il chimico svizzero che ha scoperto la sostanza stupefacente Lsd. A seguire, Sir Timothy Berners-Lee, 52, l'inventore della rete World wide web; George Soros, 77, il politico e il mago della finanza americano; Matt Groening, 53, l'uomo che ha dato vita ai cartoni animati Simpson e Futurama; Nelson Mandela,89, il presidente del Sud Africa a pari merito con Frederick Sanger, 89, il biochimico stra-premiato per i suoi lavori sulla sequenza del Dna. Al settimo posto l'unico genio italiano, secondo la hit parade britannica: il premio Nobel per la letteratura Dario Fo, ottantunenne. Tra i cervelli migliori del mondo, spiccano anche nomi del tutto inaspettati: Osama Bin Laden si contende il 43esimo posto con il presidente della Microsoft Bill Gates, il pugile Mohamed Alì e lo scrittore Philip Roth; mentre il Dalai Lama occupa il 26esimo posto e il cantante lirico spagnolo Placido Domingo il 58esimo.
La classifica è molto varia perché annovera personaggi che si occupano di scienza, tecnologia, finanza e arti. Tra quest'ultimi, il musicista Brian Eno (15esimo), il cantante Stevie Wonder e l'attrice Meryl Streep (entrambi 49esimi), il britannico Paul McCartney (58esimo) e l'americana Aretha Franklin (67esima). All'ultimo e centesimo posto compare il regista Quentin Tarantino. La top 100 è stata realizzata da Creators Synectics, una società britannica, che ha compiuto la selezione servendosi di un sondaggio e tenendo conto di una serie di fattori: popolarità, cultura, potere intellettuale, realizzazione professionale e 'paradigm shifting' (capacità di impatto e innovazione in un determinato settore).

Fonte: Ansa.it

Altri articoli sull'argomento - Rassegna stampa

Articolo da l'Unita

Articolo Il Resto del Carlino

Articolo La Gazzetta del Mezzogiorno

Articolo La Provincia di Como


Emilio Tadini, da poeta a pittore

Ho scoperto che Emilio, quasi di nascosto, disegnava durante un convegno sulla città di Milano. Mi ricordo che eravamo stati invitati entrambi a tenere un commentario a proposito della struttura urbanistica e di come si fossero sviluppati l’assetto e il clima ambientale nonché culturale della nostra città nei secoli, dal Medioevo al Rinascimento per risalire ai giorni nostri.
Quell’incontro si svolgeva alla fine degli anni Cinquanta, in un salone del Circolo della Stampa.
Ho pensato a prima vista che Emilio stesse scarabocchiando figurine per distrarsi dalla pallosità di certi interventi assolutamente privi di interesse.
In quell’occasione a me toccò di parlare prima di lui. L’argomento che avevo scelto faceva parte di un’inchiesta condotta al tempo in cui frequentavo ancora Architettura al Politecnico di Milano; trattava del sistema delle fognature impiantato dai romani al tempo della Repubblica e poi sviluppatosi con i Comuni. Allora i canali dell’acqua dolza e netta erano ben distinti e rigorosamente tenuti separati nella loro corsa dalle cloache fognarie. Raccontai di alcuni interventi molto severi effettuati dai Maestri-Giudici delle Acque contro un gruppo di grossolani imprenditori della lana, che, all’inizio del Duecento, coi loro scarichi di tintoria avevano intorbato fiumi e canali; giocai satireggiando sul processo e sulle condanne davvero spietate inflitte a quei cialtroni e paragonai il tutto all’indifferenza e all’ignavia degli attuali amministratori.
Emilio smise un attimo di scarabocchiare sul suo foglio, scoppiò in una risata contrappuntata da un applauso quindi tornò a concentrarsi sui suoi ghirigori.
Il conduttore della serata, appresso lo invitò a tenere il suo discorso.
Nel levarsi in piedi per recarsi al microfono, a Emilio caddero alcuni fogli sui quali stava pasticciando sghiribizzi. Li raccolsi e mi resi conto che non si trattava affatto di scarabocchi ma di veri e propri disegni espressi con forza e mestiere. Soprattutto non c’era nulla di approssimativo o dilettantesco. Sembravano appunti ispirati a Bosch e Mirò messi insieme. Con quegli schizzi Emilio aveva improntato la struttura di un palazzo visto a volo d’uccello con personaggi che si muovevano senza peso dentro e fuori la costruzione.
Ad alta voce mi scappò detto: “Ma che è, il pittore misterioso? Perché non me ne ha mai parlato?”.
Emilio e io ci conoscevamo fin da ragazzi: appena finita la guerra avevamo viaggiato insieme per tutta l’Italia; insieme ci eravamo trovati a Parigi dove passavamo da un museo all’altro, scarpinavamo per tutta la città di giorno e di notte, commentavamo le emozioni provate discutendo di ogni cosa, di pittura, di poesia, di lettere.
Avevo illustrato per Emilio alcune sue liriche dal ritmo assolutamente insolito che Einaudi era in procinto di pubblicare.
Eravamo alla scoperta di tutto e vivevamo ogni variante come una rivelazione. Si erano sorpassati appena i vent’anni; Emilio possedeva oltre che un gran talento di scrittore, una dote che invidiavo: l’ironia mista alla conoscenza.
Spesso, vedendolo navigare dentro i testi appena stampati che ci facevano scoprire gli scrittori dell’Europa e degli Stati Uniti seppelliti dalla guerra, lo assillavo con dubbi e quesiti allo scopo di trarne da lui lezione.
Dovrò ringraziarlo senza sosta per tutte le dritte che mi ha elargito in quegli anni. Per merito suo ho scoperto la poesia di Baudelaire e gli scritti di Rousseau, nonché pensieri e iperbole di filosofi e polemisti a me sconosciuti della letteratura contemporanea d’Europa.
Non avevo indovinato però, né sospettato del perché preferisse accompagnarsi a noi pittori e scultori piuttosto che ai letterati.
Lo capii soltanto l’anno appresso, quando mi accompagnò al vernissage di una mostra dove per la prima volta esponeva un buon numero di suoi dipinti. Fino ad allora aveva immancabilmente scantonato, perfino evitando che gli si andasse a far visita soprattutto nello studio che da poco aveva aperto presso casa. In quel salone mi trovai all’istante davanti a dipinti di buona dimensione, intorno al metro per settanta, qualcuno superava i due e anche tre metri di base. Con me c’erano Alik Cavaliere e Luigi Parzini, un pittore di Novara. Quest’ultimo esplose in una bestemmia: “Porco…! Ma quando e dove li ha dipinti? E perché fa l’imboscato? Guarda tu, come stende la pittura… un dilettante lo scopri subito per la maniera in cui impasta i colori sporcandoli e sbiacicandoli senza rigore. Questo figlio di buona donna fa le basi a pennellata corta poi stende velature, colora di punta e schiaccia le terre d’ombra come si fa in affresco!”.
A mia volta commentai: “E’ uno che ha imparato ad avere molto rispetto per questo mestiere: prima imparare, poi fare!”.
Ancora, apparivano sul fondale della tela pupazzi che si agitavano senza muoversi, altri fuggivano senza spavento, altri ancora stavano seduti, come in “En attendant Godot”, ad aspettare qualcuno che non sarebbe mai arrivato. A primo acchito potevano sembrare dipinti esclusivamente decorativi ma dopo pochi attimi t’accorgevi che su quelle tele galleggiava un’angoscia incontenibile: quei burattini senza peso respiravano e tenevano occhi smarriti… tutto ritmato da una danza senza alcuna festosità.
Certo che scoprire un pittore di quel valore, così, all’istante e senza preavviso, aveva tutta l’aria di una messa in scena assurda o di un prodigio. Quando poi pensavo che Emilio era riuscito a impossessarsi di tecnica, trucchi e magia seduto nelle aule dell’Accademia o girandoci intorno mentre si pitturava su tele o muri affrescando, mi dicevo: “Questo poteva succedere solo a Brera.”.
In quegli anni, a Brera, l’Accademia era veramente una scuola aperta, anzi spalancata, a chicchessia purché dimostrasse di muoversi con serietà ed entusiasmo. I maestri dell’immediato Dopoguerra erano davvero eccezionali sia di qualità che di fama: Carrà, Funi, Carpi, Manzù. Inoltre circolavano dentro e fuori i cortili dell’Accademia Marini, Martini, Sironi, Casorati… insomma tutti i più grandi artisti del tempo. Erano uomini di straordinaria generosità; spesso e volentieri parlavano e discutevano con noi ragazzi con indicibile amabilità.
Le lezioni d’arte e di vita non si dispensavano solo nelle aule, ma ancor più nei bar, nelle osterie e sulle panchine dei parchi intorno. Noi di solito si ascoltava in rispettoso silenzio, ma poi si interveniva proiettando paradossi e iperbole che divertivano i nostri maestri, quelli dell’Accademia e gli occasionali. Ogni tanto quella confidenza ci prendeva la mano e si azzardavano discorsi che creavano rigetto e sdegno, ma non è mai successo di veder qualcuno di quei docenti andarsene seccato, anzi spesso rispondevano a rilancio caricando il paradosso scostumato con altrettanta moneta, così che a nostra volta ci trovavamo con le idee ribaltate e sconnesse.
Le aule erano vissute da un numero strabordante d’allievi che si muovevano liberamente da uno studio all’altro partecipando a lezioni fuori programma. Personalmente, mi era stato permesso di frequentare corsi di scultura o scenografia ai quali non ero iscritto. Di questo privilegio aveva goduto anche Emilio, che all’Accademia era una specie di infiltrato abusivo, ma la simpatia e la stima che suscitava in ognuno, a partire proprio dai professori, gli valeva più di qualsiasi lasciapassare. Emilio possedeva un’ineguagliabile memoria per ogni cosa, e come dicevamo poc’anzi, di certo a Brera ha imparato solo osservando il dipingere e lo scolpire di maestri e allievi ma poi si teneva nascosto e fuori campo mentre si preparava a diventare un pittore di professione.
Come in tutte le comunità di studio, anche in quell’Accademia si formavano gruppi di ragazzi e ragazze con interessi analoghi ma non si proponevano mai come circoli chiusi, tant’è che come accade in certi fenomeni chimici, spesso movimenti diversi si mescolavano uno all’altro aprendosi anche a ragazzi che provenivano da altre situazioni come gli attori del Piccolo, studenti d’architettura, di lettere e giovani sceneggiatori e registi del cinema provenienti da Roma e da altre città.
Brera, negli anni Cinquanta e Sessanta, era diventata il più importante crogiolo culturale non solo d’Italia ma addirittura d’Europa tant’è che moltissimi artisti stranieri di diverse età scendevano a Milano per vivere e studiare questo straordinario fenomeno.
A Brera ci sono ritornato in più occasioni, specie negli anni della contestazione giovanile. Molti miei compagni d’Accademia erano diventati maestri di pittura, incisione, scultura e scenografia. Ho tenuto anche qualche lezione ma soprattutto mi sono esibito come attore e maestro della messa in scena nelle aule e nel quadriportico centrale.
Spesso Emilio, che nel frattempo era stato nominato Presidente dell’Accademia, mi sollecitava a tenere lezione nell’aula grande.
Negli intervalli o al termine dell’incontro mi capitava di parlare lungamente con lui e con gli altri vecchi compagni. Il tema era immancabilmente il confronto e la differenza fra gli anni del Dopoguerra e quelli che stavamo vivendo. Nell’analisi generale e attraverso le testimonianze di ognuno, scoprivamo che la felice condizione di un tempo si era completamente deteriorata. I gruppi di ragazzi, per non parlare degli artisti già formati, apparivano ora sempre più chiusi ed isolati, soprattutto ognuno coltivava egoisticamente il proprio orto delle opportunità e della carriera, si diventava maestri, o meglio professori, non per vocazione all’insegnamento ma in particolare per lo stipendio che poteva sistemarti definitivamente.
Non è per rimembrare il “ti ricordi nel tempo addietro…” come dice una vecchia canzone popolare, ma davvero è sparito il senso del legame d’intenti e della collettività.
Nel Dopoguerra ci si univa e ci si cercava anche fra opposti per crescere, oggi ci si restringe come in un brodo consommé. Si finge di stare insieme solo intasando i caffé in un’ammucchiata di vociare negli aperitivi e poi t’accorgi di non ricordare nemmeno con chi hai parlato o discusso, e nemmeno ti ricordi quello che hai detto o ascoltato. Ecco perché non si dipingono più figure, uomini e donne, che s’abbracciano e vivono insieme.
L’amore non è più qualcosa da spandere intorno come in una festa, è un sentimento del tutto privato, personale di cui si può parlare ma in terza persona… Capita ad altri.
In un mondo pieno di fari e luci ma sempre più spento.
Dario Fo


Il racconto del Premio Nobel

Per l’assegnazione del Nobel arrivai a Stoccolma, come da programma, qualche giorno prima. Ad accogliermi all’aeroporto c’erano anche alcuni accademici della giuria, premurosi e gentili: "Abbiamo provato molto piacere nello sceglierla… - mi dissero- Lo sa che quando abbiamo fatto il suo nome davanti ai giornalisti e alla gente è esploso un grande applauso?! Lei è molto amato, in Scandinavia.".

Arrivammo al Grand Hotel, nel centro di Stoccolma, e fui alloggiato nella suite all’ultimo piano, al settimo mi pare. Era la suite dei Nobel per la Letteratura, c’era persino una targa che lo indicava. Ci si montava con un ascensore speciale, riservato, del quale mi consegnarono la chiave. Lì un cameriere stava aspettandoci con una bottiglia di champagne e al nostro ingresso la stappò. "Cento di questi giorni!" dissi io, già ubriaco di commozione. Uno degli accademici commentò "Cento sarebbero un po’ troppi… facciamo due o tre! È già abbastanza!". Quindi mi fu annunciato l’arrivo del maestro di cerimonia. Mi immaginavo il solito incaricato in livrea, invece mi apparve un signore affabile e alla mano, col compito di accompagnarmi nel labirinto degli impegni. Quando mi illustrò il programma: scoprii che avrei potuto godere di ben poco tempo per il riposo.

Il giorno dopo, dunque, ci fu il primo incontro all’università, con circa tremila studenti. Al mio ingresso la banda universitaria intonò la marcia di una mia commedia per anni rappresentata in Svezia, Ma che aspettate a batterci le mani, cambiandola poco dopo nell’Inno di Mameli. E quando dei ragazzi, evidentemente italiani, issarono una selva di bandiere tricolore, mi venne pure il magone, tanto che per bloccare i lucciconi, mi sferrai una gran pedata sulla caviglia. Zoppicai per quasi tutta la giornata.

Tornati al Grand Hotel, mi addormentai, quasi svenuto per la stanchezza. Ma ecco che di lì a poco l’appartamento si illuminò di piccole luci contrappuntate da un canto di ragazze. Scattai seduto sul letto: "Che è?".

Nella stanza, una dietro l’altra, stavano entrando delle belle figliole completamente vestite di bianco, e in capo calzavano candeline accese. Si sistemarono intorno al mio letto, cantando con voce dolce e intonata. Riconobbi la melodia "a Santa Lucia, pur’anco i pesci fanno all’amore..."… E mi venne in mente che quello era il rito della notte più lunga dell’anno. Poi con la stessa grazia, le fanciulle lentamente uscirono, quasi sparendo nel buio.

Anche per il giorno seguente la tabella di marcia era forsennata. Fui accompagnato al leggendario Dramaten, il teatro di Stoccolma. Gli artisti svedesi mi avevano chiesto di offrir loro una lezione. Mentre il pubblico applaudiva entusiasta, quasi nascosto dietro una colonna in un palco, vidi Ingmar Bergman che rideva. Sollevai un braccio in segno di saluto: sapevo quanto fosse schivo e ritroso tant’è che mi meravigliò il suo rispondermi applaudendo. Fu una grande emozione scoprire che uno dei più importanti registi al mondo fosse venuto a onorarmi. Quel giorno terminò con il saluto agli accademici nella loro sede.

L’appuntamento più importante, prologo alla consegna del premio, era l’esibizione con discorso davanti agli accademici, agli altri Nobel, nonché a un numero straripante di giornalisti. Io scelsi di recitare un’autobiografia illustrata, in italiano, con grammelot in varie lingue e gestualità conseguenti. Inoltre ad ogni invitato, erano più di 500, sarebbe stata offerta una copia illustrata del lungo monologo, tradotto in simultanea da Anna Barsotti, la bravissima e bella moglie del mio traduttore in Scandinavia. Quei disegni erano un mio dono alla regina di Svezia ma momentaneamente mi servivano per la mia esibizione.

La platea, abituata normalmente ad assistere al rito silenziosa e compassata, dopo un primo sconcerto, stette al gioco divertendosi e, siccome gli spettatori ridevano e applaudivano fuori tempo, li pregai di ridere e applaudire solo a mio comando: il lazzo, paradossale, li divertì oltremodo.

Ma il giorno clou, quello della consegna dei premi, era fissato per l’indomani. La mattina tutti noi vincitori del Nobel fummo riuniti in un salone dove era stato segnato il perimetro del palcoscenico della premiazione. A dirigere le prove c’era una specie di mossiere che ci indicava le entrate e gli inchini alla volta del pubblico, degli accademici e della famiglia reale di Svezia; l’ultimo inchino veniva rivolto al re che consegnava il premio: la laurea con un cofanetto contenente una grande medaglia d’oro.

Ma molti dei laureandi incespicavano e così il mossiere, visto che ero mimo e attore, mi invitò ad aiutarlo. Io radunai i miei colleghi e - unò dué, unò dué - mostrai la sequenza delle posture e come eseguirle con souplesse. Finì che solo il Nobel cinese continuava a inciampare. Subito appresso venne il momento della posa per la fotografia di gruppo.

La consegna dei premi era fissata al Concert Hall, alle 16, un grande auditorium con l’orchestra, che per ogni premiato eseguiva un brano diverso. Io vi arrivai nella limousine nera messa a disposizione dall’Accademia, col mio bel frac, dono di Ferrè, uno dei più geniali stilisti italiani, purtroppo mancato da qualche mese. Per fortuna qualche ora prima della cerimonia era arrivata Franca, che mi aveva aiutato a indossare quell’abito per me paradossale. Anni prima avevo recitato in una farsa dal titolo L’uomo nudo e l’uomo in frac, una satira degli aristocratici e l’uomo in frac ero io. "Non fare come in scena - fu l’avvertimento di Franca - Non è una farsa. Evita di sembrare un pinguino o un cameriere.". Non so se ci sia riuscito, ma risate non ne ho sentite.

Quando il mio nome fu annunciato, badai a posizionarmi rispettando i segni sul tappeto azzurro. Ricordo il sorriso del re Gustavo, il peso della medaglia e che nonostante tutte le prove, riuscii comunque a rompere il protocollo ,passando da una mano all’altra la medaglia per stringere la mano al re, come in un gioco di prestigio. E poi l’applauso, lo sguardo di Franca che aveva accanto Jacopo con mia nipote Mattea, e le espressioni orgogliose degli amici venuti a festeggiarmi.

Alla premiazione seguì la rituale cena al Municipio, alle 19 in punto. I Nobel erano seduti nella grande tavolata centrale con 99 coperti. A me avevano assegnato un posto accanto alla principessa Cristina, sorella del re, appassionata di archeologia, con la quale mi fu facile trovare un feeling. Alla mia sinistra, la principessa Vittoria, che i media dicevano colpita da anoressia; in verità mi sembrava tutt’altro che inappetente… si era gettata con voracità sulle portate, tanto che le offrii la metà del mio risotto e lei lo accettò.

Finita la cena i Nobel erano invitati a brindare con il re e la regina, uno alla volta, mentre gli altri commensali si davano alle danze in un apposito grande salone. Franca ed io pensavamo che fosse un saluto e via. Con nostra sorpresa invece, tanto il re che la regina ci trattennero, vollero sapere del nostro lavoro e dell’Italia, accennando perfino alla situazione politica di quel tempo. Il dialogo durò più del previsto. Lasciandoci, ci ripromettemmo di vederci ancora.
Quindi ci ritirammo in disparte attendendo, come vuole il rituale, che tutti i Nobel e le loro consorti ultimassero l’incontro, giacché allontanarsi non si poteva e oltretutto le uscite erano bloccate dal servizio di sicurezza.

Il maestro di cerimonia, che aveva intuito la nostra stanchezza, si avvicinò: "Seguitemi – disse - Il Nobel è uno splendido rito e di certo la maggiore delle onoreficienze al mondo, ma se lo si vive con eccessiva partecipazione ti può annientare.". Ci fece dunque passare per il corridoio che portava alle cucine. Transitammo fra stufe e tavoli ricolmi di piatti e stoviglie. I cuochi e i camerieri, alcuni evidentemente italiani, salutavano Franca e me con simpatia, ci acclamavano, alcuni battendo mestoli sulle pentole. A nostra volta frastornati, accennavamo a un saluto. Attraversammo un guardaroba con centinaia di cappotti, mantelli e pellicce. Afferrai un cappello da generale e me lo misi in capo. Franca me lo tolse di dosso: "Adesso non esagerare. Come arriviamo a casa, ti ammollo un sonnifero che ti farà dormire per almeno un paio di giorni. Cammina, che la festa è finalmente terminata.".